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domenica 21 settembre 2014

Come un popolo di silenziosi giganti

È così grande, la fantasia delle nuvole, quando cambiano, di ora in ora, o fra due battiti di ciglia. Capricci bizzarri, di luce e di vento, ne mutano la sostanza e le forme, scandiscono i toni, tinteggiano altri colori, rimescolano infiniti profili. 
Quante sono, le nuvole, e di quanti tipi; cumuli compatti, intere città di vapore, solide schiere di colossali nembi cupi. Ci sono cirri striati, screziati di tramonti,  che sbandati dal vento, lanceolati e sanguigni, si conficcano nel velo cinereo di un banco compatto, sullo sfondo, come piccole gemme morbide incastonate nel cielo.
Si impregnano di tramonti, contornano aurore, avvolgono squarci di luna, lascinadosi sfumare di indaco terribili; si colorano al tormento di un mare in tempesta, si fanno sipario per un raggio violento di sole. Volando sopra le onde furiose, sono montange; sulle case sognanti di un dolce paesaggio mediterrano, diventano fronde alacri, di una vegetazione celeste, che ombreggia il sole e confonde i contorni del mondo. Rotolano in alto ai bordi della strada, rincorrono viandanti nel deserto, sorvolandoli beffarde; occhieggiano fra di loro le stelle, vi riposa il vento, si nasconde la folgore. Con l'impeto di una schiera infuriata, caricano la terra con passo di tuono e, gonfie di pioggia, la travolgono di tempesta, per poi lasciarsi trafiggere da un sole più limpido, nell'aria pulita.


È un popolo, questo, di silenziosi giganti, dei quali troppo poco scegliamo di sapere. Splendono nel pomeriggio trasportando la luce più dolce, si arrotolano la sera sui piedi della notte. Carezzano con un'ombra lieve il viso intento di un bambino, che dal basso del suo verde orizzonte di prato le osserva, le chiama, gli domanda chi sono, a cosa somigliano, e dove vanno, e perché.