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sabato 13 settembre 2014

Conigli e consigli

Di recente, per varie ragioni, mi incontro con il concetto di "regole" o "consigli" per chi scrive. L'argomento è molto seguito da vari blogger, alcuni dei quali, a me vicini, hanno avuto il pregio di trattarlo in modi piuttosto originali, aggiungendo un prezioso contributo personale ad un argomento che altrimenti avrebbe avuto per me ben poche attrattive.
Per segnalare qualche esempio molto creativo, si sono le ottime trovate di Michele Scarparo, che sul suo bel blog "scrivere per caso" si è occupato in diversi modi di questo argomento. Michele ha, a mio giudizio, un talento particolare per conciliare metodo e creatività (o follia), e quando parla di regole la fa a modo suo, in modo generativo: si veda la serie di racconti di stampo surreale e molto spesso sarcastici, scritti a partire dai consigli di scrittura dell'agenzia letteraria "sul romanzo", con cui ci ha deliziato per tutto l'anno scorso. O la tornata attuale, dedicata ai consigli dei grandi autori che Michele interpreta con riflessioni, critiche e condivisioni di esperienze personali (e, perché no, inventandosi altre storie). 

Ma con i consigli per gli appassionati di penna e tastiera si è divertita in modo altrettanto originale, anche Elisa Elena Carollo, che in un post sul suo Drama-Queen si è cimentata con i 22 consigli di scrittura di Stephen King, intrecciando in maniera davvero acuta e divertente il mondo della letteratura con quello del teatro (cosa che, devo dire, la nostra reginetta del proscenio fa molto spesso).
Di amici della blogsfera che hanno trovato qualcosa da dire sull'argomento ce ne sono moltissimi (un bel lavoro in tema di Lisa Agosti lo trovate qui) così come abbondano i contributi di personaggi letterari più o meno famosi che hanno sentito il bisogno di condividere le proprie regole, svelando trucchi personali, abitudini, piccole manie e a volte veri e proprio spaccati della loro vita di scrittori. Uno fra tutti, come non citare i meravigliosi 36 consigli di Umberto Eco, che nella rubrica "La bustina di Minerva" ci ha regalato la traduzione e il gustosissimo adattamento in chiave ossimorica delle “Fumblerules on Grammar” scritte da William Safire nel 1979? Compendio meraviglioso di frasi suicide, le trovate in fondo al post, per chiudere la lettura con un sorriso.

Ma continuare con gli esempi , per quanto spalanchino un universo affascinante, ci porterebbe lontano dal succo del discorso (e poi per queste cose c'è Google). La questione che vorrei affrontare è: perché tutti sentiamo il bisogno di leggere - dapprima - o di proporre a nostra volta - dopo un po' di righe scritte - metodi, consigli e perle di saggezza su quanto esperito del duro mestiere di scrivere?

Una possibile risposta è legata al fatto che chi scrive, in genere, ama davvero quello che fa. Più di qualsiasi altra passione, la narrativa è un'attività che richiede un lungo processo di maturazione, affinamento, critica e, perché no, la capacità di volgere positivamente una gran quantità di docce fredde sul nostro entusiasmo, foriere di una ricca dose di frustrazione. 
Dunque, chi compone storie, poesie o romanzi, e continua a farlo nel tempo, è dotato di un ragguardevole bagaglio di determinazione, spesso di molta umiltà: generalmente ha voglia di imparare a scrivere sempre meglio e trova quindi la voglia, la pazienza e lo spirito per accostarsi ai suggerimenti degli altri con rispetto e attenzione. Questo è l'aspetto positivo della faccenda, quello per cui trovo utile e bello che persone famose e non condividano con generosità e lealtà ciò che hanno trovato utile a questo processo di crescita personale. 

Ma c'è un rovescio della medaglia, che a mio modo di vedere è in grado di inquinare irrimediabilmente la bellezza di quanto ho detto fino ad ora: un rischio che appartiene alla società in cui viviamo e ai temi della sua sub-cultura, che inneggia alla ricerca di ricette facili e professa la convinzione che tutto sia sempre possibile a chiunque. Per scrivere bisogna saperlo fare. Si può imparare a farlo? Sì, con tempo, fatica e impegno. Si può diventare tutti dei grandi scrittori? No.
Se allarghiamo il cerchio e ci includiamo tutti, intendo chiunque abbia tenuto in mano una penna con passione e divertimento per portare in fondo l'alchimia di una storia, allora è quasi certo che qualcuno di noi migliorerà così tanto da incontrare il consenso universale: e chissà quando, magari fra cento anni, di lui parleremo come uno scrittore famoso (e forse studieremo le sue regole di scrittura, se ne ha prodotte). 

Ma la certezza del successo, che non esiste, non si approssima con il pedissequo ricalco delle strategie altrui, ed è importante evitare che la proliferazione dei consigli sia foriera del concetto che scimmiottando il modo di fare, parlare, lavorare o vivere di un autore di successo si finisca per arrivare allo stesso risultato, come se il processo che conduce alla nascita di un grande romanzo fosse la risultante deterministica di azioni stereotipate. Se vi rimane qualche dubbio, su questo stuzzicante argomento consiglio il racconto di Jorge Luis Borges "Pierre Menard, autore del Chisciotte", incluso nella raccolta Finzioni.

E così, dopo questo consiglio, ma di lettura, il Coniglio vuole dire due cose, per chi ha resistito fin quaggiù. La prima è che non a caso ho scelto il lavoro di Michele, Lisa e di Elisa Elena: tutti loro mi hanno colpito per il modo in cui hanno affrontato lo spinoso argomento, facendo emergere determinazione e passione, umiltà e impegno, in un sano equilibrio fra rispetto, senso critico e consapevolezza. Due persone che conosco solo attraverso i loro scritti e alcuni scambi creativi, ma che sono sicuro di poter includere fra coloro che hanno ben chiara la differenza fra ottenere qualcosa gratuitamente e raggiungerla con il proprio impegno. 

La seconda cosa non è mia, ma di Italo Calvino. Poco prima di morire, il grande scrittore italo-cubano stava lavorando ad una poco nota delle sue "lezioni americane", la prima di quelle mai svolte. Calvino voleva realizzare otto conferenze, invece delle sei previste e richieste dall'Università di Harvard per le Charles Eliot Norton Poetry Lectures. La prima di queste, che poi scartò, è molto interessante per l'argomento di questo post; l'intero ciclo delle Leazioni, infatti, programmato nell'anno accademico 1985-86, aveva come tema quello dei valori letterari da conservare nel prossimo millennio: ma solo in quella scartata lo scrittore aveva programmato di parlare di consigli letterari. La lezione si intitola "Cominciare e finire" e analizza alcuni incipit e conclusioni, traendone delle considerazioni al confine fra tecnica e filosofia. 
Gli appunti di questo testo, che la moglie Ester ha composto postumi definiscono l'inizio di un romanzo (o di una conferenza) come il momento in cui "ci è offerta la possibilità di dire tutto, in tutti i modi possibili; e dobbiamo arrivare a dire una cosa, in un modo particolare."

Calvino sceglie di parlare di valori, e lascia a casa la lezione con le regole. dedica il suo tempo, quello che gli rimane da vivere, a lasciare spunti aperti, obiettivi da raggiungere, orizzonti da scoprire, senza preoccuparsi di fornire precise indicazioni sul modo con cui si deve camminare.
È una scelta, personale e forse nemmeno così importante. Ma a me è piaciuta. 



I consigli di Umberto Eco
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1. Evitate le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.

2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.

3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.

4. Esprimiti siccome ti nutri.

5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.

6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

7. Stai attento a non fare…  indigestione di puntini di sospensione.

8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.

9. Non generalizzare mai.

10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.

11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu”.

12. I paragoni sono come le frasi fatte.

13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).

14. Solo gli stronzi usano parole volgari.

15. Sii sempre più o meno specifico.

16. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.

17. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.

18. Metti, le virgole, al posto giusto.

19. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non sempre è facile.

20. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.

21. C’è davvero bisogno di domande retoriche?

22. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe – o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.

23. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fa sbaglia.

24. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.

25. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!

26. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.

27. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche e simili.

28. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del “5 maggio”.

29. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).

30. Pura puntiliosamente l’ortograffia.

31. Non andare troppo sovente a capo.

Almeno, non quando non serve.

32. Non usare mai il plurale maiestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.

33. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.

34. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiono come altrettante epipfanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.

35. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.

36. Una frase compiuta deve avere