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sabato 27 settembre 2014

Il disegno

Sedevamo alle due estremità di una vecchia panchina, sotto l’impalcatura dei rami stanchi di un vecchio faggio; quell’angolo ombroso del parco, digradante verso il lago sul retro della villa, era il luogo che lui amava di più e dove trascorreva ormai la maggior parte del suo tempo. Le giornate si accorciavano e anche quel giorno la fine del pomeriggio era calata improvvisa come l’ombra di un rapace. A tratti si levavano le  intense folate di un vento tagliente, che già non apparteneva all’estate.
 Ero andato a trovare il professor Lanniret subito dopo pranzo, come accadeva quasi tutte le settimane dal giorno del suo pensionamento. Non lo facevo per compassione, o per un interesse materiale: la compagnia del mio anziano maestro continuava ad illuminare il mio intelletto di un chiarore che non mi era dato scorgere altrove.  La signora Lanniret era venuta con le tazze del tè, fermandosi il tempo indispensabile per informarsi sul mio stato di salute, poi aveva sistemato la coperta sulla carrozzella del marito, ed era rientrata all’interno della dimora. Dopo la sua partenza, per lunghi minuti, il professore era rimasto in silenzio, fissando con aria triste le ultime foglie ramate del faggio che volteggiavano in preda del vento, nella luce intensa del tramonto, assumendo bizzarre tinte violacee in controluce.
- Ognuna di quelle foglie – disse all’improvviso, come per riprendere una conversazione  da poco interrotta - segue una traiettoria prestabilita. Lo immaginava, Bechet?

Ero abituato a quel genere di approccio: sapevo che dietro la domanda, inattesa e bizzarra, si nascondeva un pensiero complesso e raffinato.  Perciò riflettei a lungo prima di azzardare una risposta.
- Immagino – dissi alla fine – che conoscendo esattamente ogni caratteristica delle foglie, la forza e la direzione vento, i parametri che influenzano il moto dell’aria, e calcolando l’effetto combinato di tutti questi fattori, allora sarebbe possibile indicare il percorso di ogni foglia.
- E di queste? – domandò, mentre con la punta del bastone, che aveva tenuto posato in grembo, percuoteva il tappeto brunito ai piedi dell’albero, sollevando un breve volteggio, frusciante e umido. – Cosa mi può dire, di queste?
- Nulla, almeno finché non avessi avuto la certezza che le avrebbe colpite, in quel momento, in quel determinato modo.
- Sbagli, ragazzo. – sussurrò il vecchio insegnante: come sempre, quando era sul punto di rivelarmi un passaggio chiave dei suoi pensieri, si dimenticava dell’etichetta e rinunciava alle formule di cortesia.
- Queste foglie attendevano che le colpissi dall’inizio dei tempi. Così come ogni altra cosa, ciò che è appena accaduto era inevitabile. E prima che tu mi interrompa con facili obiezioni  te lo dimostrerò.
Estrasse da una tasca della giacca un piccolo quaderno di appunti e me lo porse.
Lo presi ed inizia a sfogliarne le pagine: la scrittura minuta e regolare del mio maestro mi era così familiare che ebbi l’impressione di osservare i miei stessi appunti. In pochi istanti mi immersi nella lettura così intensamente da perdere del tutto la cognizione del tempo che passava. Quando sollevai nuovamente lo sguardo dalle righe fitte, il sole era tramontato del tutto; il cono ondeggiante di una lampada da giardino rischiarava il viso pallido del professore, le cui labbra iniziavano a tremare per il freddo. Incurante di tutto, lo fissai in viso, sconvolto.
 - Mio Dio! – dissi alla fine. Malgrado tutto, fu l’interesse scientifico a prevalere, anche in momento come quello. – E c’è arrivato partendo dalle equazioni di Minkowski?
Lui sorrise compiaciuto: - Sei acuto come sempre. Era la soluzione più logica: non si può analizzare la realtà senza partire dalla sua versione locale, non sei d’accordo, ragazzo?
Lo ero, naturalmente, ma non dissi nulla. Ero troppo sconvolto da ciò che avevo davanti. Ignorando il mio silenzio, Lanniret proseguì nel racconto di come era arrivato alle sue sconvolgenti conclusioni. Le sue parole precise e chiarificatrici si accompagnavano alle immagini di formule e grafici, che riempivano gli appunti, come le note di una perfetta colonna sonora. Nei fogli, ingombri di calcoli ordinati, le formule che descrivevano lo spaziotempo venivano rielaborate secondo una linea di ricerca inedita, per molti aspetti quasi impossibile da concepire, ma immediata da comprendere seguendo gli originali passaggi del professore. In questa visione geniale e illuminata, nuovi spazi topologici si chiudevano in una successione perfetta di serie armoniche, che lentamente giungevano a convergere, come fiori che sbocciano e raggiungo l’apice del proprio splendore. La rivelazione finale giungeva come una conseguenza logica di un processo evidente, inconfutabile.
- Il flusso del tempo non si può alterare – concluse Lanniret, mentre io, abbandonato il quaderno sulle gambe, osservavo le onde lunghe con cui la brezza increspava il lago, effimere perturbazioni nel campo perfetto della superficie turchese.
 - Se viaggiassimo nel passato, non modificheremmo il presente, non più di quanto possano farlo i nostri desideri. Ma lo stesso vale per il presente e il futuro: le decisioni che prendiamo non hanno alcuna influenza sull’evoluzione della realtà materiale. Ogni singola particella elementare ha tracciato il suo cammino fin dall’inizio del tempo e non c’è azione o palpito della volontà che non sia già inclusa in questo dettagliato disegno.  
Tutto era accompagnato dalla sua voce calma, che descriveva, con pacatezza e distacco, i passaggi con cui aveva lucidamente smantellato la struttura del reale come la conoscevo, sostituendola con una realtà terribilmente semplice. La logica della sua matematica non lasciava scampo, né adito a controdeduzioni o interpretazioni alternative: il disegno intricato della complessità universale si riduceva ad un unico, inalterabile segno rettilineo.
Mi alzai: un nodo violento mi stringeva lo stomaco, avvelandomi la bocca con il sapore metallico di qualcosa di molto vicino al panico: respiravo a fatica, consapevole che quel gesto, indispensabile alla mia sopravvivenza, era già determinato nel numero di atti che mi restavano da compiere. Una quantità che comprendeva ogni eventualità futura ancora ignota (ma a me soltanto!) inclusa la mia decisione di togliermi la vita. In preda ad una vertigine, realizzai che era possibile calcolare se di lì a un giorno, o un anno, o dieci, mi sarei suicidato; della mia morte, si sarebbero potuti elaborare tutti i dettagli. Tuttavia, la conoscenza di tali informazioni sulla mia dipartita non ne avrebbe potuto modificare un solo particolare, né ritardarne o anticiparne il momento!
Compresi che, a quelle condizioni, l’universo era diventato l’inferno. Un luogo dove non c’erano violenza, amore, grandezza o miseria, volontà o debolezza che potessero imprimere al corso degli eventi un significato diverso da quello di una inconsapevole obbedienza. Ciascuna azione era un anello chiuso, senza sbocchi od altre connessioni oltre a quella di essere forgiato in una catena di mere conseguenze, a sua volta originata da un arbitrario e imperscrutabile impulso di cui non vi era modo di conoscere la natura. Ogni responsabilità personale, ogni anelito di elevazione morale o distruzione materiale, qualunque rivendicazione del diritto a determinare il proprio destino, diventavano un abbaglio della coscienza.
Mentre piangevo, sostenendomi al tronco dell’antico faggio, non potei scacciare dalla mente l’ossessivo pensiero che la mia mano si trovava esattamente dove avrei dovuto metterla. La spostai, con rabbia, di un palmo, compiendo così il successivo atto del mio copione. Avrei voluto urlare! Ma mi trattenni, essendo previsto che non avrei gridato.  Perduto in tali allucinanti considerazioni, scorsi con la coda dell’occhio un bagliore vivido di fiamma: allarmato, mi voltai, in tempo per scorgere il professor Lanniret che appiccava il fuoco ai suoi appunti. Prima che riuscissi a muovermi, strappandogli il rogo dalle mani e gettandolo a terra per spegnerlo, le fiamme avevano già divorato le pagine del quaderno in modo irrimediabile.
- Mio Dio, professore! Ma perché l’ha fatto?
Il vecchio mi rivolse un sorriso stanco: - Proprio tu? Tu che conosci, mi fai questa domanda?
Esasperato, gli gridai contro: - E allora perché ha dovuto farlo! Quale logica perversa prevede che lei scopra la verità finale sulla vita e sull’universo, per poi distruggerla?
- Anche senza quelle pagine, sono certo che lo capirai.
Mi aveva parlato con il tono dolce e accorato che un padre avrebbe usato con suo figlio: ma in quel momento, il suo affetto non mi toccò. Sconvolto e infuriato, attraversai il parco di corsa, uscendo dalla casa senza salutare, e avviai con rabbia il motore della mia automobile. Non ho ricordi delle ore successive, ma sono certo che guidai a lungo, con furiosa imprudenza, e senza meta. Credo che volessi mettere alla prova il destino, vedere se era previsto che sarei morto, dopo aver conosciuto la verità; anche se sapevo che i miei tentativi non avrebbero potuto modificare il futuro, ma solo contribuire a realizzarlo. La mia ribellione e il tentativo di sottrarmi all’infinita recita facevano sempre parte del copione.
Mi svegliai nel divano di casa mia: la schiena a pezzi, la testa confusa. In bocca mi gorgogliava il sapore acido dell’alcool che dovevo aver ingurgitato. Mi alzai incerto, tenendo a bada il rollio del pavimento, e raggiunsi la finestra: fuori, la città si svegliava sotto la coperta cinerea di un cupo giorno di ottobre.
Un pensiero, qualcosa di importante e decisivo, aleggiava ai confini della mia mente, ma il trillo inquieto del telefono mi impedì di metterlo a fuoco. Riconobbi a stento la voce della signora Lanniret, rotta dai singhiozzi. Ascoltai ciò che mi diceva, incapace di provare un vero sentimento di dolore, e non seppi pronunciare niente di meglio di alcune frasi fatte di cordoglio. Lei mi ringrazio comunque con calore; prima di lasciarmi, mi assicurò che il marito non aveva sofferto; la morte lo aveva colto nel sonno, poco dopo la mia partenza. Si era appisolato sotto il grande albero, nel luogo che più amava.
Riappesi la cornetta e tornai ad osservare il quadro vivente fuori della finestra: sugli alberi, schiere di foglie morte attendevano il richiamo del vento; per la prima volta, compresi pienamente la loro esistenza passiva, priva di ogni illusione. Pensai all’uomo che avevo seguito per tutti questi anni: era perduto, oltre la consapevolezza, dove forse c’è un’immensa pace. Era stato, il suo ultimo insegnamento? Aveva inteso farmi un dono estremo, indicando l’unico modo per sfuggire alla trappola del libero arbitrio?
Con il passare delle ore ne fui certo. Il mio mentore, rivelando a me solo quell’oscura verità, voleva risparmiarmi la frenesia di una vita spesa invano, come un uomo che cammini con affanno lungo il vagone di un treno, senza poter con questo accorciare di un solo istante la durata del viaggio. Forse il mondo non era ancora pronto, per tutto questo: non era previsto che lo fosse.
***
Ci volle un po’ di tempo. Ma alla fine mi fu chiaro, il vero potenziale di quella scoperta: il suo pensiero, che aleggiava agli margini della mia coscienza, svelò a poco a poco il suo esaltante significato. Il mio maestro aveva trovato il modo di prevedere il futuro con sbalorditiva precisione; come aveva detto lui stesso, il cammino di ogni singola particella elementare è tracciato per l’eternità. Si tratta solo di saperlo calcolare.
 Non era stato facile recuperare il lavoro del professor Lanniret, partendo dai brandelli di ricordi che la mia mente esausta aveva trattenuto: ma nell’impresa mi aveva aiutato la consapevolezza che ce l’avrei fatta senz’altro, se così era previsto. Alla fine, mi serviva solo un calcolatore industriale, che comprai con i miei risparmi: in pochi mesi, fu tutto pronto.
Scoprire che ero destinato alla politica non mi sorprese: l’idea mi allettava e l’accolsi con entusiasmo. La mia campagna per le elezioni a Governatore dello Stato fu travolgente. Il programma politico, le prese di posizione, persino i messaggi sui social network: tutto incontrava l’incondizionato entusiasmo delle masse. Sembrava che fossi in grado di leggere nei desideri della gente, ma la realtà era più semplice: conoscevo l’esito di ogni mia azione. Ammetto che la cosa all’inizio mi aveva creato qualche scrupolo, ma ben presto misi a tacere la coscienza con la logica impeccabile della realtà che conoscevo: tutto è scritto, ogni dettaglio del modo con il quale si realizzerà il mio trionfo. Non c’è responsabilità nelle mie decisioni; non esiste alcuna possibilità di errore. La mia consapevolezza mi permette di vivere al di là del bene e del male: per questo sono sereno.
 Anche adesso, seduto nel caffè del Senato, mentre guardo i risultati dei sondaggi per le imminenti presidenziali, non provo alcuna apprensione nel vedere che il mio principale rivale, il Senatore Remure, è in netto vantaggio. La mia unica preoccupazione è quella di riuscire a trattenere un ghigno soddisfatto: la descrizione del cronista che ha avuto l’esclusiva è identica a come avevo calcolato la scena dell’incidente.

Ovviamente non c’è nessun accenno al fatto che l’autista ha perso il controllo mentre cercava di staccarsi dal palato uno dei pasticcini, offerti al suo capo dal mio staff, in segno di fair play. Ma per il resto l’articolo è perfetto: riporta persino la bizzarra forma arcuata dello squarcio che la lamiera dell’auto ha prodotto sul petto del Senatore Remure, uccidendolo in pochi istanti. 

Questo racconto partecipa al 78° Carnevale della Matematica, sul blog "Crescere Creativamente" di  maestra Rosalba.