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lunedì 27 ottobre 2014

Elogo della descrizione - secondo pezzo facile

Sul paesaggio evanescente, che vortica fuori dal finestrino, cercano di posarsi gli occhi, infastiditi dalla danza frenetica dei tralicci metallici. A brevi intervalli, le piccole torri sgraziate descrivono il ritmo incalzante di un tragitto obbligato. Sono frastornato dagli oggetti troppo vicini, troppo veloci, impossibili da inquadrare nell'istante in cui il treno gli passa davanti. 

La loro sagoma confusa si staglia sullo sfondo di luoghi incantevoli; campi assolati, drappeggiati nello spazio fra morbidi colli dalle pendenze sinuose. Terre adornate di erba dolce, carezzata dal vento ancora caldo di un mite autunno. Filari di viti e di olivi si punteggiano di riflessi dorati, carichi delle proprie promesse: evocano giorni tersi, luce calda e obliqua, penombre accoglienti di vecchie cantine, profumate di mosto e di olio nuovo.

Io posso sentirla, questa terra, dove echeggiano i canti dalle tavole imbandite, rischiarate dal guizzo mutevole di un tiepido focolare; a lei appartiene una musica antica, nelle cui melodie trovano armonia il pane fresco che viene spezzato, il gorgogliare allegro dei fiaschi, il tintinnio di bicchieri più volte ricolmi, le risa che si rincorrono fuori, fra le foglie perdute nel vento pungente del precoce crepuscolo. Nella mente stanca si fanno suono anche i ricordi: di sapori consueti, di profumi remoti, fili di fumo di legna che aleggiano appena sopra ad un velo indeciso di nebbia. Come zefiri improvvisi, portano l'anima lontana, a lambire la riva di un mondo remoto - non è forse vero che ogni memoria è un'isola sconosciuta? -  dove ogni cosa era chiara e contornata da un rigo dorato di sole.
Ma in questo mio mare è brutale la corrente del presente: la realtà è un violento naufragio, uno schianto sulla riva del qui e adesso. Un posto scomodo in un vagone traballante, dall'odore metallico; lo sguardo prigioniero di un finestrino sporco, al di là del quale sfrecciano tralicci, croci smembrate di calcestruzzo, un tempo palizzate, adornate di cavi e sterpaglie. E pensi ad alcune delle cose che succedono: schegge impazzite di incubi che si avventano sulla vita attorno a te. Picchiano così veloci da non potersi distinguere, non hai tempo di capirle, non riesci a vederle.
Sono colpi furiosi e ciechi, si abbattono inaspettati oltre ogni difesa, lampi di tenebra che l'occhio non coglie. Ora l'unico rumore che senti è quello sbattere sincopato dell'ascia, contro ciò che credevi al sicuro. 


Questo pezzo nasce dall'idea suggeritami da un post di +Annalisa Scassandra, sul valore della descrizione e il suo ruolo insostituibile nel dare vita alla narrazione.
Fa parte di una serie di quattro pezzi, di cui spiego qualcosa qui.
Questo è il secondo; come il primo, che era basato su aria, udito e nostalgia, questa descrizione prende in considerazione un elemento (la terra) e ancora l'udito (che credo sarà il senso-guida di tutto il lavoro). Stavolta però il sentimento dominante è l'assoluta impotenza.