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venerdì 17 ottobre 2014

L'allegra condanna

Man goes to doctor. Says he's depressed. Says his life is harsh and cruel. Says he feels all alone in a threatening world. Doctor says: "Treatment is simple. The great clown Pagliacci is in town tonight. Go see him. That should pick you up'.  Man bursts into tears. "But doctor... I am Pagliacci!"

Fin dall’inizio ho trovato assurdo il divieto di ridere in pubblico, pena la morte. Delle molte cose che ancora mi sfuggono, in questo strano luogo, è la più difficile da accettare. Il solo pensiero di questa crudele proibizione mi provoca un fremito di rabbiosa ribellione: per non parlare degli sforzi, penosi e mal dissimulati, che loro a volte compiono per non violarla, quando passo per strada.
Nonostante la mia condizione sia invidiata dai più, ben pochi immagino quanto sia in realtà penoso, per uno come me, accettare il destino che mi è capitato. Certo: ho cibo in abbondanza, godo di una relativa libertà, abito un alloggio confortevole. Per molti aspetti sono un privilegiato, un’eccezionale nota brillante, in questo mondo ovattato di schiavi repressi. Credo che molti degli altri mi odino, per questo. O forse è perché tale sorte è toccata proprio a me, che sono uno straniero: un uomo del mondo di sopra, caduto per caso dentro una grotta e capitombolato quaggiù, vivo per miracolo, in questo fondovalle sconosciuto, sepolto fra le rocce.
Nell’unico villaggio nessuno, uomo o donna, sa spiegare come tutta questa gente sia rimasta intrappolata qui; ben pochi fra di loro ricordano che esiste un mondo più grande, al di là del cerchio di cime innevate che chiude questo universo da ogni lato. Non ci sono libri, né iscrizioni, che vi accennino; ho trovato alcune pagine strappate di vecchi diari, frammenti di una memoria che questa gente ha voluto smarrire, dove si parla di un terremoto e di un tunnel franato. 
Tutto questo non ha importanza: qui non esiste la storia, perché non esiste il tempo. I giorni si susseguono sempre uguali, indifferenti al divenire delle stagioni, i cui mutamenti di clima e di luce non penetrano il cono d’ombra e la barriera dei monti tutto intorno. Gli eventi della vita dei valligiani si svolgono esclusivamente nel breve orizzonte di un subitaneo presente: nascite, morti, matrimoni, tutto acquista significato e lo perde nello spazio fra l’alba e il tramonto. Al nuovo sorgere del sole nessuno sembra ricordare, almeno a parole, tanto il lieto quanto il tragico evento. Ogni cosa nuova viene data immediatamente per scontata, amalgamata nella consuetudine di un passato appiattito, puntiforme, la cui tozza e impenetrabile ombra oscura del tutto la possibilità del futuro. Ed è proprio sforzandomi di comprendere questo orribile modo di vivere, che sono arrivato a capire qualcosa anche della principale norma che regola la vita, qui nella valle: l’unica legge la cui trasgressione sia punita con la pena capitale. 
Il fatto è che un popolo senza memoria non può permettersi di ridere. Chi trova divertente qualcosa, compie necessariamente un confronto fra ciò che osserva e qualcosa di simile, che conosce per averlo già visto, o appreso. L’ilarità nasce nel sottile confine fra l’attuale, insolita realtà e quel che ricordiamo della vita ordinaria, trovandovi di volta in volta un’analogia sorprendente, una circostanza bizzarra, un paradosso grottesco, oppure un’arguta e arzigogolata connessione fra elementi in apparenza contraddittori. La familiarità con questo esercizio della mente, che rappresenta secondo molti la più raffinata fra le attitudini dell’intelletto, stimola la ricerca di altri confronti, altri ricordi, altre memorie. La necessità di ridere ancora, di gustare di nuovo quella sottile sensazione di irrealtà, di fuga dall’ordinario, spinge gli uomini a ricercare le tracce del proprio passato, tramandandone la storia. Dunque come potrebbe, chi ha perduto per sempre la strada alle proprie spalle, tollerare qualcuno che ride? 

Le dita sinistre della notte strisciano sui fianchi aspri delle montagne, avvolgendoli in un lascivo sudario di oscurità: ben presto soltanto le cime immacolate rimangono a scintillare nel cielo, incendiato dall’eco di un lontano tramonto. Lacrime di porpora scivolano silenziose sul manto di nevi perenni: è l’ora più triste del giorno. È il mio momento.

Indosso questo sudicio straccio dagli allegri colori sbiaditi, schiaccio il viso contro la plastica stantia di una maschera scolorita, alla quale i rigori del clima hanno cambiato il sorriso in una smorfia sardonica. Bizzarro destino, il mio: stanco della ribalta, disgustato dall’ilarità che copiosamente suscitavo, mossi i miei passi, in cerca di solitudine, con indosso il mio abito di scena. Volli fuggire quelle file di eburnei sorrisi, spalancati in fondo alle gole estasiate del mio pubblico, che ormai detestavo. Abituato a vivere nei panni del grande Pagliacci, non mi cambiai neppure, inoltrandomi fra le alture alle cui pendici avevamo piantato il tendone del circo. Ed è così che ancora oggi, nel mio forzato esilio, perpetuo la mia disgraziata esistenza. 
Le vie sono quasi tutte deserte. Pochi si attardano, stanchi, di ritorno dai boschi e dai campi, trascinando il fardello di una dura esistenza sotto la luce della prima luna. Alcuni mi gettano occhiate in tralice, affrettano il passo alla vista del mio costume da Clown. Rattrappiscono le spalle già curve, chinano il capo stanco, chiudono gli occhi tristi: se mai una scintilla contagiosa di allegra ironia potesse brillare in queste anime spente, il mio torvo apparire basterebbe a soffocarla. 
Questo è il mio compito, la mia nemesi, la mia allegra condanna: antitesi di me stesso, giro di notte, vestito da pagliaccio, deforme e grottesca presenza, monito perenne all’orrenda punizione che attende chi viola la legge. Fuggono al suono dei miei passi, queste ombre di uomini cupi, si rintanano nei loro tristi sepolcri, lasciando il mio ghigno padrone della notte, a biancheggiare sotto la luna come un teschio beffardo.
Da lontane colline, ancora mi acclama un nuovo pubblico, ululando contro il cielo scuro.