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venerdì 3 ottobre 2014

Lo spacciatore di parentesi

- Stiamo per chiudere.

Il richiamo, poco più di un sussurro, era stato preceduto da un lieve colpetto di tosse, con il quale l’uomo dietro il bancone aveva attirato l’attenzione dell’unico cliente nel negozio. Questi sobbalzò, come se fosse stato sorpreso da un colpo di cannone, ma rimase in silenzio.
Era entrato mezz’ora prima dell’orario di chiusura, dopo aver fatto diverse volte su e giù lungo il tratto di strada, dove l’anonima porticina vetrata di alluminio dorato dava accesso alla “bottega della sintassi”; ogni volta aveva lanciato un’occhiata furtiva all’interno, cercando goffamente di non farsi notare, alla ricerca di un momento in cui la pur rara clientela fosse assente del tutto.
Il proprietario l’aveva notato ben prima che si decidesse, ed aveva capito al volo con chi aveva a che fare: ormai riconosceva al volo quel tipo di clienti. Quell’uomo non faceva eccezione: impacciato, di mezz’età, vestito con una certa leggerezza, ma non sciatto, a suo modo elegante. Entrando, gli aveva rivolto un cenno cortese ed un germoglio di sorriso, che non era sbocciato, e si era messo subito ad osservare gli scaffali degli aggettivi e degli avverbi, con l’aria di chi abbia un’idea precisa di cosa gli serve, ed intenda cercarlo per conto suo.
L’aveva lascito fare: dopo anni, aveva capito come trattarli, quei tipi li. Per prima cosa, bisognava rispettare i loro tempi; poi però, quasi sempre, ci voleva un aiuto, qualcosa che li costringesse a rompere il guscio. A fare la domanda che avevano incastrata in gola.
- Se vuole dirmi di cosa ha bisogno, sono sicuro di poterla aiutare.

Lui sobbalzò di nuovo: - Io… stavo solo… - iniziò, interrompendosi subito.
Il negoziante gli rivolse un sorriso sincero: - mi dia retta, se chiede a me sarà più facile: faccio questo mestiere da tanti anni.
Il labbro inferiore del cliente iniziò a tremare. L’altro gli si avvicinò, continuando a parlare con voce suadente, mentre lo fissava negli occhi, come un incantatore di serpenti: - Mi lasci indovinare. Sono i congiuntivi, forse? O le costruzioni impersonali? Oppure – sibilò, stringendo le palpebre e riducendo la voce ad un sinistro bisbiglio – i periodi ipotetici?
Incapace di sostenere lo sguardo del negoziante, ormai a pochi palmi dal suo viso, l’altro chinò il capo e mormorò, ai limiti dell’udibilità: - niente di tutto questo. Non ho problemi di forma o di grammatica.
Nonostante le cose stessero andando come aveva previsto, il vecchio venditore sentì il cuore palpitare nel petto; si sforzò di controllare la propria emozione e di mantenere inalterato il tono della voce.
- Allora, cosa la porta nella mia bottega?
- Io… ho sentito delle voci, in giro. Voci su articoli… speciali, che lei riserva soltanto ad una clientela selezionata.
- Le voci sono spesso inaffidabili.
- Non in questo caso – rispose l’altro, parlando in fretta. Poi sembrò abbandonare d’un tratto il suo atteggiamento irresoluto:  – Ad ogni modo – riprese, alzando lo sguardo e la voce – quello che mi serve non è un articolo che si possa trovare in un negozio qualunque.
- La “bottega della sintassi” offre solo il meglio, signore.
- Mi ha capito, non è vero?
Il vecchio rimase immobile per qualche istante, poi all’improvviso si allontanò da lui, raggiungendo la porta. Aveva una buffa andatura irregolare, che dava alla sua camminata un aspetto goffo e sincopato, come quella di un papero.
 - L’ora di chiusura è passata – annunciò mentre armeggiava con la saracinesca, che si abbassò con un clangore stridulo e lamentoso, fermandosi a metà. Poi rimase lì, in attesa eloquente. Il cliente continuava a guardarlo, senza decidersi ad uscire.
– Devo chiudere – disse ancora il negoziante; poi, con un sospiro rassegnato, lasciò andare la saracinesca che finì di precipitare rumorosamente su sé stessa.
– Potrei avere qualche articolo speciale da mostrarle, di là.

Il retrobottega assomigliava ad un cunicolo di miniera, scavato nella roccia viva; dalle parete irregolari e grossolane grondavano grosse gocce di condensa, aumentato l’illusione di trovarsi nelle viscere della terra, invece che a pochi isolati dalla piazza principale della città. Una fioca luce arancione, dal vetro sporco e annerito, gettava ombre indistinte sulle facce spigolose del muro, creando illusioni di chiaroscuri fra le quale si annidava un impressionante numero di scatole di tutte le dimensioni.
Erano molto diverse dalle confezioni ufficiali approvate dall’Accademia Letteraria, eleganti e regolari, esposte ordinatamente nella parte anteriore del negozio: quelle, che si potevano trovare nelle decine di botteghe letterarie, erano piccoli rettangoli in plastica scura, avvolti in uno strato fine di cellophane. Asettiche, impersonali, dall’aspetto austero e un po’ triste, prive di qualunque variazione sul tema; venivano contraddistinte solo da un piccolo simbolo grigio pallido, che ne indicava il settore: aggettivi, verbi irregolari, consecutio temporum… I meccanismi di base, pura e semplice grammatica, al massimo qualche raro elemento di sintassi: niente che andasse oltre le esigenze espressive del cittadino comune, al quale non erano necessarie formule più complesse o ricercate di quelle proprie del linguaggio tecnico e commerciale.
In quell’antro, invece, il cliente aveva davanti agli occhi un campionario variegato e insolito: le scatole, diversissime l’una dall’altra per forma e dimensioni, portavano impresse a caratteri vividi l’indicazione del contenuto. Gettate qua e là, apparentemente alla rinfusa, giacevano nell’angusto ambiente un’accozzaglia di cornici narrative, figure retoriche e metafore. C’erano grosse ceste di lemmi desueti, pile di ossimori, mucchi disordinati di arcaismi e subordinate; lunghe circonlocuzioni penzolavano dal soffitto, come elaborate collane. Il venditore si fece largo a fatica in quella confusione, arrancando verso un punto dove il cunicolo si allargava di qualche metro, concedendo lo spazio per due sedie ed un rozzo tavolino. Liberò le sedute da un cumulo di colpi di scena, ammucchiandoli con noncuranza sul pavimento, e si sedette, invitando il suo avventore a fare lo stesso.
- Allora. Vuole finalmente raccontarmi il suo problema?
Parlava con tono allegro ed appariva del tutto a suo agio in quel luogo surreale, come se fosse inconsapevole del rischio che correvano entrambi.
- Io… - attaccò l’uomo, prendendo coraggio – Io parlo troppo. Voglio dire… a volte ci sono dei pensieri, delle considerazioni, che non vorrei manifestare all’esterno.
- Capisco. E le succede spesso?
- Continuamente. In ufficio, al parco, con i miei figli… persino quando parlo nel sonno, al mio risveglio, mi accorgo che desidererei non aver riferito ogni particolare di ciò che mi è passato per la mente.
- Potrebbe trarre giovamento da un trattamento neuroinibitore, lo sa? A differenza di quello che c’è qui, è una procedura del tutto legale.
- No.
- Non ci aveva mai pensato?
- Voglio dire: no, non mi interessa. Voglio tenere i miei pensieri, ma senza essere costretto a rivelarli agli altri. Uno spazio privato, dove trattenere una parte di quello che ho in mente: approfondirlo, elaborarlo, magari scartarlo, invece che condividerlo immediatamente.
- Quello che cerca è una grave violazione del Codice di Socializzazione, se ne rende conto? – Assumendo un tono ampolloso, recitò a memoria un brano: - “L’uomo socialmente cooperativo condivide con la collettività ogni pensiero, impressione ed esperienza significativa, interagendo con gli altri individui attraverso commenti, condivisioni e segnalazioni di gradimento”. Il pensiero è pubblico, amico mio. Non ci sono spazi personali.

Mentre ascoltava, il volto dell’uomo si era fatto cupo: - Perché ci fanno questo? – domandò, con il tono affranto di un bambino smarrito. – Conoscono già ogni dettaglio delle nostre vite, controllano i canali sociali, l’entertainment, l’economia, la ricerca scientifica: perché hanno bisogno anche dei nostri pensieri?
Il vecchio si strinse nelle spalle: - Non c’è limite al controllo assoluto, per chi lo esercita. È sempre stato così: non si è mai abbastanza sicuri.
- Mi aiuti, la prego.
Lui gli rivolse un sorriso triste e stanco. Si alzò con fatica: all’uomo sembrò che quel bizzarro spacciatore fosse molto, molto più vecchio di quanto aveva pensato fino a quel momento. Con la sua buffa andatura ondeggiante, raggiunse un piccolo scrittoio, poggiato in una nicchia di roccia. Armeggiò con uno dei cassetti e ne trasse un piccolo sacchetto di cuoio scuro, con l’imboccatura trattenuta da un nastro dorato. Lo soppesò per qualche istante, poi allentò il cordino e fece scivolare il contenuto sul palmo della mano aperta. Davanti agli occhi esterrefatti del cliente, una miriade di archetti regolari luccicava alla luce incerta del sotterraneo: li osservò per alcuni istanti, poi fece di nuovo scivolare i piccoli oggetti dentro al sacchetto, lo richiuse e lo pose all’uomo in attesa.
- Queste… queste sono… - balbettò l’altro, mettendosi in tasca il sacchetto con un gesto meccanico.
- Sì, esatto: sono parentesi. Ce ne sono diverse migliaia, ma dovrà usarle con parsimonia, perché non potrà tornare mai più a rifornirsi da me.
- Come sarebbe?
- Sono le mie regole. Appena lei sarà uscito di qui, questo posto cesserà di esistere, ed io mi trasferirò altrove, per ricominciare da capo.
- Non capisco: se non si fida, allora perché…
- Faccio così ogni volta. La fiducia non c’entra.

L’uomo non rispose. Incapace di trattenersi, estrasse la piccola borsa e ne allentò il legaccio. Un delicato intreccio di minuscoli archetti luminosi gli si rovesciò lungo il palmo della mano: serrò le dita, temendo di farle cadere. Il vecchio gli si avvicinò sorridendo - Ci vuole un po’ di pratica, all’inizio, ma non si preoccupi: sono molto resistenti. – Con gesti cortesi, iniziò a spingerlo lungo il passaggio, verso il locale principale, e poi oltre l’uscita.
- Si ricordi soltanto di usarle in coppia – aggiunse, mentre sollevava la saracinesca; all’esterno, il crepuscolo era ormai inoltrato.
- Sì. Certo. Me ne ricorderò.
- Bene. Le auguro…
- Un momento! Che sciocco, mi perdoni… non le ho chiesto del pagamento.
- Oh. Nessun problema, davvero. Questo articolo è gratis.
- Come sarebbe? Lei corre dei rischi, questi oggetti…
- Non si preoccupi: ho il mio ritorno. Conosco bene questo mestiere.
- Come vuole. Allora…
- Addio, amico.
- Addio.

Si incamminò di buon passo, dando le spalle alla bottega e al suo ingresso dimesso. Dopo qualche istante gli giunse il rumore della saracinesca che si abbassava. Prima di svoltare, in fondo alla strada, si girò a guardarsi indietro: il profilo tozzo dei palazzi del centro nascondeva alla vista ogni particolare. Le insegne e le vetrine si susseguivano ininterrotte, senza che nulla potesse rivelare il posto dove era stato. Guardando quell’angolo di città, in quel momento, avrebbe potuto pensare di aver sognato ogni cosa. Si avviò, infilandosi la mano nella tasca, per stringere il sacchetto con le parentesi: avrebbe dovuto trovare il modo di nasconderlo.
La strada era illuminata dalla luce fioca dei lampioni. Coppiette e gruppi di adolescenti passeggiavano lungo il canale, impegnati in allegre conversazioni virtuali; dietro gli occhiali virtualizzatori, i volti dei passanti erano illuminati dal riverbero degli schermi sociali.  Si avviò verso casa, consultando il percorso sul piccolo monitor di navigazione delle lenti a contatto: era ancora ad una decina di isolati quando sua moglie chiamò.

Come sei finito laggiù, così lontano da casa? Echeggiò la voce di lei, irrompendo senza preavviso nella sua mente.
Sono quasi arrivato: prepara pure la tavola.
E cosa fai in giro a quest’ora? Con chi sei stato?

Ho fatto soltanto un giro in centro, uscendo dal lavoro: non ho incontrato nessuno. (E, in fondo, non sono del tutto sicuro che si tratti di una bugia).