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lunedì 3 novembre 2014

La rete (terzo pezzo facile)

Proseguendo la nostra chiacchierata a puntate sul tema dell'importanza della descrizione in narrativa (qui trovate gli altri post), oggi è la volta di un racconto, nel quale l'elemento descrittivo si trova ad assumere una dimensione crescente, fino ad occupare l'intero spazio narrativo. Sarà proprio la percezione sensoriale del protagonista a condizionare le sue azioni e a decidere il suo destino.  Ah, per chi avesse seguito gli altri post, lo schema di questo pezzo è "acqua - vista - ossessione". Buona lettura.



Dalla fine dell’estate navigavamo alla foce del Meronte, uno specchio placido di acque limacciose. Escludendo il ritmico vibrato del motore, la barca scivolava nel più assoluto silenzio. A poppa l'acqua si comportava come un fluido viscoso, nel quale sia stato immerso e poi ritirato un cucchiaio, che torna a comporre con riluttanza la propria continuità; la scia dell’elica apriva una ferita liquida, la cui cicatrice si intravedeva a lungo, un solco più scuro nel nastro verdognolo srotolato al centro della pianura sconfinata.

Fin dalle prime ore di navigazione, pregustavo già l’esaltazione della scoperta e la gloria che sarebbe seguita al nostro successo. Vivevo per quell’istante, che si avvicinava un beccheggio dopo l'altro, quando, alla fine del viaggio, i nostri occhi avrebbero sollevato il velo dell’ignoto; per quello eravamo salpati, carichi di viveri e degli strumenti per la spedizione che avrebbe dovuto risalare il corso principale, fino alle sorgenti, ancora sconosciute, del grande fiume.
Noi esploratori, in quella fase, non avevamo alcuna incombenza: passavamo il tempo a guardare il fiume e respirarne gli odori. Nonostante l’insofferenza all'inattività, quel periodo di ozio forzato si era rivelato foriero un inusuale richiamo introspettivo, che mi spingeva ad indulgere nella contemplazione del ritmico sciabordio delle piccole onde lungo il fianco lucido dell'imbarcazione.
Le ore centrali del giorno mi trovavano immobile, appoggiato ad un punto preciso del parapetto di babordo da dove, per la sua particolare angolatura, era possibile scorgere magnifici riflessi lenticolari del sole sull'acqua. La costanza e la precisione della loro configurazione mi colpiva: era come se una grande rete di luce fosse stata gettata a galleggiare nel fiume da un pescatore invisibile. Tuttavia, a differenza dell’oggetto a cui lo paragonavo, quel reticolo scintillante anziché mimetizzare la sua presenza sembrava farsi ogni giorno più abbacinante e suadente, monopolizzando sempre di più la mia attenzione.

Ben presto la mia vista ne fu resa del tutto schiava: le linee dorate mi stampavano solchi indelebili sul fondo degli occhi, tanto che il disegno generale del reticolo vi rimaneva impresso e sempre più evidente, sovrapponendosi alle altre immagini che li colpivano. All’inizio tale illusione si manifestava soltanto sullo sfondo di una parete spoglia, o nel biancheggiare di una pagina vuota del diario della spedizione, quando sotto la data del giorno riportavo, con noiosa diligenza, l'identico contenuto del rigo superiore: “in navigazione; nessun fatto di rilievo”.
In seguito la sua presenza divenne costante, offuscando il consueto scenario della barca e dei suoi occupanti. Ciò avveniva in maniera più marcata dopo il calar del sole; il buio delle notti ancora temperate dell'ultima estate iniziò a popolarsi, con sempre maggiore intensità, della riproduzione di ciò che continuavo a fissare di giorno. L'assenza di distrazioni luminose mi consentiva di proiettare il mio reticolo sullo sfondo di un cielo discreto e immobile. Di notte, contro la volta celeste, non influenzata dal moto ondoso, mi apparivano chiari i particolari di quella riproduzione impressa nei miei organi di senso, che mi era invece impossibile cogliere direttamente. Così vidi con certezza che in quel curioso oggetto illusorio vi era nascosto un preciso significato.  

Ricordo che mi colpì subito il pensiero di quanto fosse bizzarro, il fatto che soltanto fissando un simulacro, impressione sensibile della realtà, riuscivo a definirne l'aspetto sostanziale. Tuttavia la profondità della rivelazione a cui ero stato così fortunosamente destinato mi era ancora in larga parte sconosciuta: c'era un disegno intelligente, ma la sua natura più intima continuava a sfuggirmi.
Sebbene i miei sforzi per decifrare lo schema e i suoi dettagli procedessero con crescente rapidità, infatti, mi trovavo in un circolo vizioso: ogni nuova intuizione, che mi rendeva sensata la disposizione di quelle linee sovrapposte, portava con sé la consapevolezza di un nuovo e più profondo livello di significato, il quale rendeva evidente la presenza di altre associazioni, intersezioni, simmetrie, che andavano catalogate, verificate, confrontate con quello che avevo già compreso. Come in quelle diaboliche costruzioni della matematica, nella quale lo schema generale si ripresenta ingrandendo una qualunque delle sue parti, e così via senza fine, allo stesso modo avevo dinanzi una sorta di frattale fatto di luce, dove le linee e le onde assumevano sempre diverse varietà di valori, sensi e significati, la cui successione sembrava incapace di concludersi.
Stordito da quell’abisso, tutto me stesso ne era risucchiato: via via che si restringano le mie percezioni, ormai focalizzate soltanto sull’abbacinante mistero visivo, anche il pensiero della spedizione e dell’agognato successo perdevano attrattiva. La prospettiva di associare il mio nome ad una scoperta geografica, sia pur di primaria importanza, risultava adesso insignificante: quanto più complessa e grandiosa era la geografia di ciò che io solo vedevo! Inoltre, mentre la mia intelligenza del disegno luminoso si approfondiva, conducendo il mio pensiero sempre più all'interno del labirinto di significati ed interazioni fra le sue parti, tanto più mi era difficile estrapolarne un sunto esprimibile a parole,  comprensibile a chi non si trovasse anche lui nella possibilità di osservare quel che io vedevo, dalla medesima angolazione.

 Credo che già da tempo tutti i miei compagni sospettino della mia sanità mentale:  trascorro le ore del giorno in una contemplazione quasi interrotta delle placide acque fuoribordo. Il resto del tempo, dopo il tramonto, lo passo a fissare il vuoto, dove per i miei soli occhi splende ciò che io soltanto sono in grado di comprendere.
Sebbene mi sia, come ho detto, distaccato progressivamente dalla realtà, infine mi sono reso conto di qualcosa che mi provoca una profonda inquietudine. È una sensazione che galleggia da giorni, ai confini della percezione, lottando per attirare ciò che rimane della mia attenzione cosciente. Temo di non essere più io, ad esplorare il disegno: invece è lui ad osservarmi e il suo sguardo di luce mi trapassa. Qualcosa – qualunque cosa lo componga – si è accorto di me. Ha sentito il mio sguardo ed è entrato da lì, piantando gli aculei in profondità nella mia mente. Lo so, perché da pochi minuti ha iniziato a tirare: mi dibatto, tento di resistere, ma so che è troppo tardi.

Mentre salgo in piedi sul parapetto della barca, avverto a malapena le grida dei miei compagni, che cercheranno invano di trattenermi, prima che spicchi il balzo verso quella strana chiazza di luce.
La cosa che sta per uccidermi: vorrei spiegare loro tutto quanto, metterli in guardia, ma non c’è tempo. L’acqua è gelida e turbolenta: la placida superficie del fiume è solo un’altra illusione.
Finalmente capisco perché il disegno mi era sembrato tanto simile ad una rete da pesca.