Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

mercoledì 26 novembre 2014

Supplemento di pena

07 di Ret 'I
Sono sveglio da poco e mi manca Medula. Ho sognato le colonne di luce che bucano il fogliame, e le acque profonde, tinte di smeraldo, che scorrono sotto le gallerie degli alberi; i ricordi sono strazianti. Appena uscito dalla bolla, ho scoperto quanto è difficile abituarmi a questo corpo pesante, alle frenetiche contrazioni delle sue viscere molli e alla sua prospettiva, che cambia in continuazione; forse è per questo che la città dei Ped Wick mi sembra ancora più orribile di come l'avevo immaginata. Quaggiù è uno schifo.

00 di Ret' k
All’inizio del nuovo balin mi sono spinto fin sulla soglia del mio provvisorio rifugio, un minuscolo anfratto sotterraneo che si estende per un breve tratto intorno alla bolla di stasi, ormai quasi del tutto riassorbita. I residui del portale, tramite cui il mio spirito è giunto in questo luogo, mi riportano alla spaventosa verità: sono stato esiliato, bandito. Tramutato in questa mostruosità semovente, scaraventato all’inferno. L’aria vi ristagna malsana: l’odore di muffa stordisce i sensi, ma non riesce ad annullare la presenza di miasmi ancor più penetranti, provenienti dall’ambiente esterno. I suoni, invece, giungono attutiti e confusi; in qualche modo, lontano e triste, mi ricordano le armonie orchestrali che le gocce d’acqua componevano cadendo lungo le scannellature della mia corteccia, quando vi fiorivano i muschi odorosi.
 Per esplorare aspetterò un periodo di buio: i Ped Wick sono molto meno attivi e il rischio di essere scoperto si riduce.  L’attività di quei mostri è frenetica, imprevedibile: emettono continuamente rumore, sembrano in preda ad un’eccitazione violenta e non conoscono pace. Se serve un tale incubo, per espiare le mie colpe, allora sono nel luogo giusto. 

01 di Ret' k
Mi sono preparato con cura, imparando a usare le zampe piuttosto in fretta: forse l’istinto di un demonio non ha abbandonato del tutto questo corpo, che possedeva di me. Ma non ero pronto a quello che c’è là fuori: ammetto che quasi preferirei marcire in questo anfratto puzzolente, prigioniero di una forma somatica aberrante, piuttosto che avventurarmi di nuovo là fuori. Non è soltanto per gli spazi angusti, o l'opprimente quantità di costruzioni realizzate con derivati minerali: c’è qualcosa di ben più sinistro in questi esseri rabbiosi, che vorticano furiosi nel loro mondo di cose morte, strappandosi l’un l’altro il poco Cibo-della-Vita che riescono a trovare.
La ricognizione è stata molto breve, un giro a corto raggio. Le strutture solide qui intorno sono totalmente inorganiche: la reazione di permovegetazione è quasi assente perché viene inibita con l’utilizzo di composti tossici ad alta efficacia. Nei pochi punti, delle pareti e dei pavimenti, dove la capacità di generazione della Vita è conservata, questa produce elementi del tutto inutili al metabolismo dei Ped Wick e, sospetto, persino dannosi. Nonostante i miei crimini, non ho potuto fare a meno di provare interesse per queste scoperte: se avessi avuto a disposizione tali osservazioni, forse non avrei… ma a che serve, pensarci adesso? Immaginare un altro passato porterebbe soltanto ad acuire le mie pene in questo luogo di tormenti.
Mentre esaminavo i residui di quei veleni, mi ha colto un senso di smarrimento e ostilità così violento che ho temuto di cedere al panico. Mi sono affrettato a rientrane nel rifugio, dove le Piccole Piante mi hanno avvolto con il loro calore: ho aumentato al massimo la luminosità perché potessero sintetizzare felici, incurante del consumo di energia. So che il loro conforto mi è stato concesso solo perché potessi sopravvivere più a lungo, prolungando la mia condanna, ma non importa: la serenità che emanano, la loro Vita, è comunque un’alternativa a questa follia. In futuro devo stare più attento, non posso permettermi di soccombere: sarebbe peggio della morte.  

07 di Ret’ k
Ci sono voluti tre balin perché trovassi ancora il coraggio di uscire. L’ho fatto portando con me alcuni germogli di Nut-Ha appena spuntati. La felicità e l’armonia del loro metabolismo mi hanno sostenuto, mentre affrontavo di nuovo quel luogo alieno. Li sentivo germinare, al sicuro nella  speciale placca che ho ancorata sul dorso: questo corpo infatti non si muove eretto, ma avanza su tutti e quattro gli arti tozzi.
Per tutto il periodo notturno ho spiato i movimenti dei Ped nell’edificio. Questo è una struttura solida, di forma geometrica regolare, isolata dall’esterno e organizzata in un certo numero di ambienti: cinque, forse sei. Gli esemplari viventi sono di sicuro quattro: due adulti in età fertile, con buon probabilità una coppia, e due piccoli, circa a metà del processo di maturazione sessuale. Le caratteristiche sono quelle tipiche della specie, sia dal punto di vista somatico che etologico: come di consueto, l’esemplare più anziano, che in questo caso è maschio, sembra essere addetto alla ricerca del cibo.
Osservarli mi fa schifo, ma non ho scelta. Forse c’è una via d’uscita dall’inferno: ne parlano i testi antichi e le cronache degli eresiarchi, il cui fardello mi lega alla mia condanna, ne tramandano la memoria. Si potrebbe ridere dello spirito grottesco del destino: la mia colpa contiene la chiave che può garantirmi una salvezza. Sono stato bandito da Medula per aver sostenuto che in questo luogo c’è ancora della Vita; adesso la mia unica possibilità di redenzione è dimostrare che avevo ragione.
C’è un posto dimenticato, un’oasi nascosta nel cuore del mondo inferiore, dove la Vita non ha abbandonato i luoghi della sua primavera, lasciandosi dietro la desolazione di un grigio labirinto. Ma per raggiungerlo devo uscire da questa tana, avventurarmi nella città, attraversare per intero l’incubo che hanno costruito. Tremo al pensiero dei luoghi che mi attendono: torrioni aguzzi di pietra innaturale, esalazioni pestilenziali, radiazioni mortifere, capaci di generare corruzioni sacrileghe nell’intimità stessa dei viventi. Ma devo farmi forza: allo spuntare del prossimo balin seguirò il maschio Ped, quando esce.

03 di Ret’ w
Ora capisco la ragione per cui, eoni or sono, noi vegetali, i Viventi, abbandonammo questo posto al suo destino! Contemplo motivi per i quali la legge, che ho violato, proibisce l’indagine, qualunque osservazione, ogni contatto con gli esseri da incubo che vi trascorrono le loro perverse esistenze. Un tempo noi trasferimmo le nostre spore coscienti in Merula, città degli Eterni, dei cui immensi giardini viventi siamo, allo stesso tempo, ornamento, cibo e abitanti: così scegliemmo di fuggire la degenerazione.  L’orrore di questo mondo inferiore mi è tutto intorno, il sole sorge mostrandomi la sua follia: l’aria appestata che scende in questi grotteschi organi respiratori è satura di morte, aggredisce le povere cellule animali fra le quali, come supplemento della crudeltà che dovrebbe redimermi, è ora costretto il mio spirito.
Arranco lungo una strada: oscena colata di bitume granuloso, incrostato di minuscoli cadaveri putrescenti – e la lurida carcassa in cui mi trascino è attratta dall’abominevole richiamo della loro corruzione! La percorro a brevi intervalli, con gli scatti rapsodici di queste zampe sgraziate, gettandomi da un riparo all’altro, finendo così da un orrore al successivo. Avidi recettori tormentano la mia coscienza con segnali blasfemi, oscene bestemmie organiche mi tormentano. La triviale lascivia dei neurotrasmettitori corrompe il mio spirito con il suo bestiale istinto, mentre il corpo mi assorda che le sue strilla di fame, impedendomi di concentrarmi sulla ricerca di un timido segnale di Vita che mi porti fuori da questo incubo. Non resisterò a lungo in queste condizioni…

 03 di Ret’ w – più tardi
Sono di nuovo in grado di marciare. Il mio ventre, gonfio di morte, gorgoglia e si contrae, spingendo una linfa densa e calda nelle viscide profondità di questo corpo, che ne trae energia. Eterni, oscurate la mia coscienza! L’orribile scempio che ho compiuto perseguiterà la mia intelligenza fino alla sua estinzione: da oggi per me l’oblio, l’annientamento, sarà misericordia.

03 di Ret’ r
Seriche forme filanti, appendici lievi di un cielo stellato, pendono ondeggianti nel fresco della sera: il balin si insinua con dolcezza del grembo caldo delle tenebre, trascinando nella sua pace l’eco gioioso della linfa, rigenerata e grondante di energia: così giunge l’ora del Connubio. Noi cresciamo per le amorevoli cure degli Eterni; abitiamo le loro pareti, fioriamo nell’intimità delle loro alcove, i nostri germogli decorano le loro mense. Animali sapienti, rendono omaggio alla sacralità della nostra esistenza, quando con dita sottili e delicate, dolcemente ci sfogliano, liberandoci a poco a poco dello strato esterno della nostra vegetazione. Si cibano solo di ciò che da noi stessi, nell’esuberanza del nostro amore vegetale, prorompe in eccesso: e mentre con l’arte antica della Permacoltura rendono omaggio a quel dono, dando nuova grazia alla forma dei nostri rami, nobilitano il loro metabolismo con la nostra materia vegetale, assimilandone la virtuosa essenza in quei loro templi corporei, mai violati dalla carne morta.
Un violento singulto degli intestini mi riporta in questa lercia spoglia, che fra miasmi e spinte convulse espelle la sua putrida scoria fecale. Oh, Merula, eterna, perfetta simbiosi: per che cosa ti ho perduta!

00 di Wa’ zi
Ho quasi smarrito la ragione, ma non il senso del tempo. Un intero Ciclo è passato da quando sono qui; le Piccole Piante sono morte ormai, lasciandomi del tutto solo. Senza il loro sostegno la bestialità di ciò che sono diventato ha il sopravvento, e non si contano le opere abiette che ho compiuto.  Ora la mia condanna è stata eseguita: sono un reietto, lo resterò in eterno. Ho compreso che non esiste redenzione, all’inferno; nessun cammino può condurre altrove, se non più a fondo nell’abominio.
Ma l’eco della Vita, infine, è giunto ai miei sensi bestiali. Anche in questa forma corrotta, l’ho riconosciuta: una nota di cristallo in mezzo al sordido rimbombare di questo tanfo. Tanto possente la sua armonia, così struggente il ricordo, che ho trovato la forza che mi mancava. Ho pianto, mettendomi in cammino, spingendomi avanti fino allo stremo delle forze. La luce che mi guida mi consente di ignorare la fame, i crampi, le ferite, il disfacimento della spregevole forma in cui abita il mio spirito.

Sono giunto all’Oasi: assediata dall’asfalto, dimenticata dai Ped-Wick, nella piccola serra dai vetri sfondati c’è ancora una Forma Vivente. Entro, trascinandomi a malapena e la contemplo. Assorto nella sua solitaria maestà, lo sguardo imperfetto dei miei occhi di ratto è abbagliato dall’umile splendore.

Sbavano le mascelle rabbiose, raspano le unghie, in questa terra sabbiosa, serpeggia convulsa la mia coda. Organi fetidi, assillati dall’idea del cibo, incapaci di comprendere cosa significhi vivere: morite! Io vi maledico. Fra gli spasmi del mio corpo agonizzante, mentre tutto si oscura, davanti a me la luce del tramonto splende sull’ultima rosa del mondo inferiore, fiorita nell’inferno di cemento.