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lunedì 17 novembre 2014

Variabile umana - scegli la tua avventura

Questo racconto è la prosecuzione del Meme "scegli la tua avventura", comparso qualche giorno fa sul coniglio. Oltre a questa conclusione, potete trovare altre varianti nel post originale. E, naturalmente, potete inventarvi il vostro finale!

Al di là dei riflessi opachi e freddi della cupola biancheggiavano le sponde dell’oceano; le acque cobalto della baia ne lambivano la riva a brevi intervalli, con carezze viscose. Fra le pieghe di velluto denso della superficie luccicavano agli imprevedibili scoppi di luce violetta della vecchia Ritelgeuse. Il riverbero di quei bagliori rimbalzava, come un’eco istantanea, sulle travature del Braccio verticale dell’astroporto. Visti dal basso, i tralicci che lo componevano salivano perpendicolarmente all’orizzonte, formando il tronco metallico di un albero ciclopico, piantato fin nel cuore del pianeta. Una selva di diramazioni laterali si staccava dalla struttura principale e da ognuna di queste germogliavano a loro volta numerosi altri segmenti, in una serie di molti ordini di ramificazioni. Dalle più piccole appendici terminali, ciascuna grande dieci volte un uomo, le navi spaziali pendevano come frutti maturi.

Miriadi di vascelli, un numero forse incalcolabile, ma di gran lunga inferiore a quello delle stelle verso cui erano rivolte le loro prue affusolate, la dove la razza umana aveva osato per prima spingere lo sguardo. Le sagome tozze dei grandi cargo oscuravano con ombre nette e spigolose gli ovali dei caccia da perlustrazione, cento volte più piccoli, scintillanti per il riverbero azzurrognolo delle luci di posizione. Tutto intorno a quei colossi del cielo ondeggiavano, come altrettanti satelliti, veicoli da esplorazione, aggraziate navi di linea, che contrastavano con le aguzze e sinistre fusoliere degli incrociatori da battaglia. A loro volta, le gigantesche astronavi da carico scomparivano al cospetto della mole titanica delle Arche planetarie, attraccate alla parte terminale del Braccio, che incombevano su tutto sfidando ogni legge di prospettiva con le loro dimensioni incomprensibili.
Nella rotazione asincrona, che assicurava alle varie sezioni dell’immensa struttura la possibilità di disperdere il carico statico, le sfere contenenti i mondi artificiali passavano alternativamente sopra alla porzione di cupola dove si trovava Jonas, come piccole lune punteggiate di luci.
Nel momento in cui l’ombra ricoprì ogni cosa, il veterano sollevò lo sguardo dalla propria tazza di caffè, ormai freddo, pensando che stava aspettando Lucille già da cinque rotazioni: ma quella che aveva oscurato il cielo freddo di Ritelgeusille non era un’Arca. Prima che potesse realizzare l’immensità di ciò che stava accadendo, la luce lo avvolse, ed ogni traccia di pensiero coerente si dissolse nell’abbacinante eco elettromagnetica dell’unica esplosione, che aveva scomposto, in una frazione di tempo di brevità incomprensibile, tutta quella porzione di universo nelle sue particelle elementari.

A quel punto, come ogni volta, Eleanor si svegliò.

***

Si sollevò sui gomiti, fermandosi un poco per dominare la lieve sensazione di vertigine, e infine si mise seduta. Dietro la schiena percepiva i delicati movimenti del suo giaciglio, che accompagnava con premura gli spostamenti del suo corpo. La Camera del Risveglio non era cambiata. Non cambiava mai.
Quando giunse al parco, invece, il luogo le parve non più che vagamente familiare; solo successivamente, dopo che ebbe attraversato il grazioso ponticello arcuato che collegava le sponde del canale, e percorso un sentiero serpeggiante fra antiche sequoie, si rese conto che quegli enormi tronchi, pur essendo cresciuti di diversi metri, appartenevano agli alberi che conosceva. Passando vicino al più grande, vi cercò la piccola targhetta argentata sulla quale, molti secoli prima, tutti insieme avevano inciso le loro iniziali. Sorrise a quelle tre coppie di lettere, ancora visibili sulla superficie ormai opaca del metallo, e proseguì con decisione verso il centro dell’isolotto.
Anche il piccolo tempio non era cambiato: alcune delle piante che ne ombreggiavano la facciata non le riconosceva, ma le aiuole che ne contornavano la mole chiara, tutto intorno al colonnato, avevano rimaste identiche a come le ricordava.
Il droide giardiniere la vide di lontano e si sollevò dal suo lavoro per venirle in contro con premura. Aveva movimenti fluidi ed eleganti, che contrastavano con l’incedere scattoso e impacciato di lei, che aveva le membra ancora anchilosate dalla lunga animazione sospesa.

- Buon Risveglio, madame Eleanor.
La voce dell’automa era calda e profonda. Lei gli rispose con un rauco gorgoglio, scoprendo quanto le fosse difficile ricominciare a parlare. Alla fine, riuscì a chiedergli qualcosa del suo lavoro. Un lampo di eccitazione sembrò passare sui lineamenti inespressivi del giardiniere, che si affrettò a condurre la ragazza in una breve visita del giardino. Più tardi, dopo aver riflettuto a lungo, Eleanor avrebbe concluso che quel fugace mutamento, colto sul volto del robot, era stato solo il frutto di una suggestione, alimentata dal desiderio di individuare in lui una gioiosa reazione umana, e ne avrebbe ricavato, con dolore, la misura della profondità della propria solitudine. Per il momento, la giovane si godeva i morbidi colori soffusi delle piante da fiore, e lasciava vagare i propri sensi nel dolce andirivieni di aromi sfuggenti, che con delicata insistenza solleticavano i confini della propria percezione, contribuendo al risveglio dei suoi sensi. Le parole del giardiniere le giungevano di lontano, si mescolavano all’allegro gorgogliare del ruscello, echeggiando nella sua mente come un canto eccitante, che induceva alla gioia.
Sapeva che tutte quelle premure, l’incanto del luogo, erano meri elementi della procedura di riavvio neurosensoriale, per l’esecuzione della quale il robot era programmato: ma lei provò ugualmente una profonda gratitudine. All’improvviso, fu del tutto presente a sé stessa, e domandò di Lucille.

Come si era aspettata, la trovò china sulle sue rose, nella parte più interna della serra, al centro del giardino. Quando vi erano entrati, il robot era rimasto fuori dall’elegante struttura di vetro, le cui nervature di acciaio serpeggiavano verso l’alto, sostenendo la cupola come un elaborato intreccio di rami. La donna le dava le spalle; i suoi lunghi capelli color del rame erano sciolti e le contornavano la figura sottile, ricadendole ai lati delle gambe accovacciate. Udiva la sua voce esprimersi in un canto leggero, la cui eco cristallina sembrava far risuonare le alte vetrate di una misteriosa vibrazione acutissima; le sembrò ancor più giovane di quanto ricordava, e molto più fragile.
Come sempre si abbracciarono a lungo e, all'inizio, parlarono poco. Lucille le domandò dei suoi sogni ed Eleanor le raccontò ancora della Caduta, di quello che lei, a differenza degli altri due superstiti all'interno della Arca di Salvezza, riusciva a ricordare. Sapevano entrambe che quelle immagini, più simili ad una visione che ad un vero ricordo, non erano del tutto reali: se lo fossero state, Lucille stessa sarebbe morta nell'annichilamento dello spazioporto. Ma erano l'unica testimonianza di ciò che era accaduto.  
Alla fine, la ragazza aveva ripreso a cantare e a prendersi cura delle sue piante: nonostante l'eccellente lavoro del giardiniere, c'erano molte cose da sistemare. Eleanor restò in silenzio, a contemplare la figura e la musica della giovane donna, per quasi tutto il lungo pomeriggio dorato. L'intensità della luce iniziava a scemare, trascolorando in un triste velo di indaco che dipingeva i riflessi sulla serra. Un'ombra più cupa passò davanti al viso della ragazza e solo allora lei sembrò ricordare ciò che le premeva fin dal risveglio, in quella prima giornata fuori dalla sua alcova. Così parlò di nuovo,  per la prima volta dopo molte ore, e le chiese se Jonas si fosse svegliato.
Quando lei si voltò, poté leggere la risposta nei suoi occhi. Erano occhi pieni di tristezza.

***

- Così le rose non crescono più all’aperto?
La domanda sembrò restare sospesa nel buio. Eleanor non si stupì di quell’attesa: sapeva che il robot giardiniere, nonostante la rapidità del suo cervello cibernetico, amava il silenzio. La notte, appena calata, era quieta: il bosco attorno al piccolo tempio era immerso nella più totale assenza di suoni. In alto, al di là dello spessore di cristallo che avvolgeva ogni cosa, fredde stelle sconosciute volteggiavano seguendo la rotazione dell’Arca di Salvezza. Lei si alzò in piedi, camminò brevemente sull’erba umida e tornò a sedersi, il capo quasi poggiato alle gambe dell’androide.
- Non avviene da molto tempo, miss Eleanor. Quasi ottant'anni fa, la temperatura si è abbassata.
Solo in quel momento la ragazza si rese conto che in quei giorni, da quando si era svegliata, aveva sentito molto più freddo del solito.
- Come è possibile?
Nell'oscurità, era impossibile dire se lui si fosse stretto nelle spalle.
- Un malfunzionamento, forse, anche se il sistema non ha comunicato niente: un calo generale di efficienza dei sistemi di mantenimento è possibile, a questo stadio della missione. L'aumento del freddo avviene con regolarità, anche se molto lentamente.
Rimasero di nuovo senza dire niente: era l’ultima sera che trascorreva sveglia, per quel ciclo. L’indomani, prima del buio, il periodo di attività necessario al suo corpo per tollerare l’ibernazione sarebbe stato completato e l’Alcova l’avrebbe accolta di nuovo nel suo ventre caldo. Lei pensava con ansia al prossimo Risveglio, fra centocinquanta anni, e all'aspetto che avrebbe avuto quel loro piccolo mondo. Lucille aveva fatto bene a coltivare le sue rose nella serra: aveva sempre avuto un istinto particolare per proteggere ciò che le era caro. Forse era per questo, pensò senza volerlo, che era stata scelta per lui.
In alto, vicino allo zenit, lo splendore di una stella color zaffiro superava in intensità tutte le altre luci di quella parte di universo. Seguendola, Eleanor contò cinque rotazioni, prima domandare al giardiniere quello che non aveva ancora avuto il coraggio di chiedergli: sussurrò la domanda a fior di labbra, ma lui la udì perfettamente; le rispose subito, brevemente, e lei non fu capace di trattenere un tremito violento. Mancava poco all’alba.

***

Non era mai stata sull’altra sponda del canale, oltre la piccola isola-giardino. Da quella parte la vegetazione, più fitta e per niente curata, conservava intatta la sua natura selvaggia: nei secoli il droide aveva imparato a comprendere l’animo solitario di Jonas e ne aveva concluso che la sua opera, in quel settore dell’Arca, doveva limitarsi alla manutenzione indispensabile.
Nell’intricata selva era comunque ben visibile un sentiero, che si snodava sotto ai tronchi nodosi di larici secolari, circondato da un denso sottobosco scuro, gravido di muschio e di piccola vita. Mentre lo percorreva, odori pungenti colpivano le narici di Eleanor, trasmettendo alle sue viscere la presenza di qualcosa che aveva la solidità delle antiche pietre e l’improvvisa vitalità di un torrente selvaggio. La vista del guscio esterno di un’Alcova, lucida e incorruttibile, non cancellò il suo turbamento, ma lo rese più acuto: il portello esterno era aperto. Una piccola radura era stata ricavata in prossimità dell’accesso al macchinario; in quello spazio si trovava Jonas, seduto a torso nudo, intento ad osservare il proprio lavoro. Al suo fianco era posato un ceppo, sul quale era conficcata un’ascia. Tutto intorno, decine di ciocchi di legna giacevano spaccati, in attesa di essere accatastati. L’uomo non parve accorgersi della ragazza, fino a che non lei non gli fu giunta a pochi passi.
Quando quegli occhi acuti, mai quieti, frugarono i suoi, Eleanor sentì il corpo liquefarsi, le gambe diventare molli, come se all’improvviso quell’urgenza, quella passione murata sotto secoli di remissioni che l’aveva spinta fin lì avesse rotto gli argini, spalancando il suo corpo alla vita. Continuarono a fissarsi negli occhi, mentre lui l’afferrava, cingendole la vita e spingendola lentamente verso il basso con il peso del suo corpo muscoloso. Finché Eleanor, gemendo, non li ebbi chiusi.

***

Desidera qualcosa, Madame Eleanor, prima di che sigilli l’Alcova per il prossimo ciclo?
- Vorrei che mi raccontassi di nuovo la storia.
Anche se sapeva che era inutile, non poteva fare a meno di rivolgersi al neurocomputer a parole: si sentiva ridicola quando lui le leggeva i pensieri.
Non ci fu nessuna pausa, nemmeno quella minuscola esitazione che preannuncia l’inizio di un racconto.
Duemilacinquecento anni fa, la zona di spazio colonizzata dalla razza umana fu annientata da una forma non classificata di esplosione cosmica: gli elaboratori bordo, dai dati disponibili e dai ricordi degli occupanti hanno concluso che si trattasse di una forma mai studiata di stella di antineutroni.
Nel propagarsi dell’onda d’urto, ogni struttura composta di materia si è annichilata; questa Arca di Salvezza è stata lanciata automaticamente ai confini della zona interessata dall’esplosione, dalla porzione terminale dello spazioporto di Ritelgeuse, portando in salvo i tre tecnici addetti alla manutenzione. Non sono noti altri sopravvissuti, in nessuna parte dell’universo conosciuto.
Al fine di preservare la razza umana l’Arca è diretta verso un sistema planetario con caratteristiche adatte ad ospitare la vita umana: la distanza di quindici anni luce verrà coperta, alla velocità attuale, in duecentododicimila anni umani standardizzati. L’animazione sospesa e i periodi di Risveglio sono stati calibrati consentire la sopravvivenza e l’efficienza di tutti gli occupanti.

Il computer si fermò. Eleanor, malgrado tutto, se l’era aspettato.
- Prosegui, per favore.
Le informazioni seguenti sono classificate come potenzialmente dannose per l’emotività umana.  
- Prosegui lo stesso.
Per consentire la maggiore probabilità di sopravvivenza alla specie, è stato avviato un programma di assistenza biologica, selezionando la coppia da avviare a riproduzione in base alla fertilità delle due femmine a bordo e alle caratteristiche genetiche degli occupanti.

La versione iniziale di questo programma non è mai stata eseguita. 



Fine? No...