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venerdì 21 novembre 2014

Variabile umana - un finale nel finale

Questo post fa parte del meme #ScegliLaTuaAvventura, e prosegue un racconto che potete leggere per intero qui. Grazie a +iara R.M. per avermi chiesto di arrivare fino al... prossimo risveglio!

Era bello camminare nella neve fresca e Medor cercava di farlo, ogni volta che ne aveva l’occasione: raccogliere la legna nel bosco, ripulire il filtro dell’impianto di climatizzazione, foraggiare le bestie nella stalla. Per tutto il periodo dell’inverno, era sua qualunque incombenza che comportasse l’uscita dal piccolo rifugio, abbarbicato sul fianco di quella rupe scoscesa a picco su un lago senza nome.
Anche quel giorno, il giovane era stato all’aperto fin dal mattino: c’era da controllare un tratto del torrente, vicino alla piccola centrale idroelettrica, diversi chilometri a monte dell’insediamento, e rimuovere eventuali blocchi di ghiaccio dalle pale delle turbine. L’occasione per una lunga passeggiata solitaria, lontano da tutti.
Amava la compagnia degli altri, ma il suo carattere lo portava a cercare spesso la solitudine. Introspettivo e taciturno, godeva del selvaggio paesaggio intorno a sé come di un’opera d’arte: e quel mondo era un vigoroso diamante grezzo, dove splendevano vivide pennellate di luce selvaggia.
Era alto e magro, il corpo atletico, sempre pronto allo scatto. Quando correva, le sue gambe slanciate, su cui guizzavano muscoli sottili, volteggiavano sopra al terreno con tale rapidità che i piedi sembravano non toccare mai il suolo. Portava i capelli lunghi, ben oltre le spalle, e amava sentirli sbattere liberi nel vento, frustandogli il collo. Medor era figlio del mondo che l’aveva accolto, appena nato, al termine del lungo viaggio di cui non aveva memoria. Ogni cosa, come il torrente impetuoso lì accanto, che si apriva la strada nel grembo della neve vergine, gli trasmetteva una passionalità primitiva e dirompente, in risposta alla quale il ragazzo dilatava le narici, aspirando a fondo l’aria gelida e rarefatta, che lo inebriava. Allungò il passo, marciando a larghe falcate nel manto compatto, osservando i rari alberi sfilare  lungo la scia della sua celere andatura.

Il sole pallido, l’unico che lui avesse mai conosciuto, splendeva come sempre basso sull’orizzonte, dardeggiando raggi opachi, quasi argentati, contro il profilo delle cose: scintillavano i fiocchi di neve, le rocce, gli arbusti, in una sinfonia di riflessi mutevoli, come un gigantesco caleidoscopio incantato.
 D’un tratto un luccichio più intenso colpì l’attenzione del viandante, costringendolo a fermarsi e a stringere gli occhi per osservare meglio. Qualcosa risplendeva, colpito dal sole, a poche centinaia di metri, sul fianco della montagna, in un punto a mezza costa ricoperto di boscaglia. Qualcosa, come un presentimento, o vecchio ricordo, risuonò nella mente del giovane, costringendolo ad avviarsi da quella parte.

- È uscito da molto?
Lucille si voltò: come sempre, non lo aveva sentito arrivare. Guardò il suo uomo, quell’uomo che non l’aveva amata, ma si era preso cura di lei e del bambino. Era in piedi sulla soglia di casa, la mano scarna appoggiata allo stipite come se dovesse sorreggerlo: lei sapeva che la verità era un’altra, che era lui ad aver bisogno di sostegno. Gli sembrava ogni giorno più vecchio e più stanco.
- Meno di due ore. – rispose con un sorriso lieve, tornando a guardare l’imbocco del sentiero, dove risaltavano le orme lievi del ragazzo sulla neve compatta. – La strada per il generatore è lunga, non credo che tornerà prima di buio.
- Forse non tornerà.
Si voltò nuovamente, di scatto: - Come puoi dire una cosa del genere, Jonas?
- Verrà il suo tempo. Troverà ciò che lo attende, la sua strada: e allora, non tornerà.
Lucille trattenne un singhiozzo, controllò la voce e disse: - Sono certa che verrà per salutarci.
- No, Lucille, non lo farà. Anche se non conosce tutta la verità, sa che il suo posto, in questo mondo, non è con noi. Si ricongiungerà a lei, come prevedeva il programma originale.
- È una cosa… sbagliata. – sibilò Lucille.
Lui si strinse nelle spalle: - Non sta a noi, giudicarlo.
Senza attendere un’altra risposta, l’uomo rientrò in casa, lasciando sola la figura sottile e le sue spalle curve, scosse dai singhiozzi, circondate dai lunghi capelli bianchi. In silenzio, a poco a poco, era ripreso a nevicare.
Nell'aria calma del mattino, la donna aprì le labbra ed iniziò a raccontare la sua personale versione di un'antica fiaba del suo mondo: era consapevole che in quella nuova casa, per la loro minuscola umanità sperduta, non c'era più un vero confine fra la realtà e la fantasia.


L’avanzata era resa difficile da uno spesso strato di fango gelato: lì, in mezzo al groviglio di rovi, nemmeno la neve era riuscita a giungere al suolo. La vegetazione era diversa, in quel luogo: vi erano arbusti e cespugli che Medor non aveva mai visto, dai quali spiccavano ogni tanto i tronchi di giovani alberi dalle caratteristiche sconosciute. Addentrandosi ancora di più in quel fitto sottobosco, il giovane incontrava sempre più spesso l’ostacolo di vecchissimi cavi elettrici, grumi contorti di fili anneriti e bruciacchiati, abbarbicati intorno a pezzi di lamiera contorta, come i licheni sui massi. Da qualche parte, oltre il muro di fronde e rottami, l’oggetto che l’aveva attirato continuava a splendere nella luce radente del giorno: poteva quasi vederlo, ormai. Aveva una forma oblunga, come un piccolo disco molto allungato, e stava conficcato nel terreno, con un lato sprofondato nella terra ghiacciata, come un giavellotto piantato sbilenco.
Il metallo che lo componeva sembrava diverso da quello dei frammenti sparsi tutto interno: era perfettamente conservato e ancora lucido; quando il ragazzo finalmente vi giunse, lo trovò molto più caldo di quanto si fosse aspettato, in mezzo a quel gelo. Si fermò per qualche istante a riprendere fiato e, senza alcune ragione, iniziò a pensare a Lucille: quella donna, che non era sua madre, si era presa cura di lui dopo i suoi genitori erano… morti? Fuggiti? Non l’aveva mai scoperto. E non era sicuro che gli importasse poi veramente scoprirlo. Lei e Jonas erano la sua famiglia, e lui voleva bene ad entrambi. A parte il fatto che non c’era nessun altro, al mondo, a cui affezionarsi.
Forse a quell’ora la donna era già in pensiero: la luce scemava, sarebbe dovuto già essere sulla strada del ritorno. Ma c’era qualcosa, un rettangolo chiaro, appena percettibile, davanti a lui. Sembrava… Medor allungò la mano, verso un punto leggermente più luminoso, e l’Alcova lo sentì.

***
La luce giungeva dalle profondità dell’oblio: era assente da un tempo così remoto, che rendeva irreale quel sonno quasi eterno. Eppure qualcosa bussò alla mente di Eleanor. Le cellule, che da oltre duecentomila anni giacevano ibernate in stasi perfetta, iniziarono a fremere di vita, mentre gli inalterabili meccanismi cibernetici dell’Alcova intervenivano sul metabolismo molecolare e scandagliavano il DNA, riparandone le minuscole imperfezioni che i millenni, accumulandosi, avevano lasciato. Calore e impulsi elettrici si diffusero lungo le loro antiche vie, così rigenerate, e il flusso di energia riprese possesso di quel corpo, portandolo lentamente alla luce e alla coscienza.
Fu un processo rapido, se paragonato all’eternità di sospensione appena trascorsa dalla donna: un tempo immenso, durante il quale il suo corpo, inconsapevole, aveva fatto germogliare il seme della passione, e dato alla luce il suo frutto. Ma nell’istante, per quanto rapido, Eleanor sognò. Una voce lontana, che conosceva, narrava un’antica storia.

C’è un luogo, piccino mio, non lontano da casa, dove è naufragata la nostra stella. Laggiù le antiche piante dell’Arca sono germogliate in un bosco selvaggio. Un giorno tu lo troverai. Al di là di un intreccio di cavi, oltre un angusto passaggio ricavato fra le lamiere annerite e contorte, è nascosta una porta di acciaio splendente. Né le muffiglie, né le alghe striscianti possono corroderla. I denti aguzzi dei più  forti Trevox non riescono ad intaccarla.
Al di là della porta giace la bella Viaggiatrice Addormentata, in attesa del suo bacio d’amore

Turbata, la donna aprì gli occhi e si sollevò sul proprio giaciglio. Dietro la schiena percepiva i delicati movimenti del suo giaciglio, che accompagnava con premura gli spostamenti del suo corpo. La Camera del Risveglio non era cambiata. Non cambiava mai. No! Quella volta era diverso: ci vollero molti secondi perché gli occhi addormentati di Eleanor potessero mettere a fuoco l'immagine sconcertante del volto di un giovane, dai lineamenti scarni, gli occhi luccicanti di infantile eccitazione, che gli sorrideva da vicino.
Soffocò un grido di stupore; mentre nella sua mente stanca si faceva largo la sensazione che quel ragazzo avesse qualcosa di incredibilmente familiare, lui parlò:

- Ciao. Sono Medor. Sono il tuo principe.