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domenica 7 dicembre 2014

Et super hanc petram

- Raduna in fretta le tue cose, prete. Non c’è molto tempo.
Senza attende risposta, il massiccio cavaliere varcò la soglia della sacrestia e si avviò per l’ampio corridoio che menava al cortile del monastero. L’eco metallico della corazza, che risuonava al ritmo vigoroso dei suoi passi, riempì il silenzio nel quale Padre Gualberto affrettava i preparativi. 
Il vecchio sacerdote soppesò il cinturone, già ricolmo delle pergamene con gli esorcismi principali, e volse uno sguardo triste allo scaffale che conteneva i venti eleganti volumi delle Etymologiae di Isidoro da Siviglia. Sospirando, si chinò  a riempire la bisaccia: olio santo, unguenti, reliquie... niente che avrebbe potuto fare veramente la differenza, nell’imminente battaglia. Ma era tutto quello che aveva potuto preparare in così poco tempo. 
Di minuto in minuto, i suoi gesti si facevano più frenetici; il religioso si guardava intorno con rapide occhiate nervose: percepiva qualcosa, come un’ombra che oscurava i mutevoli bagliori delle candele sulle pietre scure. Inquieto, si caricò la borsa a tracolla e si affrettò a sua volta all’esterno, arrancando sul fondo irregolare del cortile sotto il peso del proprio fardello.
Nonostante la luce fosse ancora fioca, il Conte Eceno lo individuò subito e gli rivolse un cenno di saluto, sollevando il pavese, dall’alto del suo stallone corazzato.
- Ci siamo tutti – lo udì dichiarare, ottenendo l’istantaneo silenzio dei duecento cavalieri di San Giacomo che lo attorniavano, pronti a muovere ad un suo gesto. Uno di loro si staccò dal gruppo e avanzò al piccolo trotto verso il religioso, conducendo per la briglia un magro ronzino. Inespressivo e muto, il cavaliere restò attese mentre l’altro si issava con fatica in sella, poi voltò il suo destriero e tornò rapidamente in posizione.
- Andiamo – disse il condottiero.


Il gruppo si dispose in una doppia fila ordinata ed attraversò compatto il vasto cortile inzuppato di pioggia, passando in fretta sotto la cancellata. Fuori, la pianura declinava verso l’Adriatico e il delta del grande fiume: la bruma impenetrabile che avvolgeva l’orizzonte ad oriente era segnata da riflessi rossastri, che nulla avevano a che vedere con la luce dell’alba, ormai imminente. Giungeva, con la brezza fredda dei colli, un odore dolciastro di cose morte: tutto aveva un aspetto così innaturale da far accapponare la pelle, ben più dell’insolito freddo in cui era immersa la campagna emiliana, in quei giorni di mancata estate. Mentre la sua bestia arrancava rassegnata dietro al fiero gruppo di destrieri, padre Gualberto si rattristò nuovamente all’idea di lasciare incustoditi i suoi libri, recuperati rischiando la pelle in una necropoli maledetta sotto il cuore di Bologna.
 Una voce autorevole e fiera interruppe le sue cupe riflessioni. Silenzioso come lo stiletto di un assassino, il Conte lo aveva affiancato, attardando il passo della sua cavalcatura per adattarlo a quello del vecchio ronzino.  
- Siete riuscito a riposare, Padre? – gli domandò con rispetto il comandante di quel manipolo, a cui il sacerdote era stato costretto ad unirsi. Malgrado tutto, fu colpito dalla premura di quella domanda.
- Soltanto verso l’alba, per pochi minuti.
La bocca dell’altro si piegò in un sorriso compiaciuto:
- Con gli anni si impara a dormire anche prima della battaglia.
- Credete che si giungerà presto allo scontro? – domandò il prete, tentando inutilmente di mascherare la propria apprensione.
- Per la Triade! Mi auguro di sguainare la spada prima di domani.
Gualberto rabbrividì a quella profanazione; il guerriero non sembrò accorgersene e seguitò a parlare.
- Avrei voluto affrontare i normanni già settimane fa, prima che i miliziani di Gandolfo si riunissero alle truppe di Oberto da Este.
- Gandolfo è sceso in campo insieme alla Lega imperiale? – domandò con ansia, all’udire il nome del sinistro antivescovo. 
- Nessuno, da Canossa, vi informa di ciò che accade in questa guerra? Come potete esser utile al mio battaglione, se non sapete chi sono i nemici?
Punto sul vivo, il sacerdote rispose con tono indignato, alzando la voce.
- La Venerabile Matilde mi ha mandato in soccorso delle vostre truppe, affinché le mie arti servissero a proteggervi dai malefici degli eretici imperiali: non mi intendo di alleanze militari, ma di esorcismi.
- Non è il caso di scaldarsi tanto – minimizzò il condottiero. – Avrete presto l’occasione di mostrare le vostre abilità. 

Le ore del giorno scivolavano via con estenuante lentezza, scandite dal sordo martellare degli zoccoli sulla terra molle: i campi fradici e le collinette boscose si alternavano indistinguibili, mentre il gruppo proseguiva intorno a Modena, evitando le strade principali. I cavalieri sembravano immuni al freddo e alla fatica: si reggevano stolidamente in sella, i sensi obnubilati dalle dozzinali pozioni con le quali usavano drogarsi in guerra. Al culmine di un sanguinoso tramonto, mentre lo squadrone oltrepassava la sommità di un’altura, si stagliò improvvisa all’orizzonte la sagoma del castello di Sorbara. Le mura squadrate e il profilo del torrione, dall’aspetto tozzo e imponente, sembravano assorbire la luce vermiglia che calava dal cielo. Agli occhi esperti del prete, le pietre di quel baluardo della retta fede pulsavano intensamente di un’aura sacra, scaldate dagli ultimi raggi del sole morente. 
L’esercito della Lega imperiale era accampato a meno di due leghe dalla fortezza: i torrioni e le travature della macchine d’assedio si stagliavano contro il cielo limpido del crepuscolo, come cupi vessilli di morte. Più in là, dove già si infittivano le ombre della notte, l’orda normanna brulicava nella pianura in un viscido groviglio: Gualberto poteva scorgere l’inquietante volteggiare dei sudari, con cui erano stati avvolti i cadaveri resuscitati, che un vento soprannaturale agitava nell’aria immobile. A tratti giungeva l’eco della lugubre cantilena con la quale i preti imperiali tenevano a bada la loro armata di soldati morti, nell’attesa di scagliarla contro le mura del castello. 
- Gran Trino! – sibilò il Conte, scivolandogli accanto: la sua abilità di cavalcare in perfetto silenzio era sbalorditiva quanto la raffinatezza della magia che la permetteva.
- Un’orda imponente – commentò il prete, senza distogliere lo sguardo dal campo dei negromanti. – Non sarà facile averne ragione, messere.
Il condottiero, in tutta risposta, sputò per terra, poi trasse dal fodero un lungo spadone d’argento. La lucida superficie del metallo iniziò a risplendere di un intenso bagliore turchese, che illuminava il volto del paladino con un chiarore spettrale. Il suo viso assunse un’espressione austera e nobile, come se all’improvviso il condottiero avesse preso le sembianze di un eroe biblico.
- L’esercito della Venerabile Matilde muove da sud, insieme agli armigeri lucchesi di Anselmo – annunciò il Conte Eceno, con voce stentorea. – Noi attaccheremo da est le retroguardie delle forze normanne, impegnate nell’assedio di Sorbara: li prenderemo di sorpresa e li rimanderemo tutti all’inferno, si tratti di uomini, o di ombre!
Gualberto non rispose, ma sotto il mantello intrecciò le dita e le agitò in un segno di scongiuro: conosceva bene i poteri dei sacerdoti teutonici e dubitava che, da sole, le armi consacrate dei cavalieri di San Giacomo avrebbero potuto impensierirli. 
Ma non c’era tempo per proporre altre soluzioni: d’improvviso, protetti dalla crescente penombra, gli armati di Canossa irruppero dall’altra parte della vallata, al grido di “Viva San Pietro”. Matilde la Venerabile cavalcava alla testa delle sue schiere, vestita di bianco e circondata dall’aura luminosa degli incantesimi di protezione. Mulinando il suo scettro, ricavato da un braccio della Vera Croce, lanciava strali splendenti e squarciava il petto dei pochi soldati che osavano pararsi dinanzi alla sua furia. 
Nel campo dei normanni serpeggiava una frenetica confusione: i preti teutonici presero a gridare oscene invocazioni all’Adverso e i non morti, eccitati dal nome del loro signore, si ammassavano per mettersi in formazione, spintonando e mordendosi l’un l’altro, ansiosi di avventarsi sulle carni calde dei soldati. Gualberto attendeva il suo momento, cercando di intuire l’attimo esatto in cui l’orda si sarebbe riversata sugli inconsapevoli soldati di Matilde, che già pregustavano la vittoria. Con occhio attento valutava il caotico ondeggiare della schiera brulicante, dalla quale fetidi tentacoli di tenebra si levavano al cielo sempre più scuro, in attesa del buio completo. 
Dall’altra parte della spianata, l’esercito di Canossa aveva rapidamente sbaragliato la Lega imperiale: il Conte Eceno poteva scorgere la figura del vescovo eretico Eberaldo, che fuggiva nudo, gli abiti inceneriti dagli incantesimi con cui aveva tentato di proteggersi. D’un tratto, un lamento lugubre si levò della pianura e un vento soffocante, come il fiato marcio di un sepolcro, spazzò il campo di battaglia. Gli uomini di entrambi gli schieramenti, soffocati dall’afflato pestifero, gettavano le armi e si stringevano la gola con le mani, sputando sangue. Vibrando di maligna esaltazione, la marea dei non morti si tese, come un’unica mostruosa entità, pronta a balzare in avanti e a fare scempio dei soldati inermi, senza distinguere fra amici e nemici. 
Ma un istante prima dell’assalto finale, il sacerdote levò al cielo le braccia, tuonando le antiche parole di un potente esorcismo: il cielo notturno si squarciò ed una titanica colonna ardente precipitò dalle nubi, schiantandosi al suolo nel bel mezzo delle schiere normanne. I negromanti, colti alla sprovvista, fuggivano con le vesti in fiamme, lasciando i non morti alla mercé del proprio terrore. Mentre questi sbandavano e si calpestavano, nel disperato tentativo di fuggire al fuoco divoratore, si udì il suono cristallino di un corno, e i cavalieri di San Giacomo caricarono l’orda infernale.
Le spade consacrate brillavano nel buio come piccole comete, le cui code luminose descrivevano gli archi di micidiali fendenti, che i guerrieri menavano senza sosta. I demoni, straziati dal fuoco e dal metallo sacro, laceravano la notte con folli grida, che avrebbero perseguitato il sonno dei sopravvissuti per gli anni a venire. 
Indifferente a tutto, padre Gualberto continuava a pregare, le mani alzate contro la notte, il volto tinteggiato dal riverbero degli incendi: pensava a Gregorio, suo Pontefice, perseguitato dal demonio che si agitava nell’anima corrotta di Enrico. Sempre più esausto, il prete teneva lo sguardo fisso sulle mura rossastre del castello, dove erano riposte le speranze della Romanità. I bastioni silenziosi, le guglie slanciate, gli antichi fregi che ornavano i torrioni: erano quelle le pietre su cui si poggiava, nei tempi più oscuri, la fede Trinitica. Sentiva il corpo spezzarsi, prosciugato dall’immane sforzo necessario a mantenere l’incantesimo abbastanza a lungo per dare il tempo ai paladini di distruggere uno ad uno gli esseri infernali. La vita gli sfuggiva, ma le forze non l’avrebbero abbandonato, non prima dell’alba: Gualberto ne era sicuro, così come era certo che il suo martirio gli avrebbe dischiuso le porte della casa del Trino.

- Vittoria! Vittoria! La Lega imperiale è sbaragliata.
Nella livida aurora, le urla dei vincitori si levavano gioiose, coprendo i flebili lamenti dei feriti; luminosa come un’alba di sole, Matilde di Canossa varcava le porte di Sorbara, acclamata dalle schiere dei sudditi fedeli. Sul campo di battaglia, un vento gagliardo spazzava via, assieme alla nebbia, gli ultimi brandelli di oscurità e fetore, mentre l’aria fresca del mattino carezzava pietosa il volto dei morti. 
Sulle pietre di Sorbara, bagnate di rugiada, ardeva limpida la luce del giorno.