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venerdì 5 dicembre 2014

Terra straniera (parte 2/2)

Segue


Petorius, trattenendo i singhiozzi, cercava di assumere un tono solenne, ma aveva le narici piene di moccio dopo il lungo pianto e la sua voce veniva fuori stridula e ovattata: nell’insieme, l’effetto era abbastanza ridicolo. Memer però non lo interruppe.
–  Ti abbiamo affidato il nostro branco e i nostri piccoli, da moltissime stagioni, sperando di ricevere cibo e protezione.
–  E non è stato così? – Replicò, infastidito dalla piega che stava prendendo la conversazione
–  Quest’inverno è lungo e la nostra gente soffre. Credevamo che fosse colpa di un cattivo destino, ma ho sentito le tue parole sacrileghe e adesso capisco perché il Gran Padre di Fuoco è in collera con noi.
–  Senti, Petorius…
–  No. Non intendo più ascoltare la tua voce, D’ora innanzi…
–  Pensa a quello che fai, bestia!
–  … il patto di fratellanza è spezzato. Non obbediamo più al tuo giogo, rifiutiamo il tuo marchio. Noi non ti offriamo il nostro pelo e il nostro latte, rinunciamo al tuo fieno e alla protezione dei tuoi Bopal.
Quando ebbe parlato, un profondo silenzio scese nell’altura. Memer fissava il grosso animale con gli occhi stretti e le mascelle serrate. Questi non abbassò lo sguardo: ruotò invece la massiccia groppa e si avviò lentamente verso il sentiero alto, silenzioso e cupo. Gli altri lo seguirono all’unisono, senza emettere un suono: come una schiera di tristi fantasmi, sfilarono uno dopo l’altro davanti al loro antico padrone, scomparendo in breve dietro la trama degli alberi.


Quella sera, per la prima volta da quando era diventato adulto, il pastore rincasò prima del buio. Aprì la porta senza annunciarsi, facendo trasalire Meridol che rassettava la stanza. Le bastò uno sguardo del marito per rendersi conto di ciò che era successo.
–  Bestie ingrate e testarde. Che gli dei maledicano il loro cammino.
–  E adesso che facciamo?
Per tutta risposta, l’uomo spalancò l’armadio del salotto, strappando alla moglie un grido soffocato di terrore. Distolse lo sguardo mentre lui caricava l’arma, con gesti rapidi e nervosi, e si infilava di traverso lo spallaccio.
–  Che vuoi fare?
–  Riprendermi le mie bestie, che altro? Non possiamo sopravvivere senza carne e latte.
–  Ma hanno rotto il patto!
–  Li conosco – sibilò lui, già sulla soglia. – Il vecchio Petorius, che si è montato la testa. Tolto di mezzo lui, gli altri mi seguiranno come cuccioli. 
Attraversò e richiuse la porta, lasciandosi alle spalle i singhiozzi sconsolati della donna.

La bufera era terribile. L’ultimo tratto del sentiero, vicino al passo, era ridotto ad un solco quasi invisibile nella distesa candida e informe che si estendeva intorno, trasformando tutto in un’immensa spianata deserta. Soltanto le orme del gregge, che sprofondavano di mezzo metro nella neve fresca, permettevano a Memer di non perdere l’orientamento. Non riusciva a capire come avessero potuto spingersi tanto in alto, privi di guida e di cibo.
Più avanti il percorso era insidioso, uno stretto passaggio in mezzo alle rocce, a tratti molto esposto: in quei punti, il vento era impetuoso. Le raffiche improvvise minacciavano di strapparlo dai precari appigli sulle pietre gelide, che gli facevano sanguinare le dita e spellare le mani. Nonostante il continuo rischio di cadere, gli occhi esperti di Memer notarono che le tracce avevano qualcosa di insolito, un particolare che gli ondeggiava davanti agli occhi, sovrapponendosi al turbinio della tormenta, ma che non riusciva a mettere a fuoco.
Le nuvole si addensavano sopra al passo, che ormai si intravedeva a tratti, quando il vento scostava le cortine della crescente foschia come i drappi di un sinistro sipario. Davanti a lui c'era l'ultima tratta del sentiero, una spianata di roccia viva, spazzata da raffiche violente. Il corpo inclinato in avanti, la fronte quasi rivolta a terra, il pastore avanzava testardo, ondeggiando contro il soffio rabbioso che lo inondava di gelidi frammenti, spaccandogli le labbra. Un passo alla volta conquistò la sommità del valico. Di lassù si sarebbe potuta dominare tutta la grande valle, fino a Protenor e più in là, verso il Mare Inferiore. Da giovane ne aveva colto spesso lo scintillio di zaffiro occhieggiare sotto il sole; ma quel giorno il cielo era chiuso, un guscio grigio e furioso che riversava il suo inferno di ghiaccio sulla terra. Memer proseguì senza fermarsi, svoltando lungo un costone dove lo conducevano le impronte, sempre più nitide: gli animali dovevano avere ormai pochissimo vantaggio sul loro inseguitore.
La forza del vento calò all'improvviso: oltrepassato uno sperone di roccia, che chiudeva l'imboccatura della valle, anche la neve smise di cadere. L'inatteso silenzio spaventò Memer, che si mise in ascolto. Il sibilo della tormenta si perdeva alle sue spalle, mentre davanti a lui il terreno roccioso era chiazzato dai cumuli di fiocchi spinti fin là, ancora congelati, a rotolare sul pietrisco. Un simulacro del Grande Padre aleggiava dietro un velo di nubi sempre più sottile, finché la luce del giorno rischiarò in pieno l'imboccatura del canalone: la via proseguiva, larga e rettilinea, seguendo il fianco dei contrafforti del passo che aveva appena valicato. Sul terreno gelato le impronte fresche delle sue bestie luccicavano. Si rimise in marcia, seguendo l'eco dei muggiti sommessi, di stanchezza e rassegnazione, che provenivano da una sparuta macchia di alberi spogli.
Lo videro arrivare da lontano, imbracciando la sua arma, fiero e terribile: alle sue spalle vorticavano le nubi della tempesta, che ancora infuriava fra le cime, mentre un raggio del Grande Padre gli dardeggiava sul petto, facendo risplendere la sua ira. Petorius avanzò strisciando sulle zampe posteriori, la fronte china, il grosso naso che raspava la terra.
–  Padre...
Un colpo echeggiò fra le rocce. La sua eco staccò frammenti di neve e cristalli di ghiaccio, che rotolarono a lungo in lontananza con rimbombi cupi. Il capobranco giaceva riverso; un rivolo di sangue e saliva, che gli usciva dalle labbra, si rapprese nell'aria gelata.
Il custode alzò la voce, stentorea e sicura:–  Tu, essere vile, che ti fai scudo del debole gregge: fatti avanti e affronta il tuo padrone.
Un fremito percosse il gregge mentre il Bopal avanzava. Al suo passaggio, le bestie si spostavano terrorizzate.
–  Come hai capito che c’ero anche io? –  domandò, giungendo fieramente a pochi passi dal custode e dal suo strumento di morte.
–  Hai lasciato tracce evidenti, mio segugio.
–  Non sono più il tuo segugio! – ringhiò, scoprendo le zanne in un lampo fugace. – E sì, ho fatto in modo che tu ci trovassi con facilità: desidero che tu possa osservare di cosa siamo capaci noi… animali.
Sputò l’ultima parola con rabbia, come se fosse stata una fiocco di neve finito fra le sue fauci; mentre parlava si era spostato di lato, incurante della minaccia dell’arma, lasciando libera la visuale su un gruppo di erbivori che si agitavano a poca distanza. Questi sembravano impegnati a spostare qualcosa di pesante: Memer poteva vedere i muscoli possenti guizzare sotto le pellicce, inzuppate e grondanti, gli zoccoli raspare il terreno, le nuvole di vapore sprigionate dai musi piegati a terra levarsi sopra le groppe, curvate in avanti.
Davanti agli animali c’era un enorme masso, vicino al ciglio di una ripida scarpata: le bestie ci muovevano con bruschi strattoni, tentando di coordinarsi, e colpivano la roccia come una brulicante macchina d’assedio, fatta di zoccoli e carne. La pietra ondeggiava malamente ad ogni assalto ed era ormai sul punto di cadere.  Il custode non aveva bisogno di sbirciare oltre il burrone per indovinare cosa ci fosse, là sotto, centinaia di metri più in basso.
–  Puoi sparare ad alcuni di loro – annunciò il Bopal, anticipando i suoi pensieri. – Ma non riusciresti a fermarli prima di finire le munizioni. Loro non cercherebbero di difendersi – proseguì con un lampo selvaggio negli occhi – ma io sì.
–  Potrei uccidere te, pazzo senza cervello. Ti rendi conto di cosa succederà, se distruggete il Casello dell’Altrostrada?
–  Certo! Saremo liberi di vivere in pace nel nostro mondo, senza che gli stranieri lo inquinino con le loro diavolerie, modificando il clima e facendo morire di fame i nostri cuccioli.
A quelle parole la massa dei bovini esplose in una salva fragorosa di muggiti esultanti; uno scintillio cattivo di esultanza brillò sul muso del Bopal.
–  Vedo cosa stai cercando di fare, piccolo bastardo. – lo insultò il custode. – Ma fai attenzione: la strada che vuoi percorrere è piena di insidie e il posto dove porta non è quello che sembra.
–  Non so che farmene, delle tue paternali da Duegambe. Fingete di essere magnanimi, i custodi della natura, i figli maggiori degli dei. Siete soltanto animali come gli altri e la sola cosa in cui siete diversi è la menzogna delle vostre lingue.
Un frastuono continuo di schianti e il cozzare di molte pietre annunciò che il masso si era staccato: la frana precipitò a valle, staccando altri massi e crescendo di forza ad ogni metro. Infine con un ultimo boato investì il tratto finale dell’Altrostrada e seppellì sotto tonnellate di roccia e terra il Casello, dove in quel momento transitavano almeno un centinaio di veicoli.
Gli altri mezzi si fermarono di botto, frenando impazziti e schiantandosi in un mostruoso groviglio di lamiere: anche da lassù si udivano il clangore metallico degli incidenti e le strilla acute, portate dal vento, echeggiavano leggere nella brezza.
–  Adesso ti dirò quello che hai fatto.
Il Bopal si voltò, allarmato, rendendosi conto in quell’istante che stava dando le spalle al Duegambe armato. Questi, incurante del proprio vantaggio, continuò a parlare: –  Ora quegli esseri verranno, a migliaia, armati fino ai denti. Stringeranno d’assedio Protenor, saliranno nella sala del Reggente.
–  Che vengano! – sbottò l’animale, gonfiando il pelo.
– Vorranno spiegazioni, poi ammenda, infine vendetta. Assalteranno le città, le valli, i boschi: e con la scusa di cercare i colpevoli di questa strage, uccideranno ogni essere vivente che incontreranno, fino a che non imploreremo la loro pace.
–  Mai. – sibilò con rabbia. – Noi combatteremo!
Il tono del custode si fece improvvisamente molto triste: –  Questo è certo, mio povero Bopal: voi combatterete. Vi farete sterminare in campo aperto, getterete ancora pietre sulle macchine, falciando altre vite, e chissà che altro farete. Così ci saranno altre stragi da punire, altri morti da vendicare, e loro ricominceranno a sterminarvi, con la scusa di difendere le strade posate sulla terra che hanno rubato. Finché saranno sicuri che non ci sia più nessuno, a lottare per riprendersela.
Gonfia di livore, la bestia tuttavia taceva, osservando lo sguardo del suo antico padrone. Sentiva il germe del dubbio serpeggiare nelle deboli menti degli animali, che aveva appena soggiogato e già gli sgusciavano via fra le zanne; la paura saliva fra loro come la nebbia del primo mattino.
–  Non date ascolto alle menzogne dei Duegambe! – latrò.
Invece di rispondere, il custode si mise in marcia ed iniziò a risalire il canalone, verso l’uscita della valle. Dopo pochi passi si voltò. Il Grande Padre gli incendiava il volto, incorniciando la sua pelle rossa come il fuoco e i lunghi capelli neri, raccolti ai lati del viso. Le rughe profonde della fronte facevano risaltare i suoi ornamenti rituali.
–  Ciò di cui parlo è già accaduto: due millenni fa, quando gli uomini pallidi vennero dall’altra parte del Gran Lago Salato.  Allora la nostra gente fu quasi del tutto annientata, ed andò esattamente così.

Riprese a camminare, voltando di nuovo le spalle alle bestie, ammutolite. Mentre marciava, con la schiena curva illuminata dal sole, il fiero Sioux sembrava soltanto un vecchio stanco.