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domenica 11 gennaio 2015

Dove va a dormire il sole?

Strisce argentate, irregolari e frastagliate, solcavano lo sfondo del cielo scuro; violenti graffi di luce che bucavano lo sfondo cobalto, tutto intorno alla palla violacea del sole. Sull’orizzonte basso i drappi dell’aurora boreale ondeggiavano con maggior violenza, impigliandosi ai contrafforti delle montagne come spettrali ragnatele, spinte dal vento di ioni che agitava gli ultimi brandelli dell’atmosfera.

Dalla plancia dell’aerostato, l’uomo ai comandi ammirò, forse per l’ultima volta, quella poderosa espressione di selvaggia bellezza; decine di chilometri più in basso, le fertili pianure sulla superficie del Disco sembravano tendersi verso l’alto, come per catturare gli ultimi raggi di luce e calore, prima della lunga notte. L’astro nel frattempo era giunto sul bordo, la sua aura abbacinante iniziava ad eclissarsi dietro i massicci rocciosi che crescevano al limitare della superficie piatta.
Una voce, gracchiante e metallica, irruppe nel profondo silenzio della cabina, ma senza riuscire a farsi largo nella tensione di quel momento epocale, che sembrava accumularsi nell’aria, come un campo elettrico: - Emerol, è il momento.
Per un attimo non successe niente. Il giovane filosofo restò lì, fissando il sole che se ne andava, e quel mondo morente; all’improvviso gli fu del tutto chiaro che ciò che avevano fatto non sarebbe servito a salvarli, né a salvare la propria gente. Eppure, non esitò a lungo: cercando di dominare sia l’eccitazione che la paura, spinse una leva, lasciando fluire tutta l’energia all’impianto antigravitazionale del velivolo. La sensazione era simile a quella che si prova dentro un elevatore, ma molto più intensa.
Quando riuscì ad aprire gli occhi, non riuscì a decifrare subito ciò che aveva davanti. Restò immobile, incapace di qualunque reazione; poi spalancò la bocca, riprese a respirare e sussurrò: - Grandi Dei! Non è possibile!

***
- Sei veramente sicuro che è questa, la cosa giusta da fare?
Fedor fissò lo sguardo negli occhi grigi di sua moglie, per distoglierlo quasi subito, incapace di confrontarsi con le profondità enigmatiche di quell’abisso. Per alcuni istanti si chinò ad osservare le scarpe di lei, inzaccherate e lacere, che sprofondavano nella neve fresca, ad un passo dalla soglia. Fuori dalla capanna, nella luce sempre più incerta, grossi fiocchi vorticavano insieme alle schegge taglienti del ghiaccio che il vento strappava dalle rocce. Quando le rispose, il suo tono era altrettanto gelido.
- Non c’è un’altra strada, Minole. Ogni altro tentativo di chiarire la questione è destinato a fallire, e lo sai. Ora vai a casa.
Fece per voltarsi, ma lei lo trattenne. - Come puoi affermarlo con tanta sicurezza?
- Abbiamo compiuto ogni genere di verifica teorica, progettato ogni possibile esperimento, considerato tutte le indagini che si possono compiere con le tecnologie più avanzate: non è possibile seguire il Sole oltre il limite delle montagne.
- Ma i Filosofi… - iniziò lei.
- Moriranno. Esattamente come noi.
- Come puoi dirlo? Forse c’è davvero una speranza; forse, dall’altra parte del disco, il sole continuerà a splendere!
- Ah! – gridò il marito, con rabbia; fissò la moglie con lo sguardo piano di collera. – Cosa devo sentire, proprio da te! Quella gente non ha alcuna idea di come funzioni la scienza: anziché fermarsi a considerare le conseguenze delle loro teorie, sperimentano, senza alcuna programmazione, nel modo più aleatorio e incontrollato. Provano, avanzano a casaccio, raccogliendo dati-spazzatura che usano per dare consistenza alle teorie più strampalate. E dire che proprio loro, dovrebbero conoscere il Metodo tanto bene da insegnarlo agli scienziati!
- Ma almeno fanno qualcosa. Voi invece, con le vostre meditazioni trascendenti, che cosa otterrete? Soltanto altre idee, altre ipotesi che non verranno verificate, perché non ci sarà nessuno ancora vivo per farlo!
- C’è differenza fra l’agire a casaccio e il ponderare bene le proprie mosse. Noi Empirici siamo orgogliosi di seguire dalla via maestra del Metodo.
- Ma quale via? Chiudersi in una capanna in mezzo ai monti, aspettando la fine! – ribatté la donna con disprezzo – Questo è un vicolo cieco, non una strada. Rifiutarsi di rischiare, arrendersi senza lottare, non è un atto di orgoglio, ma di vigliaccheria!
Nonostante il fischio della bufera, il suono dello schiaffo risuonò fragoroso nel piccolo disimpegno all’ingresso della baita. Non ci furono altre parole; lei si voltò e si avviò lungo l’incerta traccia delle sue stesse orme, già mezzo ricoperte dalla neve. La penombra la inghiottì molto prima che raggiungesse il limitare del bosco, ormai invisibile.
Beremor aprì la porta interna e mise posò una mano sulla spalla di Fedor; questi stava ancora massaggiandosi la guancia indolenzita, incapace di realizzare appieno ciò che era appena accaduto.
- Mi ha colpito! - disse alla fine, parlando al vento fuori della porta. - Dopo tutti questi anni, finisce così…
- Non può capirti, Fedor; ma non fargliene una colpa. Nessuno, che non sia un Empirista, può veramente comprendere la nostra scelta di restare qui.
Dentro, nell’unica stanza comune, la maggior parte degli uomini erano già in piedi, e gli altri si stavano svegliando. Nell’angolo più lontano dall’ingresso, all’interno di un ampio camino in pietra, ardeva al fiamma vivace del fuoco. A tratti, le folate violente respingevano l’aria nella cappa, formando piccoli vortici che ingrigivano ogni cosa tutto intorno, come una piccola nebbia. Una pentola e una rastrelliera erano state poste sopra una coppia di enormi alari, e la brace vi era stata trascinata sotto. L’odore acre del fumo si mescolava con l’aroma succoso dello stufato e del pane arrostito.
- Vieni, mangia qualcosa – fece Beremor, che continuava a sospingere Fedor verso il camino, tenendogli una mano sull’incavo del braccio. – Fra poco riprenderemo la preghiera; ti serviranno tutte le tue energie.
- Grazie – bofonchiò l’uomo, sedendosi con gli altri. Fuori, il sole stava avvicinandosi al bordo del Disco.
***
- Dimmi cosa vedi.
La voce del Re echeggiò nelle profondità sterminate della sala, nascondendosi fra le migliaia di antiche colonne che ne sostenevano l’imponente volta, nascosta nel buio. Il più anziano dei Consiglieri, in piedi vicino ad una grande vetrata a pochi passi dal trono, la udì come se provenisse da un mondo lontano. Nell’ora della fine, quando l’oscura minaccia della fine del giorno si era fatta reale, l’anziano sovrano aveva scelto di rimanere solo con l’uomo di cui più si fidava al mondo.
La sua mente stanca ricordava appena i lunghi e convulsi mesi appena trascorsi: quando i due gruppi di saggi del regno, eterni rivali, erano giunti alla stessa, terribile conclusione. Per vie diverse, i Filosofi e gli Empiristi avevano scoperto che il sole, immobile al centro del cielo da tempo immemorabile, aveva cominciato a spostarsi verso il bordo del Disco; quel loro mondo piatto, chiuso dalle immense montagne, si era messo a ruotare su sé stesso, con un moto lento, inarrestabile. Senza alcuna ragione.
- È notte, mio signore. L’oscurità è ormai completa. – Rispose al suo sovrano cieco. In quel momento, con la tenebra fitta che era calata sul mondo, il fatto che i suoi occhi fossero capaci di vedere non faceva molta differenza. Nella città reale, distesa sulla pianura sotto la montagna dove sorgeva il palazzo, erano stati accesi i lumi, preparati da tempo; le strade si riconoscevano, un reticolo di luce in mezzo alla massa informe del buio. Quella misura avrebbe rimandato il panico, ma non avrebbe salvato il loro mondo, destinato a soccombere nella morsa orribile di una gelida, interminabile notte.
- Quando durerà? – domandò il Re, parlando a sé stesso. – Nessuno può dirlo. Mesi, anni. Forse secoli: che importa? Saremo tutti morti molto prima di riuscire a comprendere cosa sta accadendo.
- Mio signore! – annunciò il Consigliere, con voce tremante. – Il cielo… Oh, per gli dei!
- Cosa accade?
Il vecchio non rispose: per la prima volta le parole del signore del Disco rimasero senza risposta, la sua domanda galleggiò nel buio che nessuno aveva mai conosciuto. Il Consigliere aveva sollevato lo sguardo, e i suoi occhi abbracciavano la volta del cielo notturno: le gelide scintille di innumerevoli stelle attraversavano le vecchie pupille e da quelle fessure la luce fredda gli colava fino all’anima. Al confronto di ciò che sentiva nel profondo, il gelo che aveva avvolto ogni cosa, dopo il tramonto del sole, assomigliava alla frescura di una brezza gentile sulla pelle accaldata.
- Sono… devono essere per forza…
- Cosa? Cosa? Che cosa vedi?
- Le stelle… mio signore. – Il vecchio sorrise, mentre le lacrime confondevano il maestoso spettacolo in un unico, liquido riflesso incantato. – Allora è vero. Il cielo… è pieno di stelle.
Nell’immensità, i singhiozzi dei due uomini si confondevano nell’immenso silenzio.
***
Le braci ardevano ancora. Le folate, sempre più fredde, che soffiavano rabbiose dal camino, ne ravvivano a tratti il bagliore, lasciando intravedere i volti pallidi degli Empiristi. Stretti in cerchio, semi-assiderati, sedevano avvolti nelle coperte, muovendo le labbra spaccate dal freddo al ritmo incalzante delle loro preghiere.
Beremor accostò il viso gelato all’orecchio di Fedor; era scosso da un tremito continuo e lottava per restare sveglio.
- È… è la fine, non è vero?
- Così… così pare.
I due uomini si strinsero più forte; gradualmente anche i mormorii delle preghiere cessarono: la morte chiedeva dolcemente il silenzio, il suo tocco freddo aleggiava nella tenebra sempre più completa. Le braci si spensero del tutto, e finalmente la luce delle stelle penetrò nell’oscurità dentro la baita. A fatica, Fedor voltò il viso, verso quel cupo splendore, e dischiuse un’ultima volta le labbra nella curva triste di un sorriso.   
- Mi domando perché - sussurrò mentre chiudeva gli occhi – non siamo andati con loro.

Notte stellata