Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

mercoledì 21 gennaio 2015

Gli indivisibili (parte 1 di 2)

La riva scoscesa precipitava verso le acque cupe della baia come se avesse perso l'equilibrio; rocce e pietrisco smottavano di continuo, un frastuono ininterrotto di tonfi e boati. Il gorgo limaccioso in fondo al pozzo di pietra sembrava ingoiare ogni cosa, persino la poca luce che filtrava dalla coltre perenne di nubi.
Anche lassù, sul pianoro di roccia nuda, diecimila metri più in alto, nelle orecchie del vecchio rimbombava l'eco di quell'inferno. Alle sue spalle, oltre una breve striscia di terra, ventosa e riarsa, il vuoto assoluto separava quel frammento di realtà da... sospirò. Nessuno sapeva cosa ci fosse rimasto, dell'universo, oltre al buio; nemmeno lui, che era la causa di tutto, poteva sapere con esattezza quale era stata la conseguenza estrema della sua scoperta.

La mano che gli si posò sulla spalla lo fece trasalire; malgrado sapesse di non essere l'unico essere umano in quel luogo, le visite erano una cosa inaspettata.
- Democrito. - lo salutò l'inatteso visitatore. Era giovane, la faccia magra e coperta di polvere. Non lo conosceva.
- Perché mi chiami così?

Nel porgere la domanda, lo guardò per la prima volta negli occhi, e scorse lo scintillio della sua follia.  - Perché lui fu il primo a scoprire quello che non doveva essere diviso! - rispose l'uomo, mentre spingeva avanti la lama.

***

Anche nei suoi vecchi ricordi, era uno straordinario pomeriggio dorato; nuvole sottili, rimaste invisibili per tutta la giornata, si erano addensate verso il crepuscolo, impregnandosi dei suoi più intensi turchesi, e scortavano il disco del sole alle soglie della notte. Il grande parco di tigli del Campus ne rifletteva la luce surreale, che scendeva sulle cose come una pioggia corpuscolare di particelle luminose, posandosi nei contorni degli edifici antichi, degli arbusti assetati, dei vecchi addormentati sulle panchine ancora tiepide di calura.
Il riverbero incantato penetrava i vetri sporchi del laboratorio e gettava una cornice sbilenca, di un viola intenso e quasi sinistro, fra i piedi dei due uomini, fermi l'uno davanti all'altro. Il più anziano dei due, il professor Treston, vestito con un vecchio completo marrone, aveva il volto teso, gli occhi stretti e la fronte corrugata nello sforzo di capire ciò che l’altro stava dicendo.
- Scusa, vecchio mio, ma temo di non seguirti adesso.
Il secondo scienziato, di parecchi anni più giovane, sollevò gli occhi piccoli e irrequieti; sembrava incapace di fissarli in un punto per più di pochi istanti. Sul suo volto allampanato si dipinse la smorfia di un sorriso sghembo.
- Eppure è tutto estremamente semplice, Ted. In fondo – il sorriso scomparve, sostituito da un’espressione estatica, da esaltato – è solo la realizzazione di ciò che noi due abbiamo sempre sostenuto.
Balzò di lato, verso la libreria; ne scorse i ripiani con gesti frenetici, grossolani, sollevando piccole nuvole di polvere dai tomi più vecchi.
- Ricordi? – disse infine, calmandosi e porgendo uno dei libri più sottili all’amico. – Le suggestioni di Borges ci avevano ispirato; di quel racconto, ne parlammo a lungo.
Malgrado la sensazione di inquietudine che l’aveva pervaso, il professor Treston non poté trattenere un sorriso. – Eccome se ricordo. Passammo tutta la notte a leggere tutti i racconti che c’erano in biblioteca. L’idea di una realtà periodica, composta di una serie casuali di permutazioni, configurazioni aleatorie, ma che si ripetono regolarmente a più livelli. Una finzione non priva di un certo fascino, anche a distanza di anni.
- È qui che ti sbagli, Ted!
L’altro socchiuse gli occhi, di nuovo dubbioso. – Cosa c’è di sbagliato?
- Non è una finzione. Non hai idea di quanto eravamo vicini a scoprire la verità.
- La verità? Su cosa? Oppure parli di una verità generale, una sorta di categoria universale della verità?
- Parlo della realtà, Ted. Quella che né tu, né io, né alcun altro, possiamo vedere, perché è nascosta ai nostri occhi.
- E tu l’hai svelata?
Il giovane si era avvicinato al collega fino mettergli il viso a pochi centimetri dal suo; il professor Treston poteva sentire l’aroma pungente del suo dopobarba alla menta.
- Non immagini nemmeno quanto sono esatte le tue parole. Sì, io ho sollevato il velo. E te lo farò vedere subito. Seguimi.

Così dicendo, con uno scatto brusco, si voltò verso l’uscita del laboratorio e la raggiunse a passi rapidi. Sulla soglia di fermò, rivolse uno sguardo impaziente a Treston e si voltò di nuovo, mentre l’altro si decideva a seguirlo, scuotendo il capo: il suo amico era sempre stato un giovane eccentrico, ma ultimamente gli sembrava peggiorato. Da molti segni aveva concluso, da tempo, che fosse vittima di un’ossessione; ma non aveva pensato che le cose si fossero spinte così avanti.
 - Questa parte del laboratorio – stava dicendo lui – è poco utilizzata. I corridoi non sono riscaldati e non tutte le luci funzionano a dovere, quindi fai attenzione a dove metti i piedi: potresti scivolare.
Avanzavano in una penombra fioca, popolata di ombre ingannevoli ed echi distorti. Nonostante si trovassero poco all'interno del complesso, al livello del suolo, la temperatura era molto più bassa di quella esterna, come se stessero percorrendo le cupe gallerie di un sotterraneo. Il giovane si fermò ad armeggiare con una porta in ferro battuto, che sembrava uscita da un castello degli orrori. Quando l'aprì, i cardini cigolarono sinistri; dall'altra parte apparve l'inizio di una lunga scalinata, che scendeva perdendosi nel buio.

- Ma dove andiamo?
- Oh, solo poche centinaia di metri più avanti. Sotto il laboratorio ci sono un mucchio di stanze, che una volta erano usate per le esercitazioni degli studenti.
La voce dei due uomini rimbombava nella volta bassa, mescolandosi all'eco liquida delle gocce di condensa che cadevano sul pavimento nudo, di cemento. Dopo molti gradini si trovarono in un ambiente ampio, di forma rotondeggiante, fiocamente illuminato da alcune lampade di quelle che rischiarano le gallerie ferroviarie; la luce giallognola metteva in evidenza diversi tavoli da lavoro ingombri di macchinari e pezzi di circuiti. Un calcolatore d'altri tempi era in funzione in un angolo e il suo schermo gettava un alone verdastro sul tavolo e sui fogli che vi erano sparsi. Il freddo e l'umidità erano opprimenti.
Treston si guardò intorno con inquietudine crescente: - Lavori sempre qui? Non hai freddo?
- Questo posto - iniziò l'altro, ignorando la domanda – è solo un simulacro. Ciò che voglio mostrarti è… oltre. Tuttavia qui è contenuta la chiave del mio lavoro.
- Nel calcolatore? – domandò avvicinandosi al monitor. La successione di lettere e cifre nel vecchio schermo appariva a prima vista frutto del caso: la osservò per parecchi minuti, prima di rinunciare a scoprirvi un qualche ordine logico.
Il giovane nel frattempo stava armeggiando vicino al muro; sembrava intento a strappare qualcosa, larghe falde di una pellicola traslucida, resistente; la sostanza era quasi invisibile, se non fosse stato per il fatto che la poca luce, passandole attraverso, sembrava incupirsi ed incresparsi, divenendo in qualche modo fluida: era come se lo scienziato tenesse sollevato con le dita un velo d’acqua scura.

- Cos’è quella roba?
- Osserva… osserva il muro!
Treston osservò: nel punto in cui era stata asportata quella sorta di vernice viscosa, le piastrelle sembravano risplendere leggermente; si avvicinò: la trama della pietra, le sue piccole porosità, le screpolature e le asperità degli antichi mattoni, erano visibilmente più nitidi. Il professore ebbe la sensazione di aver indossato un paio di occhiali, divenendo solo in quel momento consapevole di quanto fosse stata confusa la visuale, prima.
- Cosa è successo alle pietre? Sembrano… ripulite.
- Lo sono. Ho tolto uno strato della mappa.
- La mappa? Di che parli?
Gli si avvicinò; teneva stretta fra le mani la sostanza viscosa, e a Treston parve di scorgere, fra i riflessi cangianti, un’impressione della parete da cui era stata tolta, come se il suo stampo vi fosse rimasto appiccicato.
- Non era solo un racconto, Ted! – proruppe l’altro, quasi urlando. – Borges ha mascherato in una delle sue finzioni qualcosa di tremendamente reale, in cui doveva essersi imbattuto per caso, nelle sue fantasticherie. Una verità inconfessabile, calpestata accidentalmente da un uomo che disdegnava le vie maestre; troppo orribile per essere rivelata. Ma lui non era uomo da tacere un mistero, oh no! Ha lasciato degli indizi, ovunque: nei racconti, negli scritti. E noi… Ted, noi due avevamo in mano la chiave per…
Si interruppe, fissando l’anziano collega negli occhi.
- Gregor – iniziò l’altro, chiamandolo per la prima volta per nome – credo che tu sia molto stanco. Forse faremmo meglio…
- Per Dio! Ma non vedi? Non… non capisci? Questo è il velo della Mappa. La Mappa grande come il mondo, la scala uno ad uno del reale, che gli corrisponde, lo ricopre in ogni punto, nascondendolo ai nostri occhi con una copia apparentemente perfetta!
- Oh Greg! Parli di quel racconto…
- Finalmente.
- Credi che… Borges parlasse di una vera mappa, disegnata sulla misura dell’universo, che lo rappresenta esattamente al punto da corrispondergli, come un velo, una pellicola?
- È qui davanti ai tuoi occhi.

Il vecchio professore tese la mano e afferrò un lembo della misteriosa sostanza che l’altro gli tendeva. Era fredda, straordinariamente elastica; la tese fra le dita aperte, osservando la propria pelle in trasparenza farsi più scura e indefinita. Cercò di bucarla, ma non ci riuscì.
- È dovunque; lacerarla è quasi impossibile, la forza necessaria va applicata secondo un vettore ben preciso, modulando l’intensità e la direzione in un modo del tutto particolare. Ho impiegato anni a mettere a punto la tecnica.
- E adesso che cosa vuoi fare?
- Divulgare la scoperta, che altro? Tutti devono sapere come svelare la realtà, liberarla da questa mistificazione.
- Ma… voglio dire, ammesso che questa pellicola sia ovunque, ciò che sta sotto è identico, giusto? A che cosa può servire averla stesa?
- Identico? No, non è identico. A livello superficiale, forse, possiamo dire che sia simile. Ma è una mistificazione, un inganno per i sensi, messo lì per indurci in errore. Noi ammiriamo, e tocchiamo, soltanto un simulacro del mondo, per quanto perfetto possa essere.
- Ma chi l’avrebbe messo lì, e perché?
Gregor guardò il suo amico con aria sconsolata. – Sei cambiato, Ted – fece alla fine, sedendosi ad armeggiare con il computer. – Ora, se non ti dispiace, vorrei completare alcuni calcoli. Sono sicuro che troverai senza fatica la strada per uscire dal laboratorio.