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domenica 25 gennaio 2015

Gli indivisibili (parte 2 di 2)

(segue)

In quegli anni, la moda aveva preso piede ovunque. Non si potevano attraversare più di un paio di isolati, in città, senza imbattersi in uno di quei negozi enigmatici, con la vetrina oscurata e l'ammiccante etichetta azzurra dagli slogan altisonanti: scritte come "Scopri la tua verità!" o "Solleva il velo intorno a te." si contendevano l'attenzione dei passanti lampeggiando insistenti all'altezza degli sguardi.
Ovunque, sui giornali, sui visori portatili, sui mezzi pubblici, si ripetevano gli inviti a sperimentare la novità tecnologica del millennio, il punto d'arrivo della scienza, l'unica scoperta in grado di realizzare la promessa echeggiante nei secoli. Era la risposta finale: sollevare la pellicola invisibile, il simulacro che ricopriva ogni cosa, e guardare in faccia la realtà.  Poco importava, ai milioni di persone comuni che avevano arricchito la multinazionale fondata da Gregor Lemorge, che il mondo al di là del velo non fosse diverso dal quella rappresentazione, fedele e ininterrotta, che lo avvolgeva. Una volta attivato l'elegante macchinario venduto dalla Lemorge INC., la Mappa veniva via come la pelle di una salsiccia, sottile ed elastica, senza sforzo. Dopo, si poteva avvolgere in larghi fogli che conservavano, come un negativo, l'impronta del punto da cui erano stati staccati. Rimossa la pellicola, naturalmente, un albero rimaneva tale; un muro svelato non era diverso da prima, e così le altre cose. Paesaggi, oggetti, edifici: tutto rimaneva identico, eppure era diverso. Come Trentor aveva avuto modo di sperimentare nel laboratorio sotto l'università, le cose al di sotto della pellicola erano in qualche modo più vivide, più definite: si apprezzavano meglio sia con lo sguardo, sia con il tatto, come se fino a quel momento fossero state percepite attraverso una sorta di schermo. Era una sensazione effimera, sottile e inebriante come l'aria di montagna; un privilegio costoso, ma al quale pochi sembravano intenzionati a rinunciare, qualunque fosse il suo prezzo.



Al professor Treston tutto questo non interessava affatto: ma era preoccupato per le conseguenze che la strabiliante scoperta del suo giovane amico poteva avere. Non si erano più parlati, da quella sera dorata di cinque anni prima, anche se il vecchio scienziato aveva seguito con attenzione i progressi della ricerca sulla Mappa e gli sviluppi dell'applicazione commerciale di Lemorge. Non aveva acquistato un apparecchio "svelatore", ma conosceva parecchie persone che ne possedevano uno; molti erano felici di mostrare come funzionava, invitando amici e sconosciuti ad osservare le loro proprietà, accuratamente ripulite dalla pellicola oscurante, che risplendevano di una luce brillante, vivida, quasi soprannaturale; qualcosa di simile, ma molto più intenso, di ciò che accade in campagna, all'alba, dopo una pioggia violenta. Uno spettacolo incantevole, che valeva ogni centesimo del patrimonio necessario ad acquistare e mantenere in funzione l'apparecchiatura di Gregor Lemorge.

Fu proprio durante una di queste dimostrazioni, organizzata da un suo facoltoso conoscente, che Ted Treston si accorse di ciò che accedeva ai fogli, quando venivano staccati via dalle zone svelate. L'uomo che l'aveva invitato, un magnate del cemento che aveva una villa fuori città, aveva ammucchiato un centinaio di larghi rotoli di Mappa in un angolo di un porticato, adibito a rimessa, in fondo al vasto cortile. Il professore vi si era infilato seguendo il filo dei suoi pensieri, mentre ammirava suo malgrado l'estasi di un tramonto purissimo, dai colori indescrivibili, mille volte più vivo e luminoso di qualunque dipinto realizzato dalla mano dell'uomo: era certo che i più grandi artisti del passato avrebbero volentieri barattato tutta la loro vita per poter avere un'ora, un'ora sola di quella luce perfetta. Gli occhi gli dolevano per lo sforzo di accogliere tutto quel chiarore purissimo e lui, stanco, si era infilato nell'angolo più buio della struttura, cercando ristoro nella mediocre accozzaglia di arnesi e rottami che ingombrava la parete. Lo sguardo gli cadde sui rotoli traslucidi; il loro spessore era notevole, trattandosi di interi chilometri quadrati di Mappa, doviziosamente ripiegata e conservata dopo essere stata sollevata e strappata via con cura. Non era la prima volta che Treston esaminava una porzione del velo dopo la sua rimozione; tuttavia, c'era qualcosa di insolito in quella particolare raccolta. Forse era la trascuratezza con cui i fogli, sebbene ripiegati, erano stati abbandonati là, come oggetti del tutto privi di importanza; o forse la consapevolezza che tutto ciò, quel rimuovere la misteriosa pellicola frapposta fra l'uomo e il suo mondo, assomigliava più ad un sacrilegio che ad un gesto di libertà.

 Tese la mano e sfiorò il bordo di una delle bobine, che stava poggiata al muro, alta quanto un uomo e di poco meno larga. Appena le dita l'ebbero raggiunta, questa iniziò a sgretolarsi, con rapidità sconcertante; una cascata di frammenti leggeri, scuri come carta bruciata, volteggiò fino al pavimento, dove formò un mucchietto nerastro. Treston fece un passo indietro, osservando come il bordo del rotolo, nel punto in cui l'aveva sfiorato, continuava ad annerire e sgretolarsi, come se stesse lentamente bruciando. Inorridito, osservava le figure impresse nel retro del foglio che si accartocciavano e scomparivano in cenere; i minuziosi filamenti dell'erba, l'impronta perfetta dei sassi, le deformazioni del terreno, da cui la mappa era stata asportata, riprodotte con fedeltà quasi sacra: era vera realtà, quella che stava andando in fumo!
Sconvolto, corse fuori, nel giardino, ammiccando nella luce bassa del crepuscolo; gli occhi gli si erano riempiti di lacrime. Tremando nella confusione dell'angoscia, continuò a vagare oltre il limitare del parco, addentrandosi nella brughiera circostante. Il cielo incendiato sembrava chiudersi sull'orizzonte, sempre più velato da una bruma densa, che si annodava come un drappo lacero ai tronchi contorti degli alberi. I rumori del villaggio, da qualche parte oltre la collina, echeggiavano in lugubri richiami, lamenti di dannati che eccitavano la mente allucinata dello scienziato, spingendolo nella sua fuga disordinata. Ma da cosa fuggisse, quale fosse la ragione che lo gettava nel panico, non avrebbe saputo dirlo: qualcosa di orribile, una consapevolezza inaccettabile era comparsa alle soglie della sua mente, e lui non osava ancora guardarla in faccia, per darle un nome preciso. Solo più tardi, sotto una luna incerta e imbrattata da brandelli di nuvole sporche, lo fece: considerò con rigore le sue osservazioni e ne trasse la conclusione inevitabile. Poi sedette nella terra nuda, fradicia di pioggia, e  pianse.

***

Non era facile mantenersi in piedi; il terreno ondeggiava di continuo, con sussulti imprevedibili e bruschi, portandosi dietro le rovine delle costruzioni e i moncherini spezzati degli alberi. Intorno, per chilometri, gli scheletri dei palazzi del centro rovinavano in un’incessante cascata di macerie, con un frastuono assordante. Ma l’eco di quel terremoto, sebbene assordante, era annullato dal frastuono dell’acqua del fiume, che scorreva tumultuosa lungo le rive ancora intatte, fino al punto in cui quello scenario allucinante si interrompeva sul nulla, come se quel brandello di città fosse la tessera isolata di un  mosaico. L’acqua giungeva spumeggiando sull’orlo del precipizio e vi precipitava dentro, incurante del proprio destino, scomparendo nell’abisso senza fondo e senza luce che avvolgeva ciò che era rimasto della realtà.
Il vecchio sedette su una panchina sghemba, facendo attenzione a non ferirsi con le punte di ferro contorte che si erano sollevate da un lato; aveva fame, ma non osava avventurarsi di nuovo nell’inferno di calcinacci, in cerca di qualcosa di commestibile. Negli ultimi giorni aveva trovato soltanto spazzatura e cibo avariato, rischiando mille volte di finire sepolto sotto i frammenti che continuavano a staccarsi ad ogni scossa. Meglio aspettare, si disse, distendendo il corpo anchilosato ai raggi di un sole incomprensibile, che si ostinava ad ardere nel mezzo del cielo, ignorando del tutto i concetti di notte e di giorno.

Treston non si stupiva che quello scampolo di universo, in cui gli era capitato di trovarsi al momento del collasso, avesse smesso di ruotare intorno al sole: era già fortunato a non essersi trovato nel buio completo. Sorrise, considerando il senso che poteva avere, in quel contesto, la parola “fortuna”.
L’ombra con il cappello si proiettò davanti a lui all’improvviso; non lo aveva sentito avvicinare, con tutto quel rumore. L’uomo si levò il copricapo e lo salutò, con un gesto di cortesia di altri tempi. Era giovane, la faccia magra e coperta di polvere. Non lo conosceva, ma lui lo chiamò per nome.
- Ho seguito i suoi corsi, all’università – spiegò con un sorriso triste. – Oh, sembra passata una vita, non è vero?
Il vecchio professore sorrise a sua volta. – Più di una, in effetti. Hai trovato rifugio in questo… posto?
- Io e la mia famiglia; ho due bambini piccoli. Siamo stati fortunati, c’era un negozio con del cibo per neonati, pannolini: per un po’ ce la caveremo.
Il silenzio era riempito dal fragore dell’acqua; il sole, immobile, gettava ombre piatte sul selciato, sgretolato in più punti. Solo le crepe sembravano indicare lo scorrere del tempo, in quel luogo bizzarro.
- Mi chiedevo – continuò il giovane – se lei ha idea di cosa dobbiamo aspettarci; voglio dire… le cose torneranno a posto, prima o poi, non è vero?
- Purtroppo non sono in grado di fare previsioni: ciò che accade è al di là di ogni possibile analisi.
- So che ci sono alcuni che credono di... di poter rimediare. – Si interruppe, distogliendo lo sguardo, come se si vergognasse di ciò che stava per dire. – Sì, insomma, lo so che è assurdo parlarne ad uno come lei, professore, ma…
- Credo di sapere di cosa parla.
- Li chiamano “i riparatori”. Hanno allestito un campo lungo il fiume, sulle colline, poco lontano da qui. Solo tende, nessuna struttura che possa crollare con i terremoti. Non si sa cosa facciano in realtà, se sia pericoloso... Dicono che mettono i fogli rimasti sul terreno; provano ad appiccicarli bene, a proteggerli. Insomma, stanno cercando di far ricrescere la Mappa.
 - Ne ho sentito parlare.
- Ma lei, cosa ne pensa? Voglio dire, lei era fra quelli che sono andati in TV a mettere in guardia la gente contro questa faccenda, giusto?
- Purtroppo non siamo stati ascoltati.
- Ma c’è qualche speranza? Crede che potrebbe funzionare, magari fra mesi, o fra anni? Non mi importa di noi, lo chiedo per i miei figli.

Treston non rispose.
Privata del suo sostegno, la realtà si era sbriciolata, frantumata come un cristallo colpito dal maglio di un gigante. Non era successo in fretta, né in modo imprevedibile: i segni premonitori di quella catastrofe cosmica erano tutti lì, ben evidenti. Per lunghi anni era stato possibile rimediare al disastro: bastava smettere di strappare quel misterioso collante che, a dispetto di ogni logica, al di là di ogni ragione e scopo, se ne stava lì a tenere insieme l’universo, velandone il reale splendore, ma proteggendone l’integrità. Pochi avevano intuito cosa sarebbe successo alla materia nuda, esposta allo sguardo e al contatto diretto con il mondo circostante; come la pellicola della Mappa, lasciata a sé stessa, si disgregava in breve tempo, così avveniva della sostanza che essa ricopriva. Togliere quella protezione significava compromettere un misterioso equilibrio di forze centrifughe, che agivano sulla struttura delle cose.
Era difficile capire perché non si erano fermati, nonostante le evidenze, gli appelli, i segni del disastro imminente; forse, aveva pensato Treston, era nella natura dell’uomo, nella sua parte più profonda. Tutti sapevano cosa si doveva fare, ma nessuno aveva iniziato a farlo; non si era trovato chi potesse muovere quel primo passo. Leader, governi, uomini di Stato: tutti erano rimasti a guardare il loro pezzetto di mondo cadere in rovina. Finché un giorno, semplicemente, era stato troppo tardi.
Treston si sentiva lo sguardo dell’uomo sulla pelle, più caldo di quel sole innaturale che squarciava il cielo in un giorno infinito e irreale. Sollevò il volto, fissando la disperazione che dilatava gli occhi e torceva la bocca del giovane padre in una smorfia isterica, febbrile. Lo guardò a lungo, senza parlare. Poi si alzò, fece qualche passo verso il fiume e disse piano: - Mi dispiace.

***

Il vecchio gettò lo sguardo nel pozzo di nulla che si inabissava davanti a lui, nel punto dove terminavano il fiume e quell’ultimo brandello di realtà, e lo vide passare, silenzioso come una cometa oscura. Il corpo fluttuava piano, volteggiando senza peso nel buio; in assenza di un punto di riferimento, in quella porzione non misurabile di vuoto assoluto, il fatto che ruotasse su sé stesso era un fatto puramente teorico: non c’era nessuna materia a definire lo spazio che occupava, né alcuna forma di energia il cui divenire potesse indicare un tempo, nel quale compiere quelle rotazioni.
Ciò nonostante, l’aria gli sfuggiva dalla bocca aperta, e un filo di sangue sgorgava dal suo petto, dove era piantato un rozzo pugnale, allungandosi in un sottile nastro vermiglio. E dietro di lui, venivano tutti gli altri: uomini e donne, che si tenevano per mano, con i piccoli stretti al petto, i volti nascosti contro le spalle dei genitori, per non vedere quel buio misericordioso che li aveva accolti. Volavano verso il centro dell’oscurità, fantasmi silenziosi, non più reali dei brandelli di quell’universo che avevano preceduto nel viaggio verso il nulla.

Il vecchio chinò la testa, si prese il volto fra le mani e lasciò che le lacrime gli bagnassero le dita; a lungo tenne chiusi gli occhi, finché l’ultimo di loro non fu passato e scomparso nel buio. Era solo, l’ultimo rimasto, nell’ultimo frammento del mondo.
Si alzò, raccolse un ciuffo d’erba dal prato e la gettò giù, nell’abisso, come un ultimo saluto. Rimase un attimo lì, davanti al vortice, come incerto sul da farsi. Poi si avviò verso una piccola casupola di mattoni, che si stagliava in cima alla collina; la luce del sole vi batteva intensa, scaldando le piccole pietre e tingendole di un rosa tenue, soffuso. Socchiuse una pesante porta di legno e scese una ripida scalinata. Sotto, fra le volte umide di una vecchia cantina, le luci di un calcolatore ammiccavano pigramente nel buio. Il professor Treston sedette alla vetusta consolle, che aveva preso dal laboratorio di Lemorge, e digitò a lungo sulla tastiera. Poi si appoggiò contro lo schienale e chiuse gli occhi: non sentiva nulla. Era normale, ma ne fu deluso: contro ogni logica, si era aspettato di percepire un qualche cambiamento.
In silenzio, là fuori, il mondo stava cambiando; le fila della realtà si riannodavano: ciò che rimaneva della Mappa, come le tessere di un mosaico, tornava lentamente al suo posto. Intorno alla piccola casa, campi e colline, boschi e sponde di fiumi si allargavano verso un orizzonte sempre più vasto, come il cerchio di un’onda.
Alla fine, un’altra Mappa era distesa su un nuovo mondo, appena nato: era molto diverso da quello di prima, ma non c’era nessuno ad accorgersi delle differenze, né qualcuno che potesse rovinarlo di nuovo.

Con un sorriso triste sul viso pallido, il professor Treston aveva chiuso gli occhi un’ultima volta.