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venerdì 2 gennaio 2015

L'insostenibile incompletezza (e le margherite)

Un cielo limpido, screziato di rosa, era teso fra le cime delle montagne e incastonava lo splendore immacolato della neve. Il sole risaliva il fondovalle, in un silenzio maestoso, disegnando arabeschi dorati sul prato fiorito: per terra il vento intrecciava luci ed ombre al dondolio delle fronde, portando da lontano dolci profumi e piccole nuvole.
Quando l’alba la raggiunse, illuminandole i petali curvati dalla rugiada, lei rilassò le corolle e aprì i pistilli all’aurora, che risvegliava l’energia della vita. Benedisse il giorno caldo d’estate e si preparò ad attendere il volo delle piccole sorelle, lasciando uscire copiosi getti di nettare viscoso. Pregustò la sensazione di piacere che le avrebbero dato succhiandolo, e sentì la linfa formicolare lungo il gambo: era felice fino alle radici. Il calore aumentava e lei espanse le proprie sensazioni intorno alla sua zolla, sondando le altre piante del prato. Percepiva ovunque euforia e gioia: allegri messaggi chimici scianavano nell’aria, intrecciandosi alle rotte degli insetti, e diffondevano una serena sinfonia di prosperità e speranza: ovunque la vita fioriva, libera e meravigliosa.
 Con quello sguardo interiore che posseggono i fiori, osservò lo spettacolo delle pianticelle che, tutt’intorno, punteggiavano il piccolo pianoro alpino, ondeggiando alla brezza, un richiamo di irresistibile seduzione. Aveva da poco imparato a percepire anche sé stessa, la struttura del suo corpo, visualizzandola così come doveva apparire, ad esempio, alle api che suggevano le sue delizie: ammirò così un gruppo di otto splendide margherite, dalle corolle invitanti e succose, ciascuna coronata da tredici petali eleganti. Un turbine di potenziali d’azione percorse le delicate connessioni cellulari e una vibrazione coerente si generò nel medium elettrolitico dello spazio fra le loro pareti, assumendo la forma di un’onda-pensiero; questa, anziché annullarsi, prese forza e consistenza, fu ripresa e amplificata dagli appositi organuli e si diffuse lungo le emanazioni del campo elettromagnetico che irradiava dalla piccola pianta.

I miei fiori hanno tutti lo stesso numero di petali.


Per il successivo intervallo di tempo la vita trascorse indifferente al rivoluzionario messaggio che aveva lanciato. Vennero le piccole sorelle, le loro vibrazioni meccaniche agitarono la quiete del mattino, generando armoniche onde d’urto con lo spostamento d’aria prodotto dal battere ritmico delle ali. Le corolle vibravano in risonanza, il nettare stillava copioso mentre le delicate bocche delle api vi si immergevano, succhiando e suggendo; furtivi e flocculenti granelli di polline si sgretolavano, rotolavano lungo la trama polposa del fiore e si incastonavano nel pelame serico degli insetti, che ripartivano, trasudando zucchero e ingordigia, in cerca di altri fiori, dove gli stami fremevano nell’attesa di quel dono segreto di vita. La pianticella osservava il miracolo nel suo quotidiano splendore, dimentica delle riflessioni di poco prima, finché uno sciame di onde-pensiero di particolare intensità la investì: non era un semplice messaggio, ma l’eco di un frenetico sconvolgimento, che l’orecchio umano avrebbe tradotto in una confusa cacofonia di voci sovrapposte.
Anche i miei! È vero… com’è possibile? Io lo stesso! Anche per me, sempre lo stesso numero.
La piantina ritirò un poco i fiori, piuttosto turbata, e spense i propri recettori. Per tutto il giorno non osò ascoltare oltre il turbinio di messaggi elettrochimici che imperversavano nel praticello, disturbando il volo degli insetti e la quiete operosa del giorno: era consapevole comunque del diluvio di pensieri che infuriava intorno a lei, minacciando il delicato ordine della consuetudine, ma temeva di scoprire, interpretandoli, che il tutto fosse stato originato dalla sua prima, imprudente osservazione, le cui conseguenze si erano rivelate imprevedibili. Solo verso sera, quando il chiarore dorato dei raggi obliqui annunciava l’imminente quiete, si mise nuovamente in ascolto, incapace di resistere oltre alla curiosità. In pochi istanti trovò conferma dei suoi sospetti: le esclamazioni di stupore e meraviglia, seguite alla sua innocente scoperta, parevano aver generato un’animata conversazione, che non accennava a scemare, nonostante il crepuscolo incombente. Anche più tardi, sotto lo sguardo muto delle fredde stelle, continuarono ad echeggiare i pensieri degli arbusti; con angoscia, udì persino la voce stentorea dei maestosi Alberi, che aleggiava al chiarore spettrale della luna, come il sottofondo cupo di un’antichissima armonia. Stavano diffondendo il Cantico.
Seme da frutto, fiore da legno. Radice nel buio, Luce alla foglia. L’impressa semenza contiene il pensiero, distinta coscienza compone la forma: Noi siamo liberi sotto il cielo. Veniamo dal Seme, torniamo alla terra.
Terrorizzata, serrò tutte le corolle contro il freddo della sera, chiudendo ogni pensiero: gli alberi non intonavano il Cantico da molte generazioni di fiori. Doveva essere accaduto qualcosa di grave, di certo si era diffuso un’onda-pensiero anomala, che aveva disturbato le piante e gli insetti. Tremò al pensiero del polline perduto e delle vite che non erano nate per colpa sua: era certa infatti di aver scatenato lei quell’orrore, diffondendo il suo primo impulso. Di sicuro, al prossimo Giorno, avrebbe ricevuto la visita di un Messaggero.

Il nematode strisciava con lenta costanza, trascinando le sue spire lungo il solco dei fogli d’erba appiattiti dal passaggio dei segmenti precedenti: si apriva la strada con ferma determinazione, guidato dall’istinto, seguendo l’impulso delle indicazioni fornite dal proprio Albero. La via era tracciata con chiarezza nella sua rudimentale coscienza, ma quando fu vicino, non ebbe più bisogno di ricordare le istruzioni ricevute: gli bastava seguire le ondate di panico che si irradiavano dal centro del cespuglio di margherite. Si fermò a breve distanza dal cerchio delle sue radici e mandò un pensiero di saluto, rigido e formale. Lei rispose con soggezione e timore; avrebbe voluto tranquillizzarla, ma non lo fece: la situazione era grave. Distese le spire e si mise in contatto con l’Albero, comunicandogli che il collegamento era stabilito: quasi subito fu invaso dall’antica e immensa energia del Custode, un faggio frondoso dal tronco possente, e ne fu del tutto annullato.
- Piccola sorella, ti sia radioso il giorno.
La piantina esitò per un istante, prima di ricordare le parole giuste: - Risplenda il sole alle tue fronde, terra fresca alle tue radici.
- Un Pensiero si è diffuso nel prato; molte piante sono turbate, le foglie e gli stami fremono di confusione, gli insetti vagano storditi, mentre il nettare si rapprende sugli stami. Tu conosci questo pensiero, piccola sorella.
L’ondata di un’angoscia ancestrale percorse la piantina, facendo vibrare la linfa fin dalle radici. Tremando tutta, cercò di tradurre in modo coerente le proprie confuse sensazioni: pensò alla gioia che aveva provato nell’osservarsi, e al senso di estasi che l’aveva avvolta, quando si era resa conto che i suoi fiori possedevano una simmetria così affascinante: lo stesso numero di petali, per ogni corolla! Uguali eppure distinte, le sue margherite, nella loro assoluta semplicità, contenevano una verità paradossale e profonda… Era difficile dare forma ad un’onda-pensiero in grado descrivere la vertigine, l’abisso, che quel semplice riscontro le aveva provocato: ma l’albero era antico e saggio, avrebbe certamente compreso, e lei ci provò.
Un violento uragano di segnali la investì, facendo vibrare i suoi recettori con violenza tale che lei temette di rompersi. Con le parole del Cantico, l’albero l’aggredì, furioso.
- “Distinta coscienza compone la forma! Noi siamo liberi sotto il cielo!”. Comprendi il senso del Cantico? Esso condanna la follia del tuo pensiero!
Sgomenta, la piccola pianta fu tentata di chiudersi in sé stessa: più della violenza del rimprovero, la feriva il fatto che il Custode trovasse follia ciò che le aveva donato quella sensazione di meravigliosa consapevolezza. Per questo, osò di nuovo aprirsi e ribattere.
- Non comprendo la mia colpa, grande Custode: ciò che ho osservato, viene da me stessa, è scritto nella mia natura. Ed è lo stesso per le altre piante.
Una vibrazione diversa, fino a quel momento sconosciuta, impregnava la risposta dell’albero. In qualche modo, lei seppe che era paura.
- Come puoi credere che qualcosa sia SCRITTO nella tua natura? Ciò è perverso.
- Non ho scelto il numero dei miei petali, ma ho osservato come sono fatti i miei fiori. E anche le altre…
- BASTA! – Tuonò il custode. Le sue vibrazioni fecero sobbalzare il corpo del nematode in una serie di scatti convulsi, e scossero di nuovo la pianta. – Questo è abominevole. La natura non è scritta, la FORMA non è scritta, ma è espressione del libero arbitrio che anima le nostre coscienze. Io solo sono il creatore dei miei rami, l’artefice delle mie foglie, il signore delle mie radici!  
- Conosco me stessa – ribatté, stupita di come l’irritazione in lei fosse molto più forte della paura. – Ciò che ho osservato in me stessa non può che essere frutto della mia natura. E non vi è niente di abominevole in me!
- Osservare non è la stessa cosa di comprendere, piccola sorella. La tua visione può essere imperfetta e la sua analisi può condurti fuori strada, verso la perversione del pensiero. Credimi – aggiunse dopo una pausa, con tono minaccioso – ho visto questo accedere altre volte. Le conseguenze sono state… dolorose.
- Non temo le conseguenze di ciò che sono – insisté, testarda. - Ed io sono una pianta con otto margherite, tutte di tredici petali: esattamente come le altre margherite del prato. Ora, questo è un fatto che nessuna di noi ha deciso, ma che tutte abbiamo osservato: non c’è niente di perverso in questo, a meno che non siamo perverse noi stesse! Vuoi dire questo? Che la nostra natura è perversa?
- La natura è perfetta – replicò gelido l’albero, spiazzato da quell’arringa. – Ma ovunque può nascondersi l’arroganza della deviazione. Bada ai tuoi pensieri, piccola sorella, o ti perderai.

Dopo quel colloquio, la piccola pianta rimase sempre in silenzio: non partecipava allo scambio di onde-pensiero fra le altre piante, né si curava di emettere il suo profumo, per richiamare le piccole sorelle quando il nettare colava sugli stami, lasciando che si rapprendesse sulle corolle. Il suo polline invecchiava e si seccava. Registrava soltanto i segnali che giungevano da lontano, oltre il prato, escludendo tutto ciò che riguardava la vita del suo mondo; scoprì che altrove si parlava più liberamente di quello che da loro era proibito. Piante e fiori, poco lontano, si osservavano e si interrogavano sulla propria natura: c’erano discussioni vivaci intorno al numero dei petali di molte piante, che sembravano legate ad alcuni, specifici valori fissi, oltre al tredici. Si parlava della disposizione delle foglie lungo il tronco, persino del numero di scaglie che componevano le pigne dei grandi Custodi. Non seppe mai se quelle conversazioni, di cui captava a volte solo confusi frammenti, fossero nate da sole, o se invece non avessero preso anch’esse origine dal suo primo pensiero: ma in qualche modo, nel suo solitario declino, credeva a questa seconda possibilità, e ciò la consolava. Prese a chiudersi sempre più spesso, rinunciando ad accogliere le poche api che ancora cercavano il suo nettare, scialbo e invecchiato. I petali avvizzivano, i fiori chinavano il capo.
Mentre la breve estate luminosa si addolciva dei toni caldi dell’autunno, e i custodi cantavano suppliche all’inverno, perché fosse clemente, la piccola pianta passava il tempo contemplando il riverbero lontano dei lumi di ragione che le erano negati: sapeva che il suo pensiero, da solo, non avrebbe potuto spingersi a quelle vette di associazione e di analisi le cui eco, captate a fatica, non erano sufficienti a farle intravedere più di un barlume di comprensione. Quelle mancate rivelazioni acuivano il suo rimpianto, come la vista di una fiamma di camino, al di là di una finestra, rende più penoso il gelo per chi è in strada.
Infine scese la neve; eterei fiocchi arabescati danzavano nell’aria gelida, altrimenti immobile, e cadevano a terra con sommessi scricchiolii, sempre più soffici, fondendosi in un manto immacolato di morbide pieghe. Sommersa, raggelata, la pianticella moriva, infelice per la consapevolezza di non aver da lasciare alcun seme, alcun futuro: aveva trascurata la vita, nel sublime sforzo di comprenderne la natura, e pertanto ne era uscita all’esterno, fino a perdere il diritto di farne parte. Era questo il terribile prezzo della sua osservazione, lo scotto dell’analisi che aveva comunque fallito: il pensiero non può abbracciare per intero ciò di cui fa parte.

Un fiocco più grande si posò su una delle sue rade foglie: il dolore del gelido contatto la distolse dall’amarezza della sua fine, costringendola ancora una volta ad un ultimo, perverso pensiero. C’era qualcosa, nella struttura del cristallo di neve, che possedeva un fascino immenso: l’uguaglianza fra le sue parti risaltava nella sublime architettura di una complessa simmetria. La percepiva, senza capirla, travolta da tutta quella bellezza. Avrebbe voluto studiarla, comprenderla, essere capace di riprodurla nel suo pensiero: e che peccato, che immenso dolore, era non averne più il tempo!


Questo racconto partecipa all'81esima edizione del Carnevale della Matematica, che sarà ospitata sull'ottimo Scienza e musica di Leonardo Petrillo con il tema, non vincolante, "Storia, Personaggi e Applicazioni dell'Analisi Matematica" (qui la prima call for paper)