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giovedì 19 febbraio 2015

Eroe di guerra

Aggiornamento: va a +Michele Scarparo il merito di avermi fatto notare che questo racconto, dalla particolare struttura, può essere assimilato ad una Bottiglia di Klein, le cui bizzarre proprietà sono riassunte sia sulla pagina di wikipedia ad essa dedicata, mentre alla parte più interessante della storia ci ha pensato, tempo fa, il Sommo Popinga.

Bene, ora leggetevi il racconto, poi, se ne avete voglia, parliamo ancora. Ci vediamo dopo le Cornici Concentriche!



Sapete della fine che fece, quell'ufficiale di Finnestrel? Un fatto noto, ne avrete sentito parlare. Era un pilota nella terza Guerra del Legno; chi l'ha conosciuto ne parla come di un valoroso. Dopo essere sopravvissuto alla caduta di Alfeas, si ritirò da queste parti, vicino al grande lago, a vivere come un eremita.
Tutti sapevano che gli ufficiali, durate la guerra, mettevano da parte un bel gruzzolo; senza contare che ai reduci di quell'atroce disfatta era stata assegnata una pensione altrettanto sostanziosa. Insomma, all'epoca in cui comparve, una sera d'inverno, all'ingresso dell'unico emporio di Gerico, a quel capitano non mancavano né l'onore, né i mezzi per vivere senza preoccupazioni. Si era congedato presto, appena passati i novanta, e nessuno sapeva spiegarsi perché un'eroe di guerra ancora giovane, ricco e di bell'aspetto, fosse venuto a seppellirsi qui. Quella sera stessa pretese di parlare con il Borgomastro, chiedendo di rilevare la vecchia torre diroccata dell'Arcidivinatore. Pagò subito la cifra richiesta, caricò la slitta a levitazione con mezza tonnellata di nanocolla, e si avviò verso la sua nuova casa, incurante del blizzard in arrivo.
Nel giro di un paio di settimane, il capitano aveva rimesso in efficienza la vecchia costruzione; le mura di metallo scuro, ripulite dai filamenti di muschio accumulati nei secoli, rilucevano al pallido sole invernale, facendo risaltare le chiazze più chiare delle recenti riparazioni. La diffidenza dei valligiani si mutò in aperto timore; a lui, comunque, sembrava non interessare affatto cosa pensassero i suoi nuovi concittadini. All'inizio si recava all'emporio con una certa regolarità. Arrivava sempre a fine giornata, poco prima della chiusura, e comprava di tutto: provviste, materiali edili, ricambi per le stampatrici e mangime per i nanofabbricatori. Sembrava intenzionato a espandere il rudere. Non parlava, ma si limitava a consegnare al gestore dell'emporio una lista degli articoli che gli servivano.
Mentre gli caricavano la slitta, lui se ne andava alla locanda, ordinava da bere e si sedeva in disparte, dando le spalle agli altri clienti. Aspettava che lo venissero a chiamare sorseggiando dal boccale e guardando la finestra; osservava i cieli carminio tormentati dal vento e le nuvole, che vorticavano sopra le foreste, sfrangiarsi in brandelli fumosi sulle punte aguzze delle montagne. Prima di notte, ripartiva; pagava sempre sull'unghia e spesso lasciava una mancia generosa. Insomma era ricco, eccentrico e taciturno.
Dalla Torre non passava nessuno; poco oltre iniziava la strada che costeggiava il lago, una striscia nera sempre lucida di pioggia, che saliva serpeggiando fra i tronchi delle sequoie verso le sorgenti del fiume senza nome. Era stata sbarrata trecento anni prima, quando il bosco era diventato troppo pericoloso; l'autoasfalto si manteneva inutilmente levigato e liscio, incurante delle creature che vi scorrazzavano sopra, dondolando i colli giganteschi nella nebbia. Con il sopraggiungere della stagione calda, le visite del reduce al villaggio si diradarono, ed anche il suo atteggiamento si fece ulteriormente scontroso. Forse siete fra quelli che pensano all'inverno come la stagione peggiore, da queste parti: ebbene, se è così, siete di parecchio fuori strada. 
Fu più o meno in quel periodo che la ragazza capitò a Gerico; nessuno ricorda la data precisa, ma deve essere stato poco prima del disgelo. Nel periodo della schiusa, la maggior parte delle persone passa le notti sul tetto delle case, a sorvegliare i campi con i visori notturni, per non farsi sorprendere nel sonno dalle larve affamate. In quello stato d'animo, con la gente intontita dalle veglie e la nebbia sempre fitta, nessuno fece troppo caso a lei. Pare che avesse trovato subito lavoro da Bet, alla vecchia mescita in fondo al villaggio, non lontano da qui. Comunque, si stabilì lì, senza far parlare di sé, e dopo un po' fu come se ci fosse nata, da queste parti. Ed è una cosa frequente, vedete: capiterà anche a voi, se vi fermerete abbastanza; finirete per crederci anche voi stesso, di essere sempre vissuto con noi. 
Eleanor, si chiamava; piccola e minuta, le mani sottili e sempre indaffarate. Aveva i capelli bruni, gli occhi grandi chiari e addolciti da una piega singolare delle palpebre, che le dava un'aria mite e trasognata. La bocca era piccola e piena, naturalmente incurvata in un abbozzo di sorriso bizzarro, né beffardo né malinconico. Una ragazza semplice, che parlava poco e a bassa voce: l'ultima persona che ci si aspetterebbe di dover tirare fuori dai guai. 
Toccò a me, come avrete capito. All'epoca ero di turno al girocottero quasi ogni notte. Voi mi vedete oggi, sulla soglia dei duecento; ma quando successe il fatto, non c'era un paio d'occhi più abili dei miei, con il visore: riuscivo a volare in piena notte anche senza stelle. Non so chi se ne fosse accorto: forse la vecchia Bet era andata a cercarla per qualche commissione, o per un presentimento: chi può dirlo? Fatto sta, quella buona donna si rese conto che la ragazza non era in casa; la schiusa era finita da qualche settimana e, con tutti quel cuccioli di Sper in giro, affamati e violenti, potete ben capire che si fosse preoccupata. Diede l'allarme senza perdere tempo: la ragazza era giovane, inesperta dai luoghi, e forse anche voi non avete idea, per il poco tempo che siete qui, di quando sia facile perdere l'orientamento nelle notti di tuttobuio. Le luci del villaggio sono spente, per non attirare gli animali, e chi non ha un visore non può fare dieci passi senza rischiare di rompersi una gamba, o peggio.
Mi alzai in volo. Mancavano due ore all'alba; a oriente un filo di luce ricamava la nebbia, leggero come un drappo funebre. Scacciai il pensiero, che mi era sembrato di cattivo gusto, e attivai i sensori termotraccianti. Trovai le orme quasi subito; come immaginavo, la ragazza non aveva preso alcuna precauzione: le sue tracce di calore risaltavano sul suolo freddo come una striscia di diamanti su un velluto nero. Le seguii, pregando di essere stato il primo a vederle. Non era così, ovviamente; a volo radente, abbattei qualche decina di Sper che si erano già messi in caccia. Pregavo he quella piccola incosciente non si fosse inoltrata nel bosco fitto, dove non sarei riuscito a seguirla con il girocottero. Il tuttobuio era completo, il pianeta aveva la sua dannata faccia rivolta al pozzo senza fondo dell'universo, interi anni luce di vuoto oscuro ci danzavano sulla testa con il ghigno beffardo di quelle tenebre dissennate. Sono le notti più difficili, amico mio, quando ogni stella, ogni chiarore si trova dall'altra parte dell'orizzonte, e noi siamo qui, soli con le assurdità che l'evoluzione ha riversato in questo inferno. 
Giunsi alla fine del sentiero che aveva imboccato quella Eleanor; mi abbassai fino a sfiorare le cime degli alberi, trovando conferma del mio timore: era entrata nel bosco. Bestemmiando, cercai una radura e atterrai. Avevo già indossato tutto l'armamentario che si usa per le missioni a terra, quindi balzai giù e spianai la lancia termica, pronto a vaporizzare qualunque scherzo di natura mi si fosse avvicinato, attratto dal baccano del velivolo. Ma quelli erano furbi e avevano imparato la lezione; se ne stavano a pochi metri, al sicuro dietro i cespugli, in attesa di un passo falso.
Mi misi in marcia, sicuramente seguito da una mezza dozzina di Sper, e Dio sa cos'altro. Il cerchio tremolante delle luci della corazza ricacciava di qualche metro il buio e le cose che vi erano in agguato. Le vedevo a tratti, con la coda dell'occhio, vorticare nella nebbia densa agitata da tentacoli e zampe; la traccia di orme era caldissima, il suo riflesso abbagliante inondava il visore del casco rendendomi difficile distinguere le sagome delle belve che risaltavano agli infrarossi. La ragazza doveva avere pochi minuti di vantaggio e la zona era piena di predatori, che si tenevano lontano da me soltanto perché avevano imparato a riconoscere un fucile al plasma. Disperai di trovarla ancora viva, ma non potevo semplicemente girare i tacchi e andarmene.
Il silenzio era assoluto; lo scricchiolio dei miei stivali sul terreno gelato sembrava echeggiare come i passi di un gigante nella volta di una cattedrale. A quel pensiero alzai lo sguardo, e lo vidi: non so quale istinto mi salvò, ispirandomi quell'occhiata, e facendomi intuire il mortale pericolo che stava per abbattersi su di me. Mentre rotolavo a terra, caricando il fucile, sentii la lama che mi fischiava ad un palmo dal viso; in quel momento, seppi con certezza che fine aveva fatto la ragazza.

- Perché ti sei fermato? Si stava facendo interessante.
- Finisce qui. Non c'è scritto altro.
- Che diavolo stai dicendo? E le altre pagine?
Le scorse rapidamente, facendo frusciare gli angoli del vecchio manoscritto fra le dita. - Sembrano tutte ripetizioni della stessa storia, con variazioni insignificanti. Ecco, vedi? - il giovane che stava leggendo porse un mazzo di fogli all'amico. - In questa parte, la ragazza si chiama Elize, ed è bionda. Qui - aggiunse scartabellando ancora - a perdersi nel bosco è un bambino, e l'uomo che racconta dice di chiamarsi Elmer. 
- Sì, ma come va a finire?
- Non c'è scritto da nessuna parte. Sembrano tutte diverse variazioni di un incipit.
- Che assurdità, ma perché diavolo scrivere tante volte l'inizio di una storia, senza poi darsi la pena di completarla?
- Non ne ho idea. Di sicuro non vale la pena di leggerla, una storia così! - soggiunse, gettando i fogli sul pavimento, dove caddero e sollevarono un nugolo di polvere rossastra. La luce del tramonto, filtrando dalla cornice sbilenca di una finestra sfondata, gettava un'aura sinistra all'interno della rovina.
- Dai, andiamo, abbiamo perso anche troppo tempo qui. Non siamo venuti a Peregont per questo.
I due avventurieri ripresero il cammino, facendo rimbombare le antiche pietre con il clangore delle piastre d'acciaio. Il più esperto dei due avanzava baldanzoso, tenendo alta la fiamma vivida di una torcia, incurante del riverbero che, nell'oscurità delle sale superiori, annunciava la loro avanzata. Non era certo il caso di nascondersi! Quel dungeon era assolutamente alla portata dei loro personaggi, e comunque non aveva alcuna intenzione di mostrarsi pauroso davanti a Leila. 
Era carina e gli piaceva, su questo non c'era dubbio: ma la ragazza aveva un temperamento un po' troppo arrogante per i suoi gusti. E un po' troppo alternativo: fare il master in un gioco di ruolo era una cosa seria, che richiedeva un certo stile. Tutti nel gruppo avevano cercato di opporsi, all'idea di farle scrivere un'avventura, ma non c'era stato niente da fare; alla fine l'aveva avuta vinta. Come previsto, la serata si stava dimostrando di una noia mortale: da più di un'ora erano entrati nel dungeon e non avevano incontrato nemmeno un gatto rabbioso. Solo enigmi, qualche trabocchetto di poco conto, e un mucchio di libri. Erano pieni di storie assurde, che non finivano mai, come quella che avevano appena letto; per di più, la fortezza era immensa, anche se la sua struttura appariva terribilmente monotona. Assomigliava più che altro ad una biblioteca, con stanze esagonali, collegate attraverso due aperture con altre del tutto identiche, e una scala a chiocciola al centro di ogni esagono, che conduceva ai piani superiore ed inferiore. Una cosa scontata e noiosa.

- Oh, no, così è davvero troppo, Mirko!
- Che vuoi dire?
- Il riferimento è troppo palese. 
- Che riferimento?
- Andiamo! Stai descrivendo "la biblioteca di Babele", di Borges. Ti accuseranno di plagio!
- Per niente. L'ho inventata io, questa configurazione del dungeon. E poi non l'ho mai letto quel romanzo.
- Non è un romanzo, è un racconto.
- Fa lo stesso. Non l'ho mai letto. Si vede che abbiamo avuto la stessa idea, ecco tutto.
- See, va be.
- Mi stai dando del bugiardo?
- Eh dai, non ho detto questo.
- Ma si capiva proprio questo.
- Che ti prende? Oh! Metti giù quel coltello!
- Mi sono proprio stufato dei tuoi commenti saccenti.
- Dai, stai calmo...
- Mi hai sempre criticato, fin dall'inizio...
- Sei tu che mi hai chiesto di rivederti il romanzo!
- ... non mi hai mai creduto. Le mie storie, per te, sono solo delle fesserie.
- Non è vero... le trovo... interessanti!
- Interessanti... ah. Vediamo se così ti sembreranno più verosimili
- No, che fai? Ahhhh!
Il vecchio fece scattare un comando sul bordo del tavolo, e il visore, al centro della sala, si spense. Nessuno dei pochi avventori della taverna parve accorgersene. Lui spostò lo sguardo e lo incrociò con quello del forestiero, che sedeva da solo davanti ad un piatto pieno di zuppa.
- Roba da matti, visto? E va sempre a finire così; non solo nei film da quattro soldi che abbiamo qui.
- Cosa volete dire? - si incuriosì l'altro, facendo un cenno verso la bottiglia che aveva davanti.
Il vecchio non se lo fece ripetere. Ben felice di un po' di compagnia, si spostò al suo tavolo, riempì un bicchiere e lo tracannò, accennando alla volta dello sconosciuto. 
- Credete ad un vecchio: la vita è un continuo vortice di cornici concentriche, che si rincorrono senza capo né coda. Se non altro, è la caratteristica di questo posto: oh Dio, penso di essere vicino ad impazzire. Succederà anche a voi, se resterete a lungo su questo assurdo pianeta. Come dite? Siete qui da poco? Non abbiate fretta; ce ne sono stati altri di stranieri, prima di voi, a Gerico. Prendete, per esempio, quel vostro compatriota. Lo sapete, della fine che fece, quell'ufficiale di Finnestrel? Un fatto noto, forse ve ne hanno già parlato...


Eccoci qua.
Dicevamo, prima, che questa frustrante storiella senza capo né coda (anzi, con un solo capo a far da coda, e viceversa) prende spunto dalle superfici non orientabili e in particolare dalla bottiglia di Klein. La peculiare struttura narrativa infatti è organizzata in modo che il "collo" della bottiglia sia rappresentato dal momento in cui una storia arriva al suo acme, o ad un nodo strategico della trama; ed è proprio in quel momento che il flusso narrativo "penetra" dentro la superficie di un'altra storia; quando all'ultimo snodo si ritorna, in maniera ricorsiva, alla prima cornice, questo rappresenta il punto in cui il collo della bottiglia si inserisce nel fondo, confondendo definitivamente l'interno e l'esterno. Una storia, appunto, non orientabile.
Forse Hofstadter potrebbe parlare di "strani anelli"... io e il Coniglio, al massimo, possiamo scusarci per questa strana "carota" ripiegata su sé stessa che vi abbiamo offerto!