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giovedì 12 febbraio 2015

Fuori ruggisce la tigre (o "la follia dell'identità")

La mano era stanca, di una fatica inspiegabile. Sollevò il lembo del foglio ingiallito; le dita erano sottili, solcate da un grossolano reticolo di vene scure. Con cautela portarono il frammento di pagina all'altezza degli occhi, grigi ed eccitati; le pupille iniziarono a scorrere febbrilmente le righe strette del manoscritto: ondeggiavano fra le parole con brevi scatti repentini, come se la lettura di quelle note spigolose risultasse talmente penosa da rendere impossibile procedere in maniera ordinata.
Il capo era reclinato su un lato, nello sforzo di distinguere le lettere frettolose. Di tanto in tanto ondeggiava al ritmo sincopato di quella lettura frastagliata, assecondando il movimento della bocca che pronunciava, a fior di labbra, confusi spezzoni di frasi. Le aveva vergate in un altro, lontanissimo presente e ora - oh, ma non era inevitabile? Non l'aveva sempre saputo? - ora tornavano a visitare la sua memoria, come fanno i più familiari fantasmi in un crepuscolo d'autunno. 


L'aria immobile odora di sale e di fumo lontano; il velo di una nebbia impalpabile riempie scenario della piccola baia, le sue gocce gelide imperlano le rocce scure. Intorno, pareti scoscese, punteggiate di scheletri d'alberi e radi arbusti sfioriti, che digradano fino ad immergere nel mare le punte aguzze degli scogli. Sono qui da molto tempo. Quanto, non posso dirlo con esattezza: non in questo posto. Non ho memoria e non ricordo lo scintillio di un'alba, o l'incendio di un tramonto.
Piove dall'alto una luce soffusa, che mai accenna alla più piccola variazione di intensità. Alle spalle della riva sassosa, la muraglia di pietra scura chiude ogni accesso a chiunque non possa volare: per questo so di essere venuto qui dal mare. In questo quadro statico, solo l'orizzonte sembra ondeggiare, fra il dondolio calmo dell'acqua e l'indolente veleggiare delle nubi, chiazze appena più scure nel cielo pallido.
Se potessi contare, lo farei. Trascorrerei gli intervalli indefinibili della mia crudele permanenza in questo luogo, raggruppandoli in insiemi aperti ad un significato. Anche se qui non esiste il divenire dei giorni, amalgamati in questo eterno pomeriggio livido, potrei numerare il tempo che impiego a percorrere la spiaggia avanti e indietro, o le oscillazioni di un pezzo di legno cullato dalle onde. I battiti del mio cuore, persino. Qualunque cosa, che permetta distinguere un istante dall'altro, spezzerebbe la maledizione di questo posto, restituendo al tempo una dimensione lungo la quale scorrere. Ma tutto questo è precluso, impossibile: qui ruggisce la tigre più scura, è la notte della follia, contro la quale sono sprangate le porte della ragione. Raccolgo una pietra, la giro fra le mani, la poso a terra, fra le sue altre miriadi, e l'effimera singolarità soccombe alla innumerabilità della moltitudine. Affondo le dita nella ghiaia fredda e le ritiro colme di altre pietruzze; la ragione afferma che ciascuna di esse è presente nel cavo della mia mano, separata dalle altre, seppure contigua nella struttura del cumulo polveroso e umido che mi gela la pelle. Ma nella mano io stringo soltanto tutto l'insieme delle pietre, e mi è impossibile circoscrivere con lo sguardo una sola di esse. Aleggia una polvere invisibile, che penetra il pensiero, e come in una tempesta di sabbia, offusca la visione della realtà; impedisce di scendere al livello dei singoli concetti, rende indistinguibile ogni istanza. 
Comprendo, dunque:  non è il tempo, ad essere immobile, o la mia percezione dell'universo, a risultare fallace. In questo luogo inspiegabile, che è l'esistenza, ciò che infine risulta negata è la stessa identità della cose. Collassano in un amalgama penoso i significati, le istanze. Le multiformi ramificazioni dell'albero di possibili scelte, ogni variazione molteplice dell'universo, che tanto lo rende vitale e sconfinato al pensiero, è rattrappita nella sagoma scheletrica di un tronco disseccato e morto, un moncherino avvizzito che siamo costretti, fra le lacrime, a chiamare "presente". Può forse esistere un altro inferno, oltre a questo?

Le mani tremavano; le teneva poggiate sulla superficie di quella vecchia pagina, che aveva invano esiliato dal suo presente. Sulle nobili assi scure dello scrittoio i palmi premevano, si sovrapponevano alla carta ingiallita, come se potessero ancora una volta scacciare lontano quella consapevolezza, evocare di nuovo la pietosa bugia di una memoria fallace, di un ricordo confuso. Ma non poteva; gli spettri sedevano intorno, aleggiavano nella stanza, i loro occhi vuoti lo fissavano, le voci silenziose lo incalzavano. Dita informi gli sfioravano il viso, la carne gelida dei suoi pensieri più oscuri fremeva. Non poteva rimandare ancora: la verità è tanto spietata quanto impaziente. Ruggiva la tigre. Il vecchio allungò la mano verso un quaderno sgualcito, lo trasse a sé, e riprese a scrivere il suo racconto. 

Se mi dicessero che ci sono unicorni sulla luna, io accetterei o respingerei la notizia, oppure sospenderei il giudizio, ma sarei in grado di immaginarli. Se invece mi dicessero che sulla luna sei o sette unicorni possono essere tre, direi subito che è impossibile. Chi ha compreso che tre più uno fa quattro non fa la prova anche con monete, dadi, pezzi degli scacchi o matite. Lo sa e basta. Non può concepire un'altra cifra. 
Se tre più uno può fare due o può fare quattordici, la ragione è una follia.




Nota: questo silenzioso omaggio a J. L. B. partecipa al Carnevale della Matematica numero 82, giungendo qui, appena in tempo per non essere scortese, da qualche posto nella mente dove le cose si mescolano senza una ragione apparente.