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mercoledì 25 febbraio 2015

Sogni di crisalidi

C’è un rumore sottile, che dura da qualche minuto; mi afferra la mente nel sonno e mi riporta a galla, anche se tengo gli occhi chiusi. Ascolto di nuovo. Mi ricorda il raschiare stridulo che facevano le ruote dei camion sull’asfalto, nei giorni di pioggia, quando la vecchia strada era ancora aperta. Sollevo le palpebre; un raggio fioco e argenteo trafigge l’oscurità polverosa della camera: è quasi l’alba. Il fruscio è continuo, forse sale e scende d’intensità, ma non si allontana.
Mi alzo, socchiudo la finestra; no, non viene nessuno. La via è deserta, ammicca luccicando, un rigo d’argento fra le pieghe nebbiose della vallata. Da quando se ne è andata, sono solo. Oh, lo sapevamo entrambi, che non sarebbe rimasta, non dopo l’evacuazione del villaggio. Una ragazza di città, la mia Emma; me lo dicevano tutti, ad ogni occasione: bravo, Ted, hai scelto una buona moglie, bella, di buon carattere. Ma sarà sempre una ragazza di città. 

Lei ci soffriva, a star lontana dai viali illuminati e dalle vetrine. Non che avesse troppe pretese: bastava un giro in macchina ogni tanto, qualche piccola follia nei giorni di festa, una cenetta fuori per le occasioni speciali. Diceva che quelle cose erano i suoi piccoli colpi d’ala, che le consentivano di restare in volo. Povera, piccola Emma: solo adesso capisco quando è stata infelice: non l'ho capito prima perché l’amavo. 
I Sogni iniziarono a primavera, senza preavviso. Era una di quelle terribili notti dolcissime, bagnate di scirocco e profumate di gelsomino; quando ogni cosa è possibile, perché nulla è del tutto reale. Lei fu fra i primi a dirlo, naturalmente; e anche io seppi tutto molto presto. 
Mi sono chiesto spesso, in questi giorni vuoti, se avesse anche dei sogni propri. Ma questo, nessuno potrà mai dirlo. Di sicuro, i Sogni avevano Emma: se l’erano presa e la tenevano stretta. Le sentivo fremere e tremare, nel cuore di quelle notti tremende; lei era dall’altra parte del letto, ci separava soltanto il buio. Potevo tendere una mano e toccarla, ma non lo feci mai: era lì, accanto a me, e lontanissima. 
Anche gli altri facevano i Sogni: all’inizio, nessuno ne parlava volentieri. Ma poi il turbamento ebbe la meglio sulla paura di essere presi per matti, e la gente iniziò a discutere apertamente di quello che stava accadendo. Ben presto, si scoprì che sognavano tutti. Io invece non l'ho mai fatto, anche se non lo dissi a nessuno; ascoltavo gli entusiastici resoconti dei miei compaesani, annuendo con convinzione. Li sentivo parlare a lungo, carichi di una nostalgica dolcezza, una poesia primitiva e pura di cui non avrei mai creduto capaci quei loro cuori grezzi di contadini. Ma tutto questo era nulla al confronto dello splendore con cui Emma mi avvolgeva ogni sera quando, al guizzo ipnotico del fuoco, mi parlava di ciò che sognava lei. I suoi racconti erano arabeschi di luce pura; mi accecavano, ma illuminavano profondità della mia anima che non avevo mai conosciuto. Non so se mi parlasse veramente, o se fossero i suoi pensieri, ad accarezzarmi la mente come fili d’argento, scintillanti di luna su un mare in tempesta.

Sono uscito fuori dalla capanna; il sole sta sorgendo fra la nebbia del fondovalle. I boschi trasudano un vapore denso che si alza in piccole nuvole rotonde, screziate di rosa; galleggiano verso l'aurora come bolle di sapone. Alzo anche io lo sguardo, verso l'origine di quel suono possente: un fiume d'acqua scende dal cielo come un'immensa cascata. Fra poche ore la valle ne sarà piena, il villaggio dev'essere già in parte sommerso. So che doveva accedere, lo sapevamo tutti, dai Sogni, dai racconti: ma non è per questo che siete andati via, giusto? Non semplicemente per salvarvi, per mettere al riparo le vostre cose più preziose, continuare altrove la vita. Voi dovevate andare, l'avreste fatto comunque.
Cammino lungo la vecchia strada, verso la cima; so che non vi arriverò in tempo, e non mi affretto. L'acqua sale alle mie spalle, forse è già alla soglia di casa nostra, sta già entrando nel posto dove siamo stati felici. Emma, mia piccola Emma; chissà qual è adesso il tuo cielo: non questo, dorato, che si tinge d'azzurro mentre il sole lo attraversa. Ma sarebbe bello poter pensare che anche tu, in qualche modo, lo veda. 
- Vieni anche tu, Ted. 
Quante volte me l'hai detto? Fino alla fine, quando sei dovuta partire, con gli ultimi di loro. Avevi la voce spezzata, mentre lo ripetevi; un mormorio dolce e sommesso. Ah, se avrei voluto farlo! E voi mi avreste accolto, ne sono certo. Non mi avreste mai fatto pesare niente e forse, adesso, sarei felice. Ma sapevi anche tu che non sarebbe mai stato il mio posto; in quel prato immenso, dove mi piace pensarti, avrei portato solo un'ombra grigia e pesante, un albero spoglio e morto, che non può avere un posto nel giardino di Dio.  
La salita finisce fra le braccia delle montagne, la via si arresta contro il loro petto di roccia; il sole splende alto nel cielo limpido, fa caldo, sono stremato. Mi volto a contemplare l'immenso lago che si stende ai miei piedi: la cascata vi precipita verso il centro, sollevando in gigantesche volute miriadi di gocce iridescenti. E' questo, dunque, il Paradiso: un Eden azzurro, un'immensa prateria d'acqua dove fioriscono milioni di arcobaleni. Le prime onde della risacca mi lambiscono i piedi, è questione di pochi minuti; mi spoglio completamente, lascio che la marea mi avvolga e mi sollevi ancora un poco verso il cielo bianco e il suo chiarore abbacinante.
Emma, mia piccola Emma; quale sei tu, fra queste miriadi di farfalle che mi volteggiano intorno, mentre le mie braccia stanche si muovono sempre più lente, e la testa affonda nell'acqua azzurra? Eravamo tutte crisalidi, in quel breve giorno che abbiamo chiamato vita: nella mia ora felice ho visto spuntare le tue ali delicate.
L'azzurro è profondo e cupo; l'acqua richiude sul mio capo la sua morbida tomba. Non ho mai creduto di poter volare con te: ero un bruco, innamorato di una farfalla.