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domenica 8 marzo 2015

La ladra di parole - 1/3

Spesso mi sveglio di notte e sono impregnata di quell’odore; aspro, pungente, come la muffa; non riesco a levarmelo di dosso. La stanza ne è invasa, mi impedisce di respirare. Rivedo le pagine: la finestra è socchiusa e lascia entrare una lieve brezza. I fogli si agitano con piccoli scatti convulsi, come un groviglio di serpenti. Alcuni minacciano di sollevarsi in volo, sbattono furiosi, come ali staccate dal corpo. Mi allontano dal tavolo, disgustata; vedo il nugolo di pulviscolo che si stacca da quella carta schifosa e invade la stanza, cercando di entrare nei miei polmoni. Vorrei fuggire, ma l’orrore mi paralizza  e non riesco ad andare né avanti né indietro.

Un brusio lontano e indistinto cresceva d’intensità, spingendosi dal nulla fino ai margini della coscienza della ragazza; alla fine si rese conto che l’IA l’aveva interrotta con una delle sue domande.
- …nel sogno?
- Cosa?
- Ho chiesto se questo succede nel sogno.


- Certo! Stavo raccontando il mio fottuto sogno. Me l’ha chiesto lei, no?
- E la realtà è diversa?
- Beh si capisce, la realtà è diversa! – urlò Sila. – Cosa vuole dire, che non sono consapevole della differenza fra gli incubi che faccio e la vita reale?
- Lei sogna il suo libro. – La voce sintetica del calcolatore riusciva in qualche modo a trasmettere alla frase un’inflessione quasi triste. Lei non la colse.
­- Oh, sentite qui – strillò in risposta. – Questa è bella. Bravo, Sigmund, complimenti. Ah, valeva davvero la pena di venire qui, a mezzo milione di chilometri da casa, e dilapidare un patrimonio per farsi psicanalizzare da un programma del cazzo!
Il tono sarcastico dava alle sue urla una nota stridula, ai confini dell’isteria.
– Sogno il mio libro! Davvero! Che sollievo… Pensavo che si trattasse delle tette di mia nonna!
- Non ha capito, Sila. Lei sta davvero sognando il suo libro, quello nel mondo reale; lui sta cercando di farla uscire dal sogno.
Per un istante, gli occhi azzurri della ragazza si spalancarono in un’espressione sbigottita; poi i lineamenti delicati si contrassero nuovamente in una smorfia rabbiosa. Con uno scatto secco si sollevò dal lettino e premette il pulsante di emergenza. Le luci si accesero subito e un istante dopo la porta si spalancò. Sali si affrettò a tirarsi il lenzuolo leggero sul corpo nudo, mentre uno dei tecnici, grasso e impacciato, spalancava la porta e si precipitava dentro.
- Che succede?
- Dovrebbe dirmelo lei – sibilò Sila, indispettita. Si alzò, avvolse il lenzuolo intorno al corpo e si diresse con passi decisi dietro al paravento, incurante di ciò che la propria precaria copertura lasciava intravedere ad ogni sobbalzo.  – Quell’ammasso di circuiti deve avere qualche filo bruciato; dice cose senza senso.
- Dovrebbe parlarne con il dottore, signorina. – L’uomo era rimasto immobile in mezzo alla stanza, lo sguardo fisso sul gioco delle ombre di lei che si vestiva oltre lo schermo opaco.
Dopo qualche istante lei sbucò fuori, con indosso i propri abiti, diretta alla porta della Sala Trattamento; nel passare davanti al tecnico gli tirò addosso la palla del lenzuolo.
- Lo faccia lei. Io ho un volo da prendere.
***
Le striature bluastre dell’aura elettromagnetica si innalzavano in torri fluttuanti fino alla stratosfera; castelli di nebbia, dai contorni fumosi, sormontate da una foresta di ramificazioni e ghirigori, ondeggiavano come fantasmi contro il pozzo di tenebra dello spazio. Vista da quell’angolazione, e ben oltre il piano dell’orbita, l’atmosfera di Betères offriva ai passeggeri della nave passeggeri uno spettacolo indimenticabile. Eppure erano in pochi, ad occupare le due file di sedili orbitali disposti lungo il bordo della cupola panoramica, alla sommità dello scafo affusolato; oltre a Sila, c’erano solo qualche coppia attempata e un paio di ragazzini con i loro genitori.
Le note ovattate di un’antica sonata, che lei non sapeva riconoscere, fornivano una delicata colonna sonora a quel maestoso spettacolo, riempiendone al suo immenso silenzio. Per un attimo, Sila considerò il privilegio che le era stato donato da suo zio: quel viaggio in prima classe, con accesso illimitato alla Cupola, doveva essergli costato quasi una fortuna. Pensò che avrebbe dovuto sentirsi in colpa, o almeno dispiaciuta, per non aver combinato niente in quei due mesi nella capitale. Ma sapeva che non le importava niente: in fondo, non era certo per causa sua se si era ridotta a vivere in un incubo! Sapeva benissimo anche che i gesti faraonici di suo zio non servivano altro che a mascherare il suo, di senso di colpa; lui era al corrente di ogni cosa, fin dall’inizio; avrebbe potuto proteggerla. Ma aveva preferito fa finta che non stesse accadendo, ignorare tutti i segnali, e guardare altrove. 

- Ehi, Sila, perché non provi a scrivere delle storie?
Era iniziato tutto così, come il più innocente dei giochi. Lei aveva quasi nove anni; entro qualche mese si sarebbero trasferiti su Retelgiuse, nella Cintura della Frontiera. Un evento che era stato nell’aria per tutti gli anni della prima infanzia di Sila; le discussioni estenuanti sulle opportunità offerte dall’emigrazione, che suo padre e suo zio conducevano con le mogli, avevano accompagnando le sue estati di bambina, sovrapponendosi al gracidare delle rane lungo i fossi fradici dell’Illinois. Parole animose, che lei non capiva del tutto, ma che rimanevano scolpite nei suoi pensieri come i nugoli di zanzare contro il cielo dell’imbrunire; le immagini di gigantesche astronavi, di orizzonti capovolti, dove la palla infuocata di un sole azzurrognolo incendia dal basso la mole gigantesca di un pianeta lontano, animavano i suoi sogni infantili, dove si arricchivano di avventure strabilianti, con personaggi fantastici, in meravigliose città incantate.
Forse era per questo, che suo padre l’aveva incoraggiata. Era un pomeriggio dorato, quasi di primavera; il cielo si era riempito di soffici ammassi vaporosi, che torreggiavano lenti, velando il declino del sole al tramonto e tingendosi progressivamente di toni vermigli. Un volo di uccelli incrociava pigro verso l’orizzonte: avevano il collo piegato verso il basso, come se fossero stanchi e scoraggiati. Sila li osservava triste.
- Con la tua fantasia, le cose che inventi, potresti creare una storia nuova.
Lei l’aveva guardato sgranando gli occhi: era troppo piccola per capire la portata di quelle affermazioni, ma alcune cose le erano chiare, nel modo assoluto e inconsapevole con il quale i bambini assimilano le regole.
- Ma papà – aveva detto con tono giocoso, cercando senza trovarli  i segni dello scherzo nel suo viso – nessuno inventa storie nuove. Sono già tutte scritte.
- Lo so, tesoro: ma anche se nessuno lo fa, tu potresti provare comunque.
Poi l’aveva presa all’improvviso, sollevandola sulle proprie spalle, come faceva quando lei era più piccola. Avevano corso un po’ fra gli arbusti e i canneti, con lui che gridava “carica!” mentre lei si sporgeva per afferrare le cime delle giunchiglie e delle code di volpe; le faceva scorrere fra le dita, lasciando che i fiori si riducessero in soffice poltiglia fra le sue mani; poi apriva i pugni e gettava contro il vento una pioggia di batuffoli bianchi, accompagnandone il volo con grida gioiose. Continuarono per qualche minuto, poi suo padre rallentò, barcollando, si sedette su una pietra e la depose a terra. Aveva il fiato grosso, la faccia accaldata e sembrava felice.
Dai campi saliva un odore umido e acre, di rugiada e fumo lontano; da qualche parte, un lamento stridulo di pernice rompeva a tratti la quiete della sera; Sila e suo padre non parlavano. Entrambi lasciavano vagabondare lo sguardo lungo le linee sinuose dell’orizzonte, carezzando le colline azzurrognole velate di foschia, e si godevano l’assoluta complicità di un momento che nessuno dei due avrebbe saputo descrivere a parole.
- Ti va di provarci, Sila? Potrei farti avere quello che serve in meno di una settimana.
Lei aveva sorriso. Lui l’aveva abbracciata, poi erano tornati mano nella mano verso casa, compiendo tutto il percorso lungo il fosso. Una settimana dopo, un pomeriggio in cui sua madre era appena uscita, suo padre le aveva mostrato un cassetto mascherato nel tavolo del suo studio, e spiegato come aprirlo. Per la prima volta, Sila aveva toccato la carta vera, ruvida e porosa; era diversa dalla superficie lisca dei fogli antimacchia dei libri, quelli legali, sui quali era impossibile scrivere con qualsiasi mezzo. Ricordava perfettamente l’impressione che le avevano fatto, quelle pagine fruscianti fra le dita, mentre le sfiorava con timore e curiosità; sembrava di toccare una cosa viva, qualcosa dotato di una propria volontà, e capace di imporla. Avrebbe scoperto troppo tardi quanto ci fosse, di terribile e reale, in quella prima impressione.
  Uno scatto metallico e un suono sibilante continuo la distolsero dai suoi ricordi delle paratie stagne che si chiudevano al di sopra dei pannelli di acciaio-cristallo, mentre la grande nave ruotava la prua verso la stella, per dare modo al flusso di particelle ionizzate di agganciare la vela. Un elegante richiamo e la voce calda di uno steward echeggiarono nella cupola, e lei si affrettò a seguire il flusso degli altri passeggeri verso le poltroncine di sicurezza, nella sala navigazione.

Più tardi.
L’immagine del cielo riempiva lo sguardo di Sila; era un giorno di luce limpida e intensa, che costringeva a socchiudere gli occhi; ma stavolta un sole azzurro brillava in uno sfondo pervinca, gettando ombre turchesi su una campagna dalle linee morbide, punteggiata di piante rigogliose, basse e tozze, con il fogliame rossastro. Più lontano, verso la catena di cime aguzze che sparivano all’orizzonte, si scorgevano gli edifici affusolati e le torri d’acciaio della Colonia. Lei era in piedi, sola, all’estremità della rete elettromagnetica del loro giardino; gli steli ribelli di erba terrestre le solleticavano i piedi e l’interno delle sue gambe nude. Aveva un corpo slanciato ed esile, da bambina; nonostante stesse per compiere quindici anni, il suo seno era rimasto piccolo e le increspava appena le vesti leggere all’altezza del petto. Il vento faceva ondeggiare quell’erbaccia tenace, che si sforzava caparbiamente di utilizzare la propria clorofilla in un ambiente alieno. Quei fili scheletrici erano il simbolo della volontà degli uomini di soggiogare ai propri voleri il pianeta alieno, ed anche il mezzo più efficace per farlo: ovunque spingesse lo sguardo, fino all’orizzonte, Sila vedeva ogni giorno nuove chiazze verdastre che spuntavano nel manto rosso della vegetazione autoctona, là dove la gramigna dell’Illinois aveva attecchito, soppiantando la fauna locale ed incrementando la percentuale di ossigeno nell’atmosfera. Ed era solo l’inizio.
Dalla casa alle sue spalle, le folate di vento portavano a tratti le voci concitate dei suoi genitori; non riusciva a capire tutte le parole, ma distingueva bene il timbro profondo di suo padre, interrotto continuamente dai toni striduli di sua madre e da quelli, più pacati e freddi, degli agenti della Guardia Culturale di Retelgiuse. Si girò, osservando la scena. Gli agenti erano in tre e le davano le spalle; anche da quella distanza, riusciva a vedere le lacrime che rigavano il viso della donna, mentre parlava accompagnandosi con grandi movimenti delle braccia e inclinando il busto in avanti, in rapidi scatti rabbiosi.
La discussione si protrasse per alcuni minuti, poi uno degli agenti si diressero verso di lei, mentre gli altri rimasero vicino al veicolo con il quale erano giunti. Sila gli andò incontro, consapevole della propria colpa, della gravità del suo gioco proibito. Aveva sul viso un sorriso indifferente, quasi malizioso; i suoi occhi scintillavano beffardi, sostenendo lo sguardo cupo degli uomini che l’avevano raggiunta.
Uno dei due, non più vecchio o autorevole dell’altro, parlò.
- Signorina Tallerot? Lei deve venire con noi.
- Lo so.
- I suoi genitori hanno dichiarato di non essere al corrente di ciò che stava facendo.
- Mentono.
L’uomo trasalì. – È sicura di quello che dice?
Le altre due guardie e i suoi genitori si erano avvicinati; Sila si voltò verso suo padre e gli piantò in faccia uno sguardo inespressivo. – Lui mi procura la carta e il materiale per scrivere, da quando ho nove anni.
- Sila, no.
Ignorando suo padre, la ragazza proseguì. - Ne ha portata una scorta impressionante, dalla Terra. Troverete tutto in un doppio fondo della libreria grande, nello studio.
Nel silenzio del giardino, il corpo di sua madre scivolò a terra, come una marionetta a cui fossero stati tagliati i fili.
- Deve venire con noi, adesso.
Un mano le aveva afferrato la spalla e la scuoteva con insistenza.
Si svegliò. La poltroncina anti-G della nave passeggeri percepì il movimento del suo corpo e si adattò al cambiamento di posizione, sollevandole la schiena. La mano sulla sua spalla si spostò, ma non lasciò la presa.
- Deve venire con noi, adesso. – Ripeté l’uomo in uniforme. Lei aprì gli occhi e lo vide per la prima volta. La divisa nera era attraversata dalla fascia vermiglia con il simbolo della Guardia Culturale. Girò la testa e guardò fuori dal piccolo oblò sulla fiancata della nave; le torri argentate dello spazioporto di Retelgiuse riempivano la porzione di cielo visibile.
Sila realizzò di aver dormito per tutta la durata del volo.

- Non erano questi gli accordi. – sospirò, stanca.
L’uomo non rispose
– Ho completato l'ultimo stadio della cura: due mesi di analisi con l'IA. Ho fatto tutto quello che volevate, come sempre negli ultimi cinque anni.
- I dati della Psico-IA indicano che la riabilitazione non è completa. çei ora viene con noi.
- Dove?

Le labbra dell’agente si mossero e ne affiorò una parola.
Sila non rispose.  Si alzò, prese il suo bagaglio e raggiunse l’uscita della nave; i raggi violenti del grande sole turchese la colpirono in piena faccia, abbagliandola. Si fermò, respirando l’aria sottile di quel mondo assurdo, a cui non apparteneva e che non aveva mai imparato a chiamare casa. In quel momento, realizzò che il pensiero di rivedere suo padre, per lei, non significava niente.  

(Continua...)