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martedì 7 aprile 2015

Messaggi dalla frontiera



Questo racconto è liberamente e sfrontatamente ispirato a "I Sette Messaggeri" del grande Dino Buzzati. Oltre a fornire un esempio di scellerata irriverenza, degna del peggiore dei Conigli, partecipa pure al Carnevale della Matematica 84, curato da Roberto Natalini sulle pagine ben più serie di Maddmaths!
Nella kermesse si parla di mestieri matematici e noi, l'unica scusa che abbiamo, è sostenere che ci sia anche un mestiere della burla, del grottesco e della cialtronaggine; che ci crediate o meno, la matematica serve anche ai fedifraghi

C'erano orme lievi sulla neve compatta. Formavano una traccia ondulata che serpeggiava intorno ai tronchi radi degli abeti, rattrappiti dal gelo. Le seguii senza indugio; il sole scendeva rapido verso l'opprimente orizzonte delle cime. La luce scemava. Nel crepuscolo, pietre e alberi scintillavano di liquidi riflessi, color del rame; il respiro mi si condensava in sbuffi pesanti che si disperdevano a fatica nell'aria satura di umidità.  
Salivo. Il limitare degli alberi segnava il confine con un regno di ghiaccio e di pietre. In quel terreno, diseguale e insidioso, cercai la traccia alla luce mutevole di una falce di luna. Un cielo chiaro, adornato di stelle, velava il volto della notte. Saliva dal basso un vento tagliente, le sue dita di ghiaccio giocavano fra i miei capelli, i suoi baci mortali mi ferivano il viso.
Il guizzo di un fuoco lontano mandava vividi bagliori su enormi rocce sospese. Mi affrettai, lasciando che i piedi insensibili scivolassero sul pietrisco; rivoli di ghiaia slittavano nell'abisso con il rumore di piccoli tuoni. 

Trafelata, giunsi al piccolo bivacco. Cadevano fiocchi di una neve gelata. Rivolsi uno sguardo supplichevole all'essere seduto al centro del cerchio, ma questi non sembrava essersi accorto di me. Teneva il volto chino sul fuoco, sulle cui braci vivaci si adoperava con un bastoncino di legno, mezzo carbonizzato. Il cappuccio di una pesante veste scura gli teneva in ombra quasi tutta la faccia; solo sul mento, aguzzo e ispido, le fiamme disegnavano sinistri arabeschi di luce. La bocca, serrata come una piega sottile fra le labbra, sembrava lasciarsi sfuggire con rammarico ogni respiro, come se  conoscesse il numero di quelli che ancora gli rimanevano, prima dell'ultimo.  
Lui girò lo sguardo su di me, ma non vidi i suoi occhi, che rimasero in ombra. Si alzò e, senza parlare, mi disse: - Vieni.
Sapevo che era il primo, fra di loro, e quindi che il suo nome iniziava per A. Lo seguii.

Il rifugio dei messaggeri era poco lontano; da quella zona impervia, sotto la cima del monte, si distaccava un canalone ripido; Alessandro mi guidò lungo un sentiero appena tracciato fra le rocce e i cespugli fitti; chi non conosceva il posto, non l’avrebbe mai trovato, neppure di giorno. Più avanti la forra si apriva in una valletta amena, incastonata fra boschi di larici; albeggiava quando giungemmo al fondo erboso, una radura ampia e pianeggiante, chiusa fra le montagne. Un piccolo angolo di paradiso, quasi inaccessibile, in mezzo ad uno dei posti più desolati del regno. 
Un filo di fumo usciva dal camino di una baita graziosa; nell’aria quasi immobile, dondolava verso il cielo, e si colorava del rosa dell’alba. All’improvviso Alessandro parlò: - Il nostro regno è pieno di posti del genere; non c’è quasi fine alla possibilità di trovare, ad ogni svolta, la via per un luogo remoto, difficile da raggiungere, inesplorato e sconosciuto. Forse viviamo in un gigantesco frattale. - Si voltò a guardarmi. - Tu sai che cos’è un frattale, Teresa?
Mi sorpresi del nome che mi aveva dato, pur senza conoscere il mio, ma non lo feci vedere. Risposi che lo conoscevo. Alessandro parve soddisfatto. Continuammo in silenzio il cammino. 

Sulla soglia della casetta, sotto un piccolo portico, altri tre uomini sedevano e fumavano, alzando al cielo bizzarri pennacchi azzurrognoli. Mentre ci avvicinavamo, i loro occhi irrequieti mi scrutavano, ma loro rimanevano in silenzio. 
- Domenico, Federico, Ettore. - li salutò il primo messaggero. - Dove sono gli altri?
- Bartolomeo dorme ancora. Caio e Gregorio sono andati nel bosco per… beh, non tarderanno.
Alessandro annuì. - E le altre ragazze?
- Zara e Vittoria sono sedute nel prato, dietro la casa. Ulrica gironzola intorno al bosco, in cerca di frutti selvatici.
- Bene. Richiamatela. Chiamate tutti quanti. 
Un fremito di delusione mi aveva colta nel comprendere che non ero l’unica. Ma che potevo aspettarmi? Conoscevo quegli uomini solo attraverso la nebbia della leggenda che li avvolgeva; già il fatto di vederli in faccia, di sedere insieme ai Sette Messaggeri, era un privilegio concesso a pochi. Tutti ricordavano ancora molto bene il giorno della partenza del principe, più di dieci anni fa; la pompa con la quale si era messo in viaggio, con più di ottanta cortigiani e cavalieri, in cerca dei confini del regno. La storia dei messaggeri si era diffusa nella capitale dopo poche settimane: il principe, poco avvezzo alla lontananza da casa, inviava indietro a turno sette uomini fidati, messi veloci, persone fidate. Se ne serviva per raccogliere le notizie che gli mandava la propria rete di spie, tenersi informato su quello che succedeva a corte e nella città durante la sua assenza. 

Ogni messaggero lasciava il campo quando il precedente ritornava dalla città con notizie fresche; partiva in direzione opposta a quella della carovana, ripercorrendo all’indietro la strada che avevano fatto. All’inizio, l’alternanza dei corrieri avrebbe dovuto essere intensa, per poi diradarsi progressivamente, man mano che la distanza da percorrere aumentava. Era possibile, con poco esercizio, calcolare i giorni che mancavano all’arrivo di uno di loro. Persino l’ordine della loro venuta era prestabilito, secondo i desideri del bizzarro sovrano, ed era quello delle iniziali dei loro nomi, scelti per tale ragione. 
Ma dopo i primi sei mesi, quando ormai la spedizione reale doveva aver superato i monti Fasani, i sette messi erano scomparsi nel nulla. Si temette per la sorte del principe e del suo seguito. Dopo un anno di silenzio, la paura si tramutò in certezza. Furono inviate pattuglie veloci, altri messaggeri: ma invano. A venti giornate di cavallo dal palazzo, pochi avevano notato il transito del convoglio reale; più in là, i sudditi delle province lontane non sapevano neppure che il figlio del re sarebbe dovuto passare da quelle parti. Si stabilì che la spedizione era andata incontro alla sventura: forse i briganti, o un fiume in piena, ne avevano decretato la fine. Si bandì il lutto per un mese intero; il vecchio re pianse le sue lacrime più amare, la regina cadde malata. Al termine del lutto, il fratello del principe prese sulle sue giovani spalle il fardello del comando. 

Ma le voci sui Messaggeri continuarono; nessuno sapeva indicare con precisione il luogo, o il momento, ma quei sette continuavano a comparire negli angoli più disparati del regno. Ora era Bartolomeo, che appariva sotto le sembianze di un ricco mercante di Eramor; un’altra volta, Federico e Gregorio, che venivano riconosciuti come una coppia di facoltosi nobili stranieri in visita alla fiera di Grast. Ettore aveva salvato una ragazza caduta in un pozzo, vicino ad una fattoria sui monti di Magiara, mentre Domenico e Caio vivevano da nababbi di un leggendario castello, del tutto inaccessibile, la cui mole si stagliava in cima ad una roccia a picco sulle sorgenti del Festore.
   All’inizio non ci badavo più di tanto: la gente ama ricamare sui fatti più bizzarri, e la storia del principe perduto nella ricerca dei confini del suo regno sembrava fatta apposta per ravvivare la fiamma del camino in una lunga notte d’inverno. Ma poi cominciai a sentir parlare di questo posto, della baita, dove i Sette Messaggeri si radunavano; le voci erano vaghe, ma concordi. Parlavano di un incarico e di una ricompensa; era certo che cercavano giovani donne, libere e coraggiose. Non era difficile immaginarsi cosa potessero pretendere, da una ragazza, quei sette misteriosi fuggiaschi: ma la curiosità di incontrarli era troppo grande; ed ora mi aveva portato fin lì. Sapevo di correre un pericolo, ma l’eccitazione era troppo grande. 
Le altre ragazze, che non avevo mai visto, avevano stampati in viso i miei stessi sentimenti. Eravamo tutte giovani, il corpo snello e i volti floridi, arrossati dal sole: Alessandro, riuniti i suoi compagni, ci fece sedere tutti in cerchio. Sorrise a ciascuna di noi; i suoi occhi erano tristi e pieni di stanchezza: qualcosa nel suo sguardo mi ammoniva, parlandomi in modo confuso di ciò che sarebbe accaduto alla mia vita e al mio destino. 
 - Conoscete tutte le nostra storia - esordì il primo messaggero - e non vi annoierò ripetendola. Preciserò soltanto dei fatti, di cui nessuno è al corrente tranne noi sette. È vero che il principe ci mandò indietro verso la capitale, a turni: per quanto gli è dato sapere, non ha mai smesso di farlo. Il suo viaggio interminabile verso la frontiera lo porta ad allungare le distanze da casa ogni giorno, da oltre dieci anni. Ormai, fra ogni nostro arrivo passano oltre due anni. Il prossimo di noi, Ettore, quando giungerà dal principe non potrà più ripartire per la capitale, perché non farebbe a tempo a raggiungere nuovamente la carovana, dovesse galoppare due vite.
- È per questo che siete qui - aggiunse Ettore, forse sentendosi chiamato in causa, con tono allegro.
- Non precorrere i tempi - lo redarguì Alessandro. - Lasciami spiegare ogni cosa. 
- Ma se il principe è così lontano - lo interruppe nuovamente la voce di una delle ragazze, che mi parve quella chiamata Zara - come potrete raggiungerlo, stando qui? 
- Oh, giovane impazienza! - bofonchiò Caio, prendendo la parola. - il fatto è che il principe non è affatto lontano. Non si trova che a pochi giorni di viaggio, verso sud. 
- Ed è lì da parecchi anni, ormai - intervenne Federico.
- Sì, sì. Da parecchi anni. - confermò Gregorio. - Quel babbeo e i suoi tirapiedi! Sono talmente abituati alla città, che non riescono a riconoscere un luogo qualunque, nemmeno passandoci davanti tutte le settimane.

- Così - dissi, incapace di trattenermi oltre - li state ingannando, tutti quanti? Li avete portati in una zona desolata e li state facendo girare in tondo, mentre credono di procedere verso i confini?
- Esattamente, mia cara Teresa - mi rispose Alessandro. 
- Da più di dieci anni?
L’uomo annuì e i suoi compagni sorrisero. 
 - Gli abbiamo disegnato una mappa. E poi altre, ed altre ancora: un intero volume di mappe. Oh, un lavoro ben fatto, io dico, non è vero ragazzi? Studiate per benino: basta seguirle, per girare in eterno entro i confini di una sola contrada: e senza passare troppo spesso dallo stesso punto!
Nessuno di noi parlava: eravamo troppo sbalordite. Dopo alcuni istanti, la risata cristallina di Vittoria squarciò il silenzio. Tutte ci unimmo e andammo avanti per un bel pezzo. Per Dio, era la beffa più bella che avessi mai sentito! E per di più, come spiegarono bene quei tipi di lì a poco, funzionava a meraviglia. All’inizio era stato faticoso e dovevano calcolare bene i tempi: partire a turno, allontanarsi di un po’, bivaccare qualche giorno nel bosco. C’erano le lettere da scrivere, i finti rapporti, gli aggiornamenti dei fatti che potevano essere successi di recente nella capitale. Qualche volta avevano rischiato di tradirsi, ma se l’erano cavata bene. Via via che il tempo passava, la maggior parte del lavoro consisteva nel fingere di essere per strada! Le visite al sovrano e al suo impacciato seguito erano ridotte al minimo. Ed anche se dovevano scrivere le lettere, preparare le mappe fasulle e controllare il conto dei giorni di viaggio per ognuno di loro, in modo da non tradirsi, ai sette congiurati rimaneva molto tempo libero. E l’oro: un sacco di oro. Quello con il quale il generoso e ingenuo sovrano li ricompensava, ad ogni comparsa, per il grande sacrificio a cui si sottoponevano. Che allocco! 

E quell’oro era il vero motivo per cui noi ragazze ci trovavamo lì; loro lo sapevano benissimo. Ma c’era ancora un punto che non capivo e fu Alessandro, nuovamente, a svelarlo.
- La cosa avrebbe non avrebbe potuto andare avanti all’infinito, capite? Sapevamo che sarebbe arrivato un momento in cui, per uno di noi, il viaggio sarebbe stato troppo lungo. Il principe gli impedirebbe di ripartire! Certo, costui potrebbe non tornare affatto, e così tutti noi: abbiamo di che vivere in abbondanza per non una, ma cento vite. Sono anni che, con un po’ di prudenza e in incognito, ce la spassiamo mica poco! Ma in questo modo, chi ci assicurava che il principe e i suoi avessero continuato a seguire le mappe e l’inganno? 
- Già - si inserì nuovamente Bartolomeo - gli basterebbe camminare una settimana in linea retta, in una direzione qualunque, per trovarsi davanti una città o un villaggio: e allora si accorgerebbero subito dell’inganno. 
- E qui entriamo in scena noialtre, giusto? - dissi. Cominciavo a capire cosa si aspettavano da noi.

 - Esatto, bella mia. E ti assicuro che sarete ben pagate. - Gli occhi di Alessandro, ora, brillavano di eccitazione. - Zara, Vittoria, Ulrica e Teresa: questi saranno i vostri nomi, se accetterete. E, se siete intelligenti la metà di quello che mi aspetto, queste iniziali dovrebbero essere sufficienti a farvi capire il resto.  

Con un brivido di eccitazione sostenni lo sguardo del vecchio cavaliere. Sorrisi, mi alzai in piedi e tesi la mano. Mi diede una mappa, un plico di lettere e un sacchetto pieno d’oro. Nella mappa era disegnata una spessa riga d'oro, che l'attraversava, a circa tre quarti dell'altezza del foglio, per tutta la sua larghezza.
- Quella frontiera - mi disse, indicando la mappa - dista dieci anni dal punto in cui è giunta la spedizione. E quindi dieci anni fa la tua padrona, signora del feudo più estremo del regno, ti ha inviata verso la capitale, per portare notizie al Re. 
- Non vedendola tornare - continuò Ulrica - dopo cinque anni, ha inviato me. 
- E dopo altri trenta mesi, me - aggiunse Vittoria.
Zara si limitò a ridere, eccitata. Alessandro si alzò e consegno mappe, soldi e lettere alle altre ragazze. - Queste per cominciare - disse. - Il resto, dovrete inventarlo da sole. La baita ve la lasciamo, vi farò comodo per organizzarvi: ricordate che all’inizio avrete poco da lavorare, ma poi le visite diventeranno più frequenti. Vi serviranno una buona dose di calcoli e molta attenzione.

- Ci organizzeremo. - risposi. - Non c’è mestiere che non si possa imparare, compresa la matematica!

L’uomo mi rivolse un altro dei suoi sorrisi. Poi, ad un suo cenno, tutti i messaggeri si alzarono e si preparano a partire. Qualcuno andò a prendere dei cavalli e un carro; vi caricarono poche cose e molto oro. In pochi minuti si incamminarono. Prima di mezzogiorno, erano spariti. 

 Da molti anni nessuno sente più parlare dei Sette Messaggeri. il principe e i suoi cortigiani, vecchi e stanchi, siedono sconsolati sulla riva di un largo fiume, che non osano guadare sulle loro gambe incerte. Dormono sotto le stelle, languiscono per la fame, maledicono il freddo: e guardano a sud, oltre le rive nebbiose, dove gli pare che una frontiera irraggiungibile scintilli talvolta alla luce del sole.