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sabato 2 maggio 2015

La poesia dell'ottava lezione di fisica

Le frasi che seguono sono tratte dal piccolo libro "Sette brevi lezioni di fisica", un'intelligente iniziativa editoriale di Adelphi, da augurarsi* coronata di successo; nel breve saggio un ispirato Carlo Rovelli propone sette di quelli che Feyman avrebbe forse chiamato "pezzi facili". Chiacchierate fra appassionati, aperte e brillanti, per nulla ostili all'intuizione di chi non ha confidenza con la fisica moderna o competenze scientifice di settore; il tutto funziona, a cominciare dallo stile, coinvolgente e scorrevole, senza per questo riunciare a toccare argomenti di amplissimo respiro e, in ogni senso, di frontiera.

Ma ciò che ho trovato unico in questo elegante e armonioso gioiello, è la sua poesia: la visione di chi conosce l'incanto, la meraglia della scoperta, e ha negli occhi lo scintillio che rimane quando si percepisce la vastitò di ciò che è ancora da scoprire. Non manca, oltre alla trattazione dei grandi misteri della fisica dell'ultimo secolo - decisamente aperti - una riflessione sul posto che occupa l'uomo "in questo mondo sterminato e rutilante".

Tutto questo, quanto segue, e quanto spero vorrete leggere da soli, è ciò che da il titolo a questo post; un'insieme di sensazioni che vibrano in profondità, l'abbozzo di una visione, personale e ampia, che affascina, e non può lasciare indifferenti

"La scienza è attività visionaria. Il pensiero scientifico si nutre delle capacità di vedere le cose in modo diverso dacome le vedevamo prima".

"La realtà è più interazione che oggetti".

"La confusione fra queste due diverse attività umane - inventare racconti e seguire tracce per trovare qualcosa - è l'origine dell'incomprensione e della diffidenza per la scienza di una parte della cultura contemporanea. La separazione è sottile: l'antilope cacciata al mattino non è lontana dal dio antilope dei racconti della sera. In confine è labile. I miti si nutrono di scienza e la scienza si nutre di miti. Ma il valore conoscitivo del sapere resta. Se troviamo l'antilope possiamo mangiare."

"Il nostro sapere riflette quindi il mondo. Lo fa più o meno bene, ma rispecchia il mondo che abitiamo. Questa comunicazione fra noi e il mondo non è qualcosa che ci distingue dal resto della natura. Le cose del mondo interagiscono in continuazione l'una con l'altra, e nel fare ciò lo stato di ciascuna porta traccia dello stato delle altre con cui ha interagito: in questo senso esse si scambiano di continuo informazioni le une sulle altre."

"Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l'oceano di quanto non conosciamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato."



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* quando dico "da augurarsi" mi riferisco al fatto che l'avverarsi di questo auspicio sarebbe un segno positivo rispetto allo stato di salute della cultura di questo Paese"