Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

lunedì 28 settembre 2015

Il trucco

- Si tratta solo di una piccola superstizione; una mania innocua, che mi concedo da sempre.

Il Campione aveva una voce flebile, che nei toni più acuti tendeva a diventare stridente. L’addetto alla vigilanza lo squadrò di nuovo, lasciando scorrere il suo sguardo esperto sulla figura che gli ondeggiava davanti, incapace di mantenersi ferma nella stessa postura per più di qualche istante.
Era molto diverso da come lo aveva immaginato; l’idea che aveva avuto di quell’uomo, schivo e riservato, era comunque piuttosto vaga e infarcita di stereotipi. Un campione è un campione! si era detto il vigilante, mentre aspettava fuori dal Palazzo dei Giochi, impettito nella sua uniforme blu scuro, la fascia con i colori nazionali che lo costringeva a tendere i muscoli addominali. Lui era arrivato puntuale; era sceso dalla macchina dell’organizzazione con gesti impacciati, compiendo qualche passo corto e frettoloso, girando la testa qua e là, con fare disorientato, come un pollo.
 Non che il vigilante fosse un appassionato di scacchi; aveva giocato da ragazzo e ricordava le regole più importanti. A casa, da qualche parte, aveva conservato una piccola versione economica del gioco, in legno e plastica, che non veniva usata da anni. Non gli interessava il torneo e del Campione, prima di quell’incarico, aveva sentito parlare soltanto per caso, come di una delle ragioni di prestigio nazionale.


- Conoscerai Kerosky! – gli aveva detto la moglie, quella mattina, mentre lo aiutava a sistemare la fascia intorno al ventre prominente. Ed era orgogliosa, sua moglie, lo aveva capito da come lo guardava: un luccichio avido, che le brillava negli occhi, e che l’aveva messo a disagio. – Chissà che emozione! Sei fortunato, tu, ad incontrare una persona tanto importante.
- Capirai – si era schernito. – Mi passerà davanti, fra centinaia di persone, e non si accorgerà nemmeno che esisto.
L’aveva detto apposta, per spegnere sul nascere quell’entusiasmo immotivato, che gli faceva paura, perché gli ricordava, come la punta di un iceberg, la massa glaciale e insidiosa della frustrazione di lei; un costante, muto rimprovero che covava sotto le ceneri della loro tranquillità domestica, e che occasionalmente, quando la pressione magmatica delle circostanze aumentava – per il racconto della promozione di un conoscente, la laurea del figlio di qualche amico, o una notizia di gossip locale – occasionalmente  eruttava verso di lui in brevi, violente esplosioni di risentimento e di rancore. L’uomo, pur comprendendone in qualche modo l’origine, accoglieva quelle sfuriate con l’aria altera e dignitosa, di orgogliosa sofferenza, di chi subisce un’ingiustizia gratuita. 
A quel commento, lei l’aveva guardato accigliata: - E chi può dirlo? Magari riuscirai a farti notare, a catturare la sua attenzione per un istante, un attimo fatale!
- Per far che? – le aveva buttato là il marito, scrollando le spalle squadrate e facendo ondeggiare la fascia.
- Stai fermo! Oh, con te è inutile parlare di queste cose.
- Proprio. Davvero.
La cosa era finita lì, ma lui sapeva che il tizzone di brace ardeva più che mai, la camera magmatica ribolliva e la quiete era solo apparente.
Quel giorno era andato al lavoro con più di una punta di inquietudine; mentre le ore trascorrevano, avvicinando l’inizio del torneo, il granello di sabbia incastrato nell’intimità polposa del suo animo si era gonfiato fino alle dimensioni di una dolorosa concrezione perlacea, che minacciava di schiudere a forza le valve della tranquillità professionale. Temeva, come suggerivano i sottintesi della sua signora, di risultare insignificante agli occhi del famoso giocatore, come un ingranaggio efficiente e impercettibile di una organizzazione impeccabile.
E non è questo il mio ruolo? – si ripeteva durante il protrarsi dell’attesa. ­– Non è proprio così, che deve comportarsi un agente del mio livello?
Ma quella rassicurazione, quel riscontro che seguiva ad ogni nuovo appello alla propria deontologia professionale, non riusciva a ignorare il pungolo della sua spina nel fianco. Pur sapendolo estraneo, e ben conoscendone l’origine muliebre, seguitava a sentirlo spingere, premere, pungere e irritare, impedendogli di conquistare quella quiete, consapevole fermezza e sicura convinzione, che sempre gli veniva dal proprio ruolo e dalla certezza di compierlo a regola d’arte.
Era stato teso, dunque, ma solo fino al momento in cui la goffa sagoma del Campione, ondeggiante e tozza, gli era andata incontro con la sua andatura incostante, per presentare una richiesta bislacca.
- Lo faccio sempre – ripeté il piccolo uomo famoso, con una nota isterica nella voce stridente. – Per me questa cosa è molto importante; sono sicuro che lei capisce.
A quel punto, tutta la pletora di sentimenti intricati che l’aveva messo in soggezione era stata spazzata via da una gelida e potente ventata di sicurezza. Aveva drizzato le spalle, tirato i fianchi e risposto con voce ferma: - Mi spiace, signore: il regolamento non lo permette.
- Suvvia! – interloquì uno dei presenti, che il vigilante non aveva notato. Era un ometto grigio e, se possibile, di aspetto ancor più scialbo e dimesso di quello del Campione, lì in piedi, privo dell’aura di artificiale importanza che gli conferivano i suoi meriti ludici. Magro, ingobbito, precocemente canuto e, per di più, dotato di un collo sottile, sbilenco e lungo all’inverosimile, degno del querulo passeggero di Queneau.
- Suvvia! – ripeté il tale, portando il corpo mingherlino a contrasto con la prestante stazza del vigilante. – Non mi pare il caso di esser tanto fiscali. Dopo tutto, stiamo parlando del nostro Campione!
- Campione o dilettante, il regolamento è lo stesso: non sono ammesse scacchiere non regolamentari all’interno del torneo.
- Regolamentari? Ma questo, egregio signore, è uno strumento del tutto conforme ai più rigidi standard internazionali. Non v’è nulla di irregolare né nella fattura del board né nella foggia dei pezzi.
Il termine inglese fu pronunciato con particolar enfasi, quasi cerimoniosa, che diede alla frase un tono stizzito e altero. Ma il vigilante non era un novellino e non si lasciò impressionare.
- Non lo metto in dubbio, signore. Ma il regolamento prevede che ogni scacchiera utilizzata nel torneo sia procurata dall’organizzazione. Non sono ammessi contributi di alcun genere da parte dei partecipanti o di soggetti terzi. Ciò a tutela della garanzia di indiscutibile imparzialità dell’organizzazione stessa.
- Bravo, bravo. – acclamò l’ometto, battendo con entusiasmo genuino le sue mani tozze e sudaticce. – Questo è esattamente lo spirito che ci aspettiamo di trovare in un contesto di questo livello, né più né meno.
- E allora, dunque, converrà…
- Ma mi lasci, la prego, mi lasci concludere! In quest’ottica, nell’afflato di questa incorruttibile e profonda sincerità di nobili intenti, proprio al centro di questa scia nobile e luminosa, io pongo la nostra richiesta: di accogliere l’innocua, bonaria supplica di un animo limpido, la cui trasparenza d’intenti è al contempo armonica e affine al virtuosismo che anima financo – sia detto senza ombra di classismo – il più umile dei sorveglianti.
Il vigilante vacillò, sommerso dalla prodiga facondia di quell’imbonitore; ma trascorse meno di un secondo prima che il suo consumato mestiere riprendesse il sopravvento.
- Non sprechi la sua erudizione dove non serve complicare il pane – replicò seccamente. – Non si accettano scacchiere personali; se la cosa non vi piace, ebbene sappiate che il regolamento, che il signore ha firmato, prevede espressamente tale limitazione.
- So bene, so bene… - soggiunse l’altro, agitando con frenesia una di quelle sue manine scarne e untuose. – Ma non soffermiamoci sempre agli aspetti più aridi e burocratici delle cose. Qui, caro signore – soggiunse abbassando la voce, come se stesse confidando un segreto iniziatico – siamo al cospetto del regno del puro genio!
- Ne son lieto – tagliò corto il vigilante. – Ma ciò non cambia il mio compito. Se volete eccepire, ottenere un qualche tipo di deroga, non è qui che dovete presentare le vostre istanze. Per quanto mi riguarda, non posso che confermare il limite imposto dal regolamento del Torneo.

Visto che la situazione non si sbloccava, e che un nutrito capannello di persone era accorso per vedere l’ingresso del Campione, i funzionari presenti si precipitarono in fretta, preoccupati che quell’evidente intoppo attirasse l’attenzione dei numerosi giornalisti. Volarono frasi secche, sibilate con apprensione e poi con insofferenza, all’indirizzo della guardia scrupolosa; parole a doppio taglio, le chiamava lui, che lodano la solerzia davanti al pubblico e contengono l’implicita, oscura richiesta di risolvere la situazione, inventarsi una scorciatoia per superare il problema. Ma poi, lo sapeva, chi si faceva male quando veniva fuori qualche irregolarità erano sempre quelli come lui.
- Non si può fare – ripeteva dunque, calmo e sicuro. - Lo dico nello stesso interesse del Campione e del torneo: se venisse fuori che la scacchiera non è regolamentare, sarebbe espulso!
La gente si era moltiplicata e, fra le facce inespressive dei più, sciamavano come mosche, qua e là, i ghigni dei cronisti, gli occhi sottili di qualche faccendiere, i visi bianchi e tirati dei professionisti della polemica, che fiutavano aria di scandalo, colonne da riempire, titoli da stilare, informazioni da rivendere, intrighi da supporre e sussurrare, deformati e gonfiati ad arte, alle orecchie di chi avrebbe potuto trarne oscuri interessi.
- E allora - tuonò alla fine uno dei dirigenti dell’organizzazione - esaminiamo questa scacchiera! Se è regolamentare, la ammetteremo. Va bene?
- Non sono io a decidere le regole – replicò il vigilante, lasciando passare il Campione e il suo tirapiedi; questi gli gettò un’occhiataccia dall’alto del suo collo sbilenco e poi trotterellò dietro agli altri, verso l’interno.

Era una scacchiera di pregio, in marmo e onice; appena l’assistente l’aveva estratta dalla valigetta, per posarla sul tavolo della saletta in cui si erano messi a fare il controllo, le quattro zampe istoriate, con le finiture in oro, avevano brillato al sole del pomeriggio. I raggi entravano, in tralice, da una finestrella alta sulla parete, e colpivano i fregi, restituendo uno scintillio cupo che sembrava sottrarre, per contrasto, luce all’ambiente già angusto. I pezzi, custoditi in un vano a lato del piano di gioco, erano in avorio, alteri e tristi, come certi fiori maestosi che, seccati fra le pagine pregiate di un vecchio libro, prendono tinte irreali, di sogno.
Il dirigente iniziò a pesare gli scacchi con una piccola bilancia da orefice; ne annotava su un piccolo taccuino nome, peso e misure, che fissava con l’aiuto di un calibro e di un righello millimetrato. Misurò trentadue volte, poi passò alla scacchiera. Righe, diagonali, perimetro. Lati delle caselle.
- Mi pare tutto regolare - fece alla fine, con tono sollevato. Il vigilante aveva preso dal tavolo il taccuino e osservava le cifre, in silenzio.
- Questi pesi… - cominciò.
- Cosa? Cosa c’è ancora? - lo interruppe esasperato.
- I cavalli bianchi pesano quasi il doppio dei neri.
- E allora? Dipende certo dal diverso materiale.
- No, non credo. Sono di fattura troppo simile per una tale differenza. E poi lo stesso avviene, viceversa, per la regina e gli alfieri neri, più pesanti dei corrispondenti pezzi avversari; e qui – aggiunse, spostando il taccuino sotto il naso dell’assistente del Campione – ci sono i pesi degli altri pezzi: guardi, guardi lei. Ma credo che conosca bene questi valori, non è vero?
- Oh, ma cosa importa? - gemette l’altro funzionario, prima che l’accusato potesse rispondere. Pensava a quella schiera di facce bianche, ghignanti, inquiete, che attendevano là fuori. Avevano fame, una fame vorace, di qualunque cosa, del nulla su cui costruire i loro scandali.
- Importa, se la scacchiera deve essere regolamentare. I pezzi hanno pesi e dimensioni precise.
Il Campione e il suo attendente erano sbiancati; si erano accasciati su due seggiole ed erano rimasti in silenzio, il capo chino sula scacchiera, lo sguardo fisso, come se volessero dar l’impressione di essere lì anche loro per ispezionare quell’elegante strumento di gioco. Il vigilante rovesciò con delicatezza la plancia e iniziò a scorrere le dita sul fondo, dalla parte opposta a quella delle caselle.
- Ma cosa fa? – gemete il dirigente, sempre più preoccupato per la piega che stava prendendo la situazione. – Ma si rende conto? – sibilò. – Abbiamo addosso gli occhi di tutta la città; stiamo creando un problema…
- Ecco qui! – esultò l’altro, ignorando il suo lamentoso superiore. – C’è un doppio fondo, credo. Mi par di aver trovato…
Uno scatto secco liberò una linea di separazione, abilmente mascherata dall’intarsio, che consentiva ad una parte della scacchiera di scorrere sull’altra. Al di sotto, una volta rimosso il sottile pannello che lo mascherava, si apriva il doppiofondo; era pieno di meccanismi metallici, piccole lancette mobili, che si collegavano con una delle estremità ad un dischetto di metallo: si potevano spostare, scorrendo sotto le caselle, e obbedendo – a giudicare dalla quantità di fili elettrici e circuiti che si intravvedevano – ad un comando a distanza.  
- Che roba è?
- Dovrebbero dircelo loro – rispose il vigilante, indicando il Campione e il suo gregario, che tacevano, l’uno atterrito, l’altro furioso. – Ma credo di poter indovinare da solo. Sono raggi collegati ad una calamita, non è vero? E dentro alcuni dei pezzi, quelli strategici, quelli che il Campione padroneggia con impagabile maestria, ce ne sono altre.
- Ma cosa significa?
Ci fu un piccolo scintillio, una goccia dorata più vivida, solare e nobile, che spezzò per un istante la monotonia di quel cupo tramonto, presagio di pioggia insistente e di nuvole scure, invisibili contro la notte. Il vigilante pensò a tutte quelle persone, là fuori, che erano venute per il Campione; si chiese se anche loro sarebbero rimaste sorprese, nel vedere quanto fosse insignificante e dimesso il suo aspetto, e vacuo il suo sguardo. Non sembrava forte, né coraggioso, né intelligente: era un uomo piccolo e meschino, come tutti. La luce scintillò di nuovo nella polvere della stanza e lui d’un tratto capì: era proprio la gretta, comune volgarità di quell’essere, a renderlo desiderabile. Lui non era irraggiungibile, né per talenti né per meriti. Non dissimile agli altri, un atomo identico ai suoi pari, una qualunque particella elementare; ma sulla quale, per impalpabile destino, splendeva un raggio di sole. Era quello, il raggio di luce, che tutti si sforzavano di vedere; non il granello di polvere che, precipitandogli addosso, la luce rendeva visibile.
Sorrise con cattiveria.  
- Un trucco. Un volgare trucco, in voga da secoli, solo un po’ più raffinato; al posto dei giochi di specchi del Turco, o del nano prodigio, nascosto all’interno dell’automa, c’è un cervello elettronico, collegato a distanza, che suggerisce le mosse al Campione, spostando la calamita sotto la casella dove è più opportuno posare uno dei pezzi principali del gioco. Basta tenere sospeso il pezzo e muoverlo finché si sente la forza attrattiva che lo posiziona.
Tutti tacevano. In seguito, quando cercò di ricordare con precisione quel momento, si rese conto di aver fissato nella memoria soprattutto un preciso, violento tono di luce porpora, selvaggio, assoluto, che proveniva dalla piccola finestra, e disegnava un rettangolo infuocato sulla parete nuda della stanza.
C’erano state proteste vibrate e minacce, poi le lacrime del Campione, la supplice untuosità del suo leccapiedi. Il dirigente aveva telefonato; la sua voce, dapprima incerta, aveva preso progressivamente il timbro profondo dell’indignazione, poi i toni marcati di una collera trattenuta.
Il torneo era stato sospeso; dalla sede centrale dell’organizzazione giungevano i massimi responsabili; lo scandalo era nell’aria, denso come il presagio di un temporale imminente, livido più del cielo violaceo che imbruniva. Il dirigente fu chiamato dai capi, il vigilante dimenticato in disparte. Prima di notte, era tornato a casa.
Le parole ovattate dello speaker, dall’altra parte dello schermo, si stagliavano sul sottofondo sommesso della cena silenziosa; tintinnio di forchette, cozzare cupo di stoviglie.
- Peccato – fece la moglie, verso la fine del pasto. Entrambi sapevano di cosa parlava. – Era il nostro campione.
- Era un bugiardo. L’abbiamo smascherato.
Lei sollevò le spalle sul collo tozzo, con stizzita indolenza. Si alzò bruscamente, portando il suo piatto vuoto verso l’acquaio. Lui continuava a fissare il proprio bicchiere. La voce di lei le giunse distante e sorda, da un punto del corridoio vicino al bagno.


 – E allora?

Il raccontucolo partecipa alla prossima edizione del Carnevale della Matematica, la novantesima, per la precisione, simpaticamente dedicata alle menzogne della matematica. Qui tutti i dettagli!