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giovedì 17 settembre 2015

Word Dust - Capitolo 5

Questo racconto fa parte (e conclude) un progetto di destrutturazione narrativa: ma mano che si procede, la storia perde i suoi riferimenti, sia per i personaggi, che per chi la scrive. Solo i lettori, partecipando ai commenti, possono tenere in mano il filo di Arianna e influenzare la trama. Per esempio, questo capitolo lo dobbiamo a +Michele Scarparo  e alla sua propensione per tradurre in letteratura (che parola grossa per il Coniglio!) gli aspetti più paradossali della fisica moderna.

Puntate precedenti:


La polvere, che mangia l'universo, sono i non-pensieri degli uomini. Pensieri negativi, pensieri senza forma, pensieri senza scopo. Perché se si può pensare, allora esiste; di conseguenza se si può non pensare, allora non-esiste. Ecco perché la realtà sta collassando, fuori dal controllo di quell'entità che ci pensò a sua immagine e somiglianza
Michele Scarparo

Il cunicolo era largo, ma in forte pendenza; le pareti scavate nella roccia viva, appena sgrossate, grondavano di umidità; pietre scivolose che a tratti, erano solcate da rigagnoli d’acqua proveniente dalla volta cupa. Soltanto un chiarore vago, diffuso dalla pietra stessa, permetteva al Vivente di scorgere il fondo irregolare del camminamento e di procedere senza cercare la strada a tentoni. I suoi movimenti si erano fatti più sicuri, man mano che la mente, dopo aver preso il controllo dei possenti muscoli alieni, si impratichiva nel loro funzionamento.
Non è solo questo - pensò il Geriota;- mi sto fondendo con lui; non sono io ad imparare, ma acquisisco la conoscenza del terrestre.
Una pietra smossa, insidiosa e invisibile nella penombra, slittò sotto il piede; il Vivente barcollò e i riflessi presero il sopravvento: le braccia si allargarono, mulinando nell’aria gelida per mantenere l’equilibrio, mentre i muscoli della schiena si contraevano con uno scatto selvaggio, riportando il baricentro in avanti. Poi la gamba scattò, piantando il piede a terra e fermando la caduta.
Per gli dèi! Questo corpo è un grande mistero.
È solo un arco riflesso; non avete riflessi automatici, voialtri?
Il Geriota restò interdetto, sconvolto dalla presenza così esplicita della voce di Giambo nella sua testa - ma poteva dirsi veramente sua? Non poteva più essere sicuro di niente, non in quel luogo. Alla fine i suoi pensieri gli sfuggirono e risuonarono, nell’Agora di quella mente condivisa, come un sibilo soffiato controvoglia.
No. Controlliamo ogni cosa con la nostra volontà.
L’immagine vivida dell’umano che si stringeva nelle spalle si formò nella coscienza di Giambo: in qualche modo conosceva il significato del gesto e ciò lo fece sentire ancor più irritato.
Cerca di non farmi ammazzare. O di non farci ammazzare, che è la stessa cosa. Cristo, che situazione di merda.

Il silenzio assoluto era rotto a tratti dallo scalpiccio degli anfibi che scivolavano sulla poltiglia di fango e pietrisco, sul fondo sempre più stretto del cunicolo; il passaggio scendeva con crescente rapidità verso il basso, l’aria diveniva soffocante. Il Vivente respirava a fatica mentre si inoltrava giù, sempre più in giù. Giambo e il Geriota avevano perso anche quel poco di orientamento che rimaneva loro e il tempo – ammesso che avesse ancora un suo ordine – sembrava aver smesso di scorrere.
Al di là di un passaggio molto ripido, quasi uno scivolo di roccia e fanghiglia, il tunnel improvvisamente finiva, allargandosi in una cavità circolare, come una bolla d’aria scavata nella roccia. Il Vivente si sollevò, riempiendosi i polmoni e pulendosi il viso dal fango. La caverna era vasta; malgrado l’intensa luce azzurra che brillava dalle sue ampie pareti, l’area centrale era immersa nella penombra. Verso il fondo, nel vertice inferiore della semisfera che costitutiva il pavimento, era incastonato un grande cristallo bianco, laboriosamente sfaccettato, che rifletteva la luce generando una miriade di riflessi iridescenti. Il manufatto, anche dalla considerevole distanza, appariva frutto del lavoro di un maestro. Un unico, splendente blocco di gemma preziosa, tagliato in modo da risplendere come un’alba di sole.
Mira la sapienza degli Antichi – comunicò il Geriota, dimenticando che anche i suoi pensieri più intimi erano accessibili alla mente dell’alieno con cui condivideva la propria coscienza. Non conosceva quel luogo, né aveva mai sentito raccontare di qualcosa di simile o, se mai l’aveva appreso, tutto ciò era stato spazzato via dai suoi ricordi. Ma nell’ammirare il capolavoro costruito dagli Antichi in quel luogo incredibile, non aveva potuto reprimere quel moto di orgoglio. Giambo non ebbe bisogno di simulare il proprio rispetto e stupore.
Che ci facciamo qui? Neppure tu lo sai.
È vero; ho dimenticato lo scopo di tutto questo. So che è legato alla Polvere.
Il Vivente continuò a camminare, scendendo lungo il declivio del suolo roccioso fino al punto in cui questo era interrotto dalla base del cristallo. Al di là delle sfaccettature della pietra, man mano che si avvicinava, era possibile vedere qualcosa, una scena che si faceva sempre più nitida.
La Polvere… - pensò Giambo – Ma ha davvero ancora importanza? Pensavamo che fosse l’ultimo segreto dell’universo. E ormai è finita.
Il Vivente toccò la parete del cristallo; la voce del Custode, nitida e muta, guidò il suo sguardo al di là della lastra…

… lastra di vetroacciao del laboratorio, la notte era assoluta, scura come può esserlo solo l’assenza di materia ed energia. Frammenti volteggiavano, radi e informi, punti oscuri nel buio: Jensen e Linda li percepivano senza vederli.
- Ormai è finita – stava dicendo Jensen. – Era l’ultimo segreto dell’universo. Sono stato io, ho allungato la mano fino in fondo al vaso di Pandora; ma non è la speranza che mi è rimasta fra le dita.
Il corpo nudo di Linda si sciolse dolcemente dall’abbraccio di Jensen; la giovane si spostò in modo da poggiarsi con la schiena alla grande parete di vetro, sotto la quale si erano sdraiati quando il cielo aveva cominciato a scomparire. I loro vestiti erano sparsi lì intorno, come relitti di un piccolo naufragio; Linda trasse a sé il corpo magro del compagno e lasciò che lui le si accoccolasse in grembo, raggomitolandosi e posandole la testa fra i seni, come un grande bambino. Lei gli accarezzava piano la nuca.
Un fremito scosse il Vivente, assalito da una sensazione inattesa e complessa; un febbrile disgusto e grottesca attrazione si mescolavano in una danza sinuosa di contrasti, mentre su tutto aleggiava una dolcissima tristezza, punteggiata di rimpianto. Nella sua molteplice coscienza le voci tacevano, mentre le dita di Linda scorrevano fra i capelli radi di Jensen. L’uomo emetteva lenti sbuffi di parole, che a tratti suonavano confuse, come se parlasse in sogno.
- Un tempo non sapevamo cosa fosse la Polvere. Avevamo idee, ipotesi affascinanti e terribili. Quando la prima nave si disintegrò nell’orbita alta di Gerico, nel nostro settore di ricerca eravamo così affascinati dall’accaduto, che nessuno si fermò per un solo istante a pensare a coloro che erano morti, o alle loro famiglie. Ci interessava solo progettare gli strumenti analitici che avrebbero permesso di chiarire gli aspetti oscuri della nostra teoria: non ci curavamo delle vite che sarebbe costato quel raggio di luce nelle tenebre della conoscenza. Non degli uomini che trasformammo in macchine, creando le mostruose abominazioni che, per decoro, chiamammo pomposamente Neuroborg.
Bastardo! No, non vi importava nulla di noi.
Può sentirti? Riesci a comunicare con il tuo fratello umano?
Fratello? Quel figlio di un cane non è mio fratello. E quanto è vero Dio, non è un essere umano.
Incurante di quel dialogo muto, Jensen continuava a parlare, avvolto dal morbido calore della donna, inconsapevole di aver assunto il tono che usava nelle sue conferenze.
- L’umanità aspettava da duemilacinquecento anni, dagli albori della Nuova Scienza, dallo spegnersi di quell’alba di sole, quell’età mitica in cui fu confermato il modello standard, fu identificato il campo unificante, e soprattutto fu definitivamente superato il paradigma del metodo scientifico, soppiantato dal ragionamento probabilistico, individuale e relativo. Fu la spinta energetica di quel sole, quella vampa, che aprì le porte al viaggio interstellare, al trasporto di energia, all’universo come lo conosciamo oggi. Erano gli albori dell’Era dell’Uomo.
Linda ascoltava, dondolando il tronco e cullando il suo uomo, come se volesse farlo addormentare con la musica della sua stessa narrazione.
- Poi cosa accadde? - gli sussurrò.
- La luce si è affievolita, la spinta si è esaurita; come una bolla, l’umanità ha smesso di espandersi e di progredire. La volontà di andare avanti è naufragata sulle rive del mare di Gerico. Ma noi, noi non lo comprendemmo: mandammo nella polvere una nave dopo l’altra, milioni di morti, il fiore di una generazione ridotta in pulviscolo, alla ricerca di un segreto che… non è mai esistito.
Ma che sta dicendo?
Subito il pensiero del Custode risuonò possente, annichilendo ogni pensiero nella multicoscienza. Ascolta, Vivente. Ciò devi conoscere.
- C’era una volta un sogno - riprese Jensen; si era sollevato, abbandonando il petto di Linda che, confusa, si affrettò ad incrociare le braccia sui seni. Lui parlava con trasporto, lo sguardo febbrile e confuso che vagava da un capo all’altro della stanza, rivolgendosi ad un pubblico inesistente. - Gli scienziati dell’era neoumanista lo coltivavano con l’ambizione e la costanza della follia. La chiamavano la Teoria di Dio, lo schema che avrebbe unificato tutto, racchiuso ogni cosa. Era la nemesi dell’incompletezza, che doveva definitivamente seppellire lo spettro millenario di Goedel e la sua ottusa arroganza. Perché se nessun sistema può dimostrare sé stesso, se c’è sempre un postulato esterno a qualunque schema di riferimento, allora l’umanità non avrebbe mai potuto giungere a compiere il proprio destino: ci sarebbe sempre stato un limite nuovo, una frontiera ulteriore, una nuova scoperta.
- E non è questo, ciò che spinge il progresso, da sempre? - sussurrò Linda, confusa. - Credevo… è quello che mi hai sempre insegnato: andare avanti, è ciò che ti tiene in vita.
- È vero - concesse Jensen. - Ma solo per l’individuo, o per un numero ristretto di individui. L’umanità, il suo dominio come specie, si basa su postulati diversi; la sua spinta è limitata, il suo slancio temporaneo. Progrediamo per balzi, salti mortali senza protezione: ad ogni slancio deve corrispondere il successo, o l’estinzione. L’età dell’oro che ci era stata concessa venti secoli fa si stava esaurendo, il tempo era agli sgoccioli: l’Uomo percorreva l’apice della parabola e presto avrebbe dovuto trovare la soglia del nuovo livello verso il quale si era lanciato; se l’avesse mancata, iniziato a scendere verso l’ineluttabile, definitivo declino.
- E la Polvere?
- Poteva essere la risposta! Capimmo subito di cosa si trattava. Era semplice, maledettamente semplice: e questo avrebbe dovuto fermarci.
Ma non lo fecero.
No, non vi fermaste.
Ascolta, Vivente.

Un piccolo granello scuro volteggiava nel laboratorio; agitato da correnti impalpabili e refoli di turbolenza elettrica, era sfuggito al delicato meccanismo di controllo del particolato ultrafine che assicurava la perfetta purificazione dell’aria; Giambo lo vide dondolare vicino alla spalla nuda di Linda, curvare pigramente verso di lei, ondeggiare sull’orlo di un contatto e, infine, avventarsi verso la pelle serica della ragazza, scomparendo nel suo braccio.
Lei spalancò la bocca in una piccola, deliziosa apertura stupefatta, mentre Jensen continuava, ignaro, la sua confessione.
- Il Non-Pensiero, l’increato, l’antitesi della realtà. La negazione logica perfetta; la Polvere non era materia, non era energia, non apparteneva allo spazio tempo o ad uno qualunque dei continuum energetici identificati dalla teoria del tutto. Era lo schermo, il negativo, la sagoma ritagliata di ogni atto, pensiero, interazione quantistica che aveva agitato l’universo per tredici miliardi di anni. La realtà è soltanto interazione: conosciamo questo fatto da quasi cento generazioni; eppure non abbiamo mai pensato veramente a come ciò sia possibile. Ogni entità reale prevede che qualcos’altro non lo sia; è ritagliata dal tessuto dell’universo come una sagoma da un foglio di plastica. Ogni gluone che si imbatte in un neutrino, ogni atomo che interagisce, ogni essere ed ogni cosa: tutto è mutevole, continua creazione. Le forbici di Dio ritagliano la realtà ad ogni istante, e lasciano un sacco di scarti. La realtà cresce e li spinge lontano, si allarga come una bolla in un mare di pezzetti di nulla, frammenti di…
Pensieri negativi, pensieri senza forma, pensieri senza scopo. Non è nemmeno il nulla, non è l’impossibile: è lo scarto del possibile. Qui, fra queste macerie, ti ho perduto, mio amore.
Efela!
Uno spasmo contrasse il Vivente; la coscienza collettiva sbandò, tesa fra le possenti correnti opposte che la dilaniavano.
Efela, dove sei?
Ovunque. In ogni non luogo. Nel nulla che ci pervade.
La stanza era piena di nebbia. Una nuvola oscura assorbiva la luce e proiettava ombre informi che si aggrovigliavano come un gomitolo di buio. Il corpo di Linda ne era al contempo l’origine e l’alimento; come un fuoco nero, la Polvere la consumava. Come il resto dell’universo, in ciò che non era reale e non era irreale. Ciò che Lui non aveva usato: lo scarto di Dio.
- Siamo stati noi, tutti noi. Le navi, i Neuroborg, le sonde. Abbiamo raccolto dati, interagito con la Polvere; abbiamo perturbato il sistema e rotto la sua indeterminatezza.
Le scintille di buio soffiavano in lente cascate fumose da ciò che era stata Linda.
- L’abbiamo resa reale.
La stanza del laboratorio non esisteva più; la scena era buia. La luce ne era stata risucchiata via, trasformata nel suo non-senso. Il cristallo, ora, sprigionava un bagliore più opaco, meno brillante, come se l’immagine di totale oscurità che si vedeva nelle sue facce ne stesse in qualche modo riducendo lo splendore. Granelli di buio si addensarono sulla sua superficie e presto una nebbiolina scura aleggiò nella caverna; il Vivente allungò una mano tremante verso quella nebbia e la Polvere vi si avventò.

Le sagome vuote, dalle quali è stata prelevata la realtà, si riorganizzano. Si addensano, si compattano, collassano in una funzione puntiforme altamente instabile.
La mano del corpo di Giambo si congiunse con le dita oscure che la cingevano; un lembo di nebbia gli raggiunse il viso in una tenera carezza.
Efela, amore mio. Sussurrò la coscienza, mentre tutto svaniva.
In un istante l’universo collassò. Triliardi di esseri umani, innumerevoli miriadi di stelle confluirono verso il punto dove dormiva il Custode.
Vieni, venite a me. Siate tutti in me.
Poi la Polvere raccolse ogni cosa. La singolarità di che non era stato si accese nel vuoto lasciato da ciò che era stato.
Il punto esplose. E la non-luce fu.