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sabato 19 dicembre 2015

Emme per T

Il problema, per Talbot, era l’accelerazione; nonostante i progressi della tecnica spaziale, il suo organismo non era in grado di abituarsi. Lui la riteneva una questione costitutiva, impossibile da risolvere.
- Ignorare, accidenti. Deve ignorare la sensazione – gli diceva spesso il Maggiore, componendosi al suo fianco all’improvviso. – La escluda dalla mente, si dedichi ad altro. Su questa nave – aggiungeva con sarcasmo – non mancano le distrazioni!
Ma per il Maggiore era diverso: lui era uno sciame, un agglomerato volontario di miriadi di piccoli esseri senzienti, uniti per costituire un organismo più grande e complesso. La gravità e l’accelerazione avevano su di lui, come entità risultante, un effetto trascurabile, poiché il disagio era assorbito della complessità delle sue parti e distribuito nel numero di cui quella complessità si componeva.


Così Talbot sorrideva con amarezza a quella parte del brulicante corpo del maggiore dove pareva trovarsi una faccia, e gli diceva che non era la stessa cosa. Per gli sciami, dopo tutto, la vita era più facile, anche a bordo di una capsula da guerra.
- Per non parlare del vantaggio che avete in battaglia, quando si deve fuggire, o sopravvivere agli effetti di una ferita – aggiungeva con freddezza. – Potete sacrificare una parte di voi stessi senza subire effetti di gran conto!
Il Maggiore si risentiva di quel punto di vista; sapere che era molto diffuso nella Globalità non cambiava le cose: lo riteneva tanto superficiale quanto offensivo.
- Non abbandoneremmo una sola delle nostre monadi, nemmeno se dovesse costarci la vita collettiva. Lei non può capire, non capirebbe mai. Abbiamo la presunzione di credere che sia molto meno traumatico per un essere umano tagliarsi un braccio, che per noi vedere una sola entità subire un contatto prolungato con una superfice troppo fredda.
- Le braccia non ricrescono così facilmente come le vostre monadi, amici.
- Decisamente, lei non sa di cosa sta parlando.
E la cosa finiva a quel punto, perché entrambi i soldati erano consapevoli che per quella strada, di lì in avanti, non si andava da nessuna parte. Il viaggio transgalattico era lungo, noioso e pieno di insidie. La guerra che li aspettava era infinitamente peggiore: qualunque essere intelligente rinuncia alle discussioni inutili, purché abbia già a disposizione abbastanza ragioni di infelicità.


Aveva piovuto per tutto il ciclo precedente e il terreno, la fuori, era un inferno molliccio e freddo. Gli arti inferiori affondavano fino alle giunture e i due soldati procedevano in silenzio, il tronco curvo fin quasi a sfiorare la superficie melmosa del suolo. Sull’orizzonte basso si chiudeva un cielo livido, striato di vortici viola; nuvole tozze, gonfie come un tumore, vomitavano poltiglia acida.
- Che posto schifoso! – commentava il Maggiore ad ogni sobbalzo del suo mutevole corpo – noi tutti odiamo questo spruzzo di fango dimenticato da Dio!
- Voi credete in Dio, Maggiore? – domandò Talbot, più per interrompere la monotonia di quei lamenti che per reale interesse. A differenza del compagno, parlare gli costava fatica.
- Noi crediamo in un entità superiore – spiegò l’altro, contento dell’occasione. – Come quasi tutte le specie intelligenti, Lo abbiamo concepito a nostra immagine; il che, nel nostro caso, apre delle prospettive speculative interessanti.
- Sembra che vi riferiate a Lui con un certo distacco, quasi in modo analitico – sbuffò Talbot, arrancando.
- Diciamo – soggiunse l’altro, dopo una breve riflessione – che cerchiamo di conservare un approccio razionale alle questioni trascendenti. Il fatto è che non possiamo trasmettere a fondo la pienezza delle nostre relazioni, né in chiave ontologica né in chiave teologica, mi capisce, Talbot? – senza attendere risposta, il maggiore proseguì; mentre parlava, la parte di monadi organizzate come testa si era voltata verso il compagno che lo seguiva. – Il mondo sensibile per noi è una sommatoria di percezioni individuali, fuse e amalgamate in un solo canale sensoriale. Vi è, come intuisce, affinità con ciò che voi chiamate “sommatoria dei potenziali d’azione” del vostro cervello singolare. Tuttavia, a differenza di quanto avviene per i pensieri umani e le onde elettromagnetiche di cui si compongono, noi rimaniamo coscienti sia di quello che percepisce ogni monade, sia della complessità sensibile risultante.
- Affascinante… vuol dire che voi siete consapevoli ad un tempo delle parti e del tutto che esse compongono.
- Esattamente, ma in un modo che lei, mi perdoni la franchezza, non può afferrare che per vaga analogia. In tale modo, ma ad un livello di complessità infinitamente più grande, concepiamo Dio come la sommatoria, e non l’annullamento, di tutte le collettività simili a noi.
- Vuol dire che Dio è l’insieme di tutti quelli come voi, tanto quanto voi siete l’insieme delle vostre monadi?
- Molto ben espresso – acconsentì il Maggiore – sebbene lontano dalla completezza. Ci sarebbe da dire a lungo sul fatto che Dio è ben più cosciente di noi quando noi lo siamo delle monadi, e in un modo del tutto peculiare… Ma per le sue limitate categorie, ciò è sufficiente. Davvero, Talbot, sono sorpreso del suo acume verso di noi.
Talbot non rispose; se non avesse saputo che la specie del Maggiore era scientificamente incapace di sarcasmo, li avrebbe mandati al diavolo, comunque essi lo concepivano.
In quel momento, il fango esplose.

- Talbot! Talbot!
La voce giungeva da tutto intorno. Il soldato si sollevò con fatica, strappando prima un braccio, poi la faccia alla morsa viscosa e tenace del pantano. Controllò con un’occhiata veloce di dati del visore biomedico, riscontrando danni gravissimi e progressivi. Si arrischiò ad alzare la testa di qualche millimetro; l’orizzonte era un’orgia di fuoco. Tutto intorno, la melma stava bruciando, esalando un fumo mefitico da grosse bolle nerastre, che scoppiavano con crepitii raccapriccianti; le monadi del Maggiore erano sparse nel raggio di una decina di metri: il dronekaze a ricerca biologica aveva scelto il bersaglio più numeroso, ignorando Talbot.
Vantaggi dell’evoluzione singolarista pensò, vergognandosi del proprio cinismo. La maggior parte delle monadi, agonizzando, continuava a chiamare il compagno di battaglia.
- Che ci posso fare, accidenti? – gridò Talbot, esasperato. Considerò la possibilità di finirle, ma erano troppe e i colpi avrebbero potuto attirare l’attenzione di altri droni. Comunque, gli ricordavano gli allarmi medici, c’era rimasto poco anche per lui.
Estrasse il comunicatore da sotto il proprio corpo e digitò in fretta il codice di emergenza, cercando di controllare il tremito delle dita. Subito il segnale rosso scuro di Missione fallita iniziò a lampeggiargli davanti agli occhi. Si accasciò, respirando l’aria resa appena respirabile dai filtri al nanocarbone: che idea bislacca, quel modo di fare la guerra.
Una sola coppia di soldati per ogni missione, lanciati ad anni luce di distanza in una minuscola bara volante: un viaggio di miliardi di chilometri a velocità di poco subliminali, anni di convivenza forzata, in uno spazio ridotto al minimo; una vita intera trascorsa in una folle specie di coma vigile, in attesa dell’azione. E quando questa arrivava, in uno scenario ormai imprevedibile e incerto, si aveva la certezza di essere già stati sacrificati, vittime designate prima della partenza.
Frattanto l’invasione proseguiva e la palla di fango dove viveva il nemico continuava a rotolare nello spazio, sbriciolando uno dopo l’altro i pianeti-fortezza della Globalità, mentre l’intelligence programmava le missioni di quella folle strategia organico-massiva. Come dicevano? Arrestare la carica di un elefante sparandogli addosso dei moscerini, perché lo fermassero con il loro peso.
E il peggio, pensò Talbot mentre tutto intorno la luce si affievoliva, era che avevano ragione. Era solo questione di tempo.

Di massa e di tempo.