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sabato 1 ottobre 2016

Stronzi per sempre?


L'arte di collezionare mosche
Questo post non è un consiglio di lettura e nemmeno una recensione; il libro di cui si parla è una lettura interessante ma questa non è una operazione epitestuale. La lettura della mia copia di "l'arte di collezionare mosche" di Fredrik Sjoberg mi accompagna tutt'ora, nelle giornate umide di quest'autunno finalmente consapevole di sé stesso, almeno da queste parti. 

Per essere onesti io questa cosa ce l’ho in testa da tempo, ma la sua vera essenza mi è divenuta presente solo con la lettura di questo libro. L’entomologo svedese, credo ignoto ai più (mi si perdoni, nel caso, la vanteria di conoscerlo; nell’altro, l’indelicatezza) mi ha aperto un varco.
In verità ogni libro che leggiamo, significativo o meno, traccia una demarcazione irreversibile fra prima e dopo; la differenza fra i due territori separati da questa esperienza di lettura è sottile. Prima, ignoravo una serie di cose sulle mosche e sui sirfidi; cose che temo finirò di dimenticare per il mancato rinforzo mnesico dovuto all’inutilizzo di queste nozioni, che non vedo applicabili nella mia pratica quotidiana, né utili alle interazioni sociali, soprattutto a tavola. Dopo, oltre che la possibilità di fregiarmi delle mie modeste conoscenze sui ditteri, rilevo qualcosa di inaspettato: il fatto che è Sjoberg, nel suo elegiaco manuale sulla preziosa “arte di limitarsi e della sua eventuale felicità”, affronta temi variegati, non facilmente orientabili in un pensiero coerente; usa un tono elegiaco ed è vagamente onirico, per lo meno in quanto giustappone episodi, idee e sentimenti con un ordine non associativo. E finisce per spalancare piccole e cieche finestre su zone dell’animo umano dove, in genere, non ci prendiamo la briga di soffermarci a sbirciare.
Con un misto di umile saggezza e naturale propensione alla contemplazione profonda del banale, questo autore, simile ad un mister Palomar nel suo prato brulicante di vita, ha avuto l’effetto di costringermi ad una riflessione personale, che doveva aspettarmi dietro una di quelle minacciose finestre.
La riflessione può intitolarsi “dubbi di un solito stronzo”; la svilupperò più avanti, forse, se la depressione reattiva a questa lettura durerà abbastanza a lungo. Ma il succo è semplice: è nota la tripartizione delle epopee lavorative e sociali dell’uomo comune, moderno o antico che si voglia.
Quasi tutte le persone di ingegno si affacciano alla maturità con il fardello di un naturale carico di aspettative e speranze che l’umana semenza ripone nei suoi virgulti. Per alcuni, vuoi per attitudine, caratteristiche o circostanze, questa dimensione di “giovane promessa” assume dimensioni più rilevanti: ma ci passiamo tutti. E tutti noi, salvo casi particolari, nel nostro contesto sociale e familiare abbiamo assaporato la sensazione di questo momento.
Altra caratteristica comune a quasi tutte le organizzazioni sociali è l’emergere, al termine di questo excursus di esperienze e di anni che definiamo vita, di ben più parva schiera di eletti, socialmente riconosciuti come autorevoli, universali, di spessore umano e morale tanto rilevante da considerarsi un riferimento indispensabile nel proprio ambito, culturale o sociale. Sono i “grandi vecchi”, nei quali la società riconosce (o sui quali continua a forgiare) i propri archetipi.
Ultima e intermedia classe di questa classificazione umana è ciò che rimane fra queste difformi estremità, che rappresentate in un disegno sarebbero un imbuto; da una parte la porta d’accesso è larga e allettante, mentre l’uscita è stretta: in mezzo, un lungo tunnel oscuro nel quale tutti, ma proprio tutti, ci si incammina.
Di qui si esce, questo è certo, vista la moltitudine che ne varca la soglia; ma poiché pochi emergono dalla sua nobilitante estremità, è lecito presumere che quel lungo canale intermedio somigli piuttosto ad un colabrodo, dai cui buchi cadono, come da un vaglio impietoso, le pule e le pagliuzze sociali alle quali, per maggioranza, quasi tutti apparteniamo.
Il tunnel si percorre nei duri anni della routine, degli obiettivi di sopravvivenza quotidiana, a medio e breve (brevissimo) termine. Lavoro – casa – figlioli; sport – cronaca – politica; qualche breve ed effimera gloria, momenti di lucida, cosmica saggezza che evaporano con il fondo di un drink, inafferrabili e amarognoli nel ricordo stantio di giorni e giorni dopo.
Per questo stato di cose esiste una dicitura sintetica e molto più efficace del soprastante sproloquio: è la condizione nota come “solito stronzo”, dove si appiattiscono tutte le “giovani promesse” sulla soglia del comune viaggio lungo il terribile crivello, che conduce all’oblio o alla grandezza.
Ed ecco la mia riflessione depressiva; comincia con la domanda “in quale punto del cammino mi trovo”?
Rispondere è facilissimo: non avendo molto altro da promettere a chi ormai mi paga per lavorare e a chi mi riconosce come marito e padre (trattasi tuttalpiù di mantenere le aspettative), né potendo, per evidenti limiti di età, saggezza e riconoscimento sociale, considerarmi un “grande vecchio”, rimane solo la prosaica alternativa di cui trattasi. Scoperta scontata, che non genera sorpresa.
Semmai il dubbio è: come mi accorgerò quando sarà finita? Quando il bulbo convergente del cammino selettivo, che ho intrapreso come stronzo comune, sarà finalmente consapevole del mio reale valore umano, e mi filtrerà, lasciandomi libero di attraversare il varco verso il mio destino?
Cosa troverò all’esterno, dove navigano gli sconosciuti fratelli, gli altri, che stronzi sono e tali oramai rimarranno? Mi accoglieranno, con giubili o dileggio, i miei fratelli nella mediocrità, e mi faranno festa come ad un ennesimo figliol prodigo, rientrato in sé dal limbo dell’incertezza e fieramente consapevole della sua natura? Sarò accetto alla mia dispregiata fratellanza?
Oppure nessuno lo sa; il passaggio è indolore, impercettibile, nulla di nuovo sotto il sole – Stronzi si era, stronzi si è rimasti, ma ora è irreversibile. Nessuno se ne accorge, non ci sono felicitazioni o sfottò; te ne rendi conto solo perché il momento di uscire dal tunnel della mediocrità non è arrivato mai e ormai la vita è finita-
Stronzi per sempre, senza saperlo.
Ecco, è questo che mi fa paura.