Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

giovedì 31 ottobre 2013

Materia viva

Questo racconto partecipa al 33° Carnevale della Chimica e omaggia il grande De Andrè, che ha saputo riscrivere più di una splendida poesia.

Solo la morte m'ha portato in collina

un corpo fra i tanti a dar fosforo all'ariaper bivacchi di fuochi che dicono fatuiche non lasciano cenere, non sciolgon la brina.Solo la morte m'ha portato in collina.

( Fabrizio De Andrè
“Un Chimico”
da “Non al denaro, non all'amore né al Cielo)

Avrei freddo, se potessi sentirlo. E forse paura.

Ma la mia pelle nuda, stretta nell'abbraccio greve dell'argilla, non vibra alle emozioni, né sussulta al gelido tocco della terra umida. Qua sotto i secondi e i secoli formano un amalgama omogeneo, liquefatto come le mie membra, già pallide quando lo scoppio mi strappò alla vita.

Sebbene non amassi il sole, vederne sorgere un mortale simulacro dal bancone del mio laboratorio mi portò a concepire un pensiero struggente. L'idea che non l'avrei più visto, né splendere nel cielo, né languire al tramonto, mi colpì come una vampa, più violenta di quella che mi uccideva.

sabato 12 ottobre 2013

Cinque parole perfette

“Non scriverò più romanzi dopo questa ultima frase.”

Le otto parole si stagliavano nette sul monitor, un plotone di pixel scuri schierato alla fine della pagina bianca. Un grande spazio, vuoto come un oscuro presagio, separava quella riga dal resto del testo, monolite continuo e fitto di una moltitudine di parole.

Appoggiò i gomiti sulla scrivania e la fronte sul palmo delle mani. La testa gli doleva e così le dita; si accarezzò le tempie con un delicato movimento circolare dei polpastrelli, ma senza trarne beneficio.
Vagò con lo sguardo intorno alla stanza. Era uno studiolo raccolto, in un angolo riparato della casa, riempito di mensole a loro volta stipate di libri.
I corposi volumi delle edizioni pregiate, austeri nelle loro massicce custodie di cuoio e sovracoperte riccamente decorate, campeggiavano troneggiando su un oceano sparso di edizioni economiche, manuali, opuscoli, libriccini.
L’unico, vecchio tavolo tarlato della stanza era ricoperto di maestose opere in plano, adagiate con cura lungo tutta la superficie, al di sopra della quale traballavano improbabili torri di ottavi e sedicesimi, accatastatesi, nel tempo, in modo da formare una compatta muraglia.
Come tutte le cose piccole, si appoggiavano le une alle altre per non crollare.