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domenica 22 dicembre 2013

Trappola per Builombre

La prima volta che vidi il Builombre, lui fece capolino da sotto il tavolo del soppalco, ed io non realizzai subito quanto fosse straordinario ciò che era accaduto in quell’istante. Fu comunque una visione fugace e parziale: un ammiccare rapido, fra le ombre della scala della soffitta, subito seguito da un guizzo verso la piccola biblioteca nel sottotetto. 
La voce del dottore, salendo leggermente di tono, mi costrinse a voltarmi e a fissare di nuovo il suo sguardo spento. Mi sforzai di concentrare l’attenzione su quella cantilena monotona, ma io di quelle probabilità, di quei paroloni, scanditi diligentemente una sillaba alla volta, avevo capito subito il succo.
Non mi importava molto della malattia, in quel momento. Temevo le necessarie cure, la sofferenza, ma come possibilità ancora remote, che si affacciavano soltanto ipoteticamente in prossimità dell’orizzonte degli eventi.
Quando finalmente se ne andarono, lui e quell’infermiera carina, che continuava a guardarmi con un sorriso di circostanza, mi persi finalmente fra le note di un movimento di Ravel, solenne e pacato, che si diffuse nell’aria insieme all’aroma fruttato di un ricercato infuso orientale: sperai che lui avrebbe gradito entrambe le cose, come era scritto nel libro, perché volevo prenderlo.

Lo desideravo più di ogni altra cosa.