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mercoledì 26 febbraio 2014

La valigia

Era quasi giorno. Polvere di luce dardeggiava al limitare del cielo scuro, disegnando l’alone di un chiarore incerto. L’asfalto freddo le premeva contro i piedi nudi, rendendo il cammino una sinfonia ininterrotta di dolore.
Procedeva nel buio, trascinando la valigia verde a fiori. Nel silenzio lo strisciare delle rotelle produceva un rumore aspro, che sinistri echi nell’oscurità rendevano fragoroso.
Dov’era la stazione?

domenica 23 febbraio 2014

Di questi tetti di nuvole

Io, di questi tetti di nuvole, ricordo quando passavano in fretta, scolorando il limpido cobalto del cielo in un indaco ottuso, che mi lasciava disperato e stanco.
Armate di pioggia rotolavano nel vento, velando i raggi del sole. E in quei pomeriggi, di mancata tempesta, io guardavo il sole soccombere, le sue maestose lance di luce che andavano in frantumi, cozzando contro le muraglie cupe e livide che troneggiavano insolenti sopra le montagne. I loro pezzi ricadevano sulla terra in un pulviscolo di cristalli, abbacinante e smorto, sommergendo ogni cosa di quella foschia biancastra che è quasi peggio delle tenebre.

venerdì 21 febbraio 2014

Il carnevale dell'inverno

Nell'aria c'è un aroma sottile.
Non lo sentono le vecchie pozzanghere , che scintillano al chiarore del mattino come gemme nel velluto grigio dell’asfalto; e non lo sanno gli alberi, rattrappiti e nudi, frementi lungo il viale deserto.
Solo loro fanno da spettatori al vento, che percorre le strade e avanza per la città addormentata, fischiando con furia al ritmo balordo di una danza triste. In un carnevale di spettri, silenziose e gelide folate di nevischio piovono come coriandoli bianchi, simulacri di gioia incolore, e si sciolgono al suolo in una pozza di lacrime.

mercoledì 12 febbraio 2014

La spugna di pietra

“Sono stato lì sotto già tre volte”. Federico allungò la mano e, con un gesto affrettato, si portò alla labbra il largo bicchiere da cocktail, sorbendone un sorso vorace.
“Tre volte” ripeté, fissando l’amico, in silenzio dall’altra parte del tavolo, con gli occhi scintillanti di eccitazione. Le discordanze sintetiche di una disco, assecondate dal ritmico pulsare delle luci, inondavano il locale di violente correnti sonore.
Marco prese tempo, sorseggiando a sua volta il proprio Spritz. Aveva imparato a conoscere quello sguardo del suo compagno di corso; gli erano bastati i primi mesi della loro convivenza, nel piccolo appartamento che dividevano ormai da tre anni. 

“Hai tenuto traccia dei tuoi spostamenti, là sotto?” domandò approfittando di un temporaneo calo di intensità della musica. I bassi continuarono a vibrare in sottofondo, fremendo come brace sotto la cenere, pronti a divampare all’istante, innescate da un nuovo, martellante ritmo sincopato.
“Certo” rispose Federico, alzandosi in piedi e rimanendo immobile, proteso sopra i bicchieri vuoti e le piccole ciotole di stuzzichini. “Ho mappato le coordinate e…”
La musica esplose, una cacofonia di echi discordanti, fatta a pezzi da cupi ed assordanti colpi di grancassa. A Marco ricordavano i conati di un gigante.
A gesti, fece cenno al compagno di uscire dal locale. In qualche modo misterioso, una delle ragazze del bar li intercettò mentre arrancavano verso l’uscita.

lunedì 3 febbraio 2014

Echi

Ma cosa importa, a queste zolle di terra umida, che anche oggi giacciono mute, intrise di pioggia, rattrappite dallo stesso vento che fece gonfiare i gonfaloni, e portò lontano lo squillo delle fanfare, mescolato con l’odore del sangue?
Nel ventre scuro dei campi, gli zoccoli fieri dei destrieri bardati non lasciano un segno più intenso di quanto facciano le umili zampe dei buoi, affondate dal peso del vomero, che arrancano solcando la terra.
Di tanto in tanto, squarciano l’aria un cozzar di spade, un clamore di tromba, un grido di morte o di vittoria, e non durano più a lungo del tuono, che scuote le cime degli antichi alberi e fa vibrare le fondamenta immemori dei monti, perdendosi in breve in un brontolio confuso, di echi lontani, che è già ricordo.
Uomini vagano per la pianura schiacciando l’erba, brulicanti di vita e di sogni; ma poi giunge sempre un mattino, in cui la nebbia levandosi lascia brillare al sole un deserto di morbidi steli, curvati dal peso della rugiada, e il vento accarezza lo stesso, eterno silenzio.

Campaldino, 2 febbraio 2014