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martedì 30 settembre 2014

L'evoluzione della specie

- Stavolta hai esagerato, Charles!
Robertson pronunciò quel secco biasimo senza nemmeno curarsi di abbassare il tono della voce. In circostanze normali, come padrone di casa,si sarebbe guardato bene dal rivolgersi aspramente ad uno dei suoi ospiti, durante un ricevimento: ma quelle non erano affatto circostanze normali.

Il giovane naturalista, con i suoi discorsi, aveva passato ogni limite imposto non solo dall'etichetta, ma anche dal buon senso: e il fatto che il signor Robertson fosse chinato sul corpo esanime della povera signorina Penrose, sorretta da altri quattro gentiluomini, nello sforzo di stimolarla con un'essenza per riportarla alla coscienza, era lì a dimostrarlo.

lunedì 29 settembre 2014

Amore irrazionale

“credi davvero che la luna non sia più lì, se non la stai guardando?”
A. Einstein

Le onde scure di marea si ritraggono lente, lasciando spazio all’aria. Nello spazio vuoto lasciato dall’angoscia che cala, i muscoli del torace si allentano, l’aria torna a riempire i polmoni. Decine di minuscole, imprecisate contratture dolorose si sciolgono mentre il mio corpo, annodato e rattrappito da ore, si rilassa poggiandosi contro la parete: lei è lì, dorme serena nel suo letto, attraversato da una falce azzurra di luce notturna, ignara della mia presenza.
Il suo petto, danzando al ritmo dolce e regolare del suo sonno, rischiara di certezza quell’angolo buio e umido di palude, sepolto al centro della mia mente: sento i pensieri viscosi che scivolano all’indietro, per rintanarsi nei grovigli dove la ragione non arrivava, pronti a spuntare appena avrò distolto lo sguardo da quel corpo. Solo all’idea di lasciare la stanza, di non avere più davanti agli occhi la sua figura reale, getta un’ombra di dubbio, nella quale si insinua nuovamente quell’idea fissa, l’ossessione che mi divora costantemente.
E se non esistesse più?

sabato 27 settembre 2014

Il disegno

Sedevamo alle due estremità di una vecchia panchina, sotto l’impalcatura dei rami stanchi di un vecchio faggio; quell’angolo ombroso del parco, digradante verso il lago sul retro della villa, era il luogo che lui amava di più e dove trascorreva ormai la maggior parte del suo tempo. Le giornate si accorciavano e anche quel giorno la fine del pomeriggio era calata improvvisa come l’ombra di un rapace. A tratti si levavano le  intense folate di un vento tagliente, che già non apparteneva all’estate.
 Ero andato a trovare il professor Lanniret subito dopo pranzo, come accadeva quasi tutte le settimane dal giorno del suo pensionamento. Non lo facevo per compassione, o per un interesse materiale: la compagnia del mio anziano maestro continuava ad illuminare il mio intelletto di un chiarore che non mi era dato scorgere altrove.  La signora Lanniret era venuta con le tazze del tè, fermandosi il tempo indispensabile per informarsi sul mio stato di salute, poi aveva sistemato la coperta sulla carrozzella del marito, ed era rientrata all’interno della dimora. Dopo la sua partenza, per lunghi minuti, il professore era rimasto in silenzio, fissando con aria triste le ultime foglie ramate del faggio che volteggiavano in preda del vento, nella luce intensa del tramonto, assumendo bizzarre tinte violacee in controluce.
- Ognuna di quelle foglie – disse all’improvviso, come per riprendere una conversazione  da poco interrotta - segue una traiettoria prestabilita. Lo immaginava, Bechet?

venerdì 26 settembre 2014

Presentazione e aperitivo conigliesco

Sabato 11 ottobre, a partire dalle 18.30, lo Swiss Bar di Carrara, in Via Verdi 13, ospiterà un evento bizzarro: la presentazione di una raccolta  di racconti del famigerato Coniglio Mannaro, che ha improvvisamente deciso di schiudere le porte del suo rifugio e dare in pasto al mondo i suoi scritti.  Incuriositi? Ma cos'è sto Coniglio? Come fa a scrivere? E perché dovrebbe tenere dei racconti nella tana?Ecco qualche risposta, tutte tratte da un'intervista che sono riuscito a strappargli, nel blog dove vive: spartacomencaroni.blogspot.it  (Sì, tecnicamente il blog sarebbe mio: ma ormai lo considera casa sua).
D. Coniglio, presentati...R. Il Coniglio Mannaro è quella parte di ognuno di noi che si è persa in un posto magico e guarda da lontano il cielo e la sua luna. Dalla sua tana continua a raccontare storie fantastiche e frammenti di sogni, a volte fingendo di voler tornare indietro. I suoi racconti nascono quasi sempre sotto la luce della luna, che è l’unica capace di rendere visibile il mondo che gli si agita dentro al petto. Tutti loro assomigliano ad un viaggio, o ad una musica dolce; qualcosa che inizia, poi tu chiudi gli occhi, ti lasci andare, e non sei più là.

giovedì 25 settembre 2014

Sogni, in realtà.

Sarà il fatto che eravamo partiti dall'idea di un sogno tangibile, che lascia al risveglio una traccia delicata.
Sarà la determinazione di Elisa Elena Carollo, che trasuda quasi da ogni riga del suo blog, nel realizzare il suo, di sogno.
Sarà che la sua interpretazione del monologo che avevo scritto per mia figlia rende perfettamente quell'atmosfera di sospensione, ovattata, indistinta e quasi reale (a proposito: scusa, Elisa, per tutti quegli aggettivi da mandare a memoria!)
Sarà quel che volete, ma questa interpretazione mi ha commosso.




Il testo originale, da cui è tratto il più breve testo dello splendido lavoro di Elisa Elena Carollo, lo trovate qui.
Ed ora, è indispensabile che vediate tutte le altre...

domenica 21 settembre 2014

Come un popolo di silenziosi giganti

È così grande, la fantasia delle nuvole, quando cambiano, di ora in ora, o fra due battiti di ciglia. Capricci bizzarri, di luce e di vento, ne mutano la sostanza e le forme, scandiscono i toni, tinteggiano altri colori, rimescolano infiniti profili. 
Quante sono, le nuvole, e di quanti tipi; cumuli compatti, intere città di vapore, solide schiere di colossali nembi cupi. Ci sono cirri striati, screziati di tramonti,  che sbandati dal vento, lanceolati e sanguigni, si conficcano nel velo cinereo di un banco compatto, sullo sfondo, come piccole gemme morbide incastonate nel cielo.

venerdì 19 settembre 2014

Il Pescatore

Nota: questo post nasce dall'ispirazione che mi ha fornito un post di Iara R.M., che contiene la suggestiva descrizione di un momento, e alcune interessanti considerazione riguardo all'imperfezione della realtà. Comunque va, vi suggerisco di leggerlo.

Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno,
non si guardò neppure intorno.

F. De André – Il pescatore


L’ultima volta che l’ho visto per strada, il Pescatore stava conducendo il suo carrello lungo il marciapiede sconnesso della provinciale, nel mezzo della discesa che porta fuori città. Lo avevo incrociato alcuni minuti prima, mentre salivo in direzione opposta, verso il centro, alla vana ricerca di un bar aperto. Il primo chiarore scialbo di una giornata uggiosa rincorreva le nuvole sfilacciate nel cielo caliginoso; quella luce inconsistente si rifletteva sulle facciate anonime dei palazzi di periferia, generando miraggi rettangolari sul parabrezza punteggiato di minuscoli cadaveri.

lunedì 15 settembre 2014

Come bocciare un Coniglio

Di recente il Coniglio ha detto la sua sulla questione dei consigli di scrittura, che tanto imperversano per il web e altrove. In quella sede, il leporide si è dichiarato piuttosto allergico alle regole di questo genere, ma ha riconosciuto il valore prezioso che il confronto con le esperienze e il percorso degli altri hanno nella crescita, umana e tecnica ,che deve necessariamente intraprendere chi vuole davvero imparare a scrivere per comunicare agli altri quello che ha dentro.
Sì perché il mestiere dello scrittore è soprattutto un lavoro relazionale, presuppone l'empatia, l'intuito, la capacità di leggersi dall'esterno, vedere con occhi altrui ciò che si vuole comunicare e trovare le parole per giungere in profondità verso l'altro.

sabato 13 settembre 2014

Conigli e consigli

Di recente, per varie ragioni, mi incontro con il concetto di "regole" o "consigli" per chi scrive. L'argomento è molto seguito da vari blogger, alcuni dei quali, a me vicini, hanno avuto il pregio di trattarlo in modi piuttosto originali, aggiungendo un prezioso contributo personale ad un argomento che altrimenti avrebbe avuto per me ben poche attrattive.
Per segnalare qualche esempio molto creativo, si sono le ottime trovate di Michele Scarparo, che sul suo bel blog "scrivere per caso" si è occupato in diversi modi di questo argomento. Michele ha, a mio giudizio, un talento particolare per conciliare metodo e creatività (o follia), e quando parla di regole la fa a modo suo, in modo generativo: si veda la serie di racconti di stampo surreale e molto spesso sarcastici, scritti a partire dai consigli di scrittura dell'agenzia letteraria "sul romanzo", con cui ci ha deliziato per tutto l'anno scorso. O la tornata attuale, dedicata ai consigli dei grandi autori che Michele interpreta con riflessioni, critiche e condivisioni di esperienze personali (e, perché no, inventandosi altre storie). 

Ma con i consigli per gli appassionati di penna e tastiera si è divertita in modo altrettanto originale, anche Elisa Elena Carollo, che in un post sul suo Drama-Queen si è cimentata con i 22 consigli di scrittura di Stephen King, intrecciando in maniera davvero acuta e divertente il mondo della letteratura con quello del teatro (cosa che, devo dire, la nostra reginetta del proscenio fa molto spesso).

Scorciatoia per il paradiso

“Voi siete ciò che è il vostro desiderio più profondo. Così come è il vostro desiderio, così è la vostra intenzione. Così come è la vostra intenzione, così è la vostra volontà. Così come è la vostra volontà, così sono le vostre azioni. Così come sono le vostre azioni, così è il vostro destino”


Brihadaranyaka Upanishad IV.4.5




Ci sarà caldo, e luce intensa. Forse avrò il tempo di provare dolore: ma poi verrà un dolce silenzio, e l’immensa pace. Sì, sono certo che lassù sarò finalmente felice.
***
Regina Buenaccorso Ferreira camminava a fianco del marito, stringendogli entrambe le mani ossute attorno al braccio grassoccio; per farlo, inclinava il busto sottile e la testa verso il corpo di lui, avanzando con passo sbilanciato e incerto. Agli occhi della folla che la osservava procedere per la strada principale del paese, in fila con le altre coppie di prescelti, quella donna emaciata dal viso livido sembrava attirata da una sorta di forza gravitazionale verso il corpo del coniuge, alto poco più di lei, ma dotato di corporatura robusta e di ben altra stazza.
Il signor Ferreira marciava fiero, con il petto gonfio e spinto all’infuori, nel tentativo di far apparire il torace più prominente dell’addome. Si trascinava la consorte al fianco, come se fosse stata una sacca da viaggio, tenuta sportivamente per un solo spallaccio. Teneva lo sguardo dritto, seguendo la prospettiva della strada, ma di tanto in tanto occhieggiava la folla che si era radunata nel breve tragitto fra la piazza dell’adunanza e il vecchio porto, dove era stata preparato lo spazio necessario per l’atterraggio della navetta. Nei volti dei suoi concittadini leggeva un misto di disprezzo e invidia, che lo faceva sentire ancor più fiero di sé stesso.
C’era una cosa che rendeva diversi il signor Ferreira e gli altri cinque capofamiglia che lo precedevano in quell’improvvisata processione: loro avevano avuto il coraggio di comprare un biglietto per Devaloka. Si erano indebitati, sottoponendo i loro cari alle dure condizioni del contratto di finanziamento. Di alcuni di loro – come i Madeiro, che li precedevano nella fila – si diceva che avessero accettato di vendere all’Agenzia del Lavoro Continuativo i propri figli, rendendoli schiavi a vita. Su altri, l’invidia rabbiosa dei popolani aveva concepito storie anche più inverosimili.
La verità era che loro l’avevano fatto, e gli altri no. Avevano scelto di rischiare, consapevoli che i loro sacrifici sarebbero stati soggetti al capriccio del destino: dei due milioni di biglietti venduti, dagli angoli più remoti delle Province terrestri all’ultima, sperduta colonia esterna, soltanto mille erano le coppie sorteggiate per il viaggio.
Il prezzo astronomico e le basse probabilità di vittoria scoraggiavano chi non aveva abbastanza determinazione per scegliersi il proprio destino giocando tutte le fiches in un solo giro alla roulette delle stelle: in tutta Buenos Aires, non erano stati acquistati più di cinquemila biglietti. E alla fine, erano stati sorteggiati loro sei: tutte famiglie agiate, della buona borghesia.
“La crema della nostra società” pensò Sergio Ferreira, orgoglioso. “I più forti sopravvivono sempre”.
Il pensiero lo indusse a voltarsi verso sua moglie. Si disse che, nonostante l’aspetto pallido e l’estrema magrezza, Regina rimaneva una gran bella ragazza, determinata e combattiva: non aveva ancora trent’anni, era sempre stata sana, e avrebbe superato a meraviglia quella cosa, come la chiamava lei. La cosa che lui le aveva fatto fare, per pagare i biglietti. Quando la donna vacillò, incespicando su un lieve avvallamento del selciato, lui la sostenne con un deciso strattone.
- Su, coraggio! – sibilò, senza voltare la testa, mantenendo la sua espressione fiera. – Non possiamo mostrarci indecisi davanti ai popolani. – Poi, con tono più mite, aggiunse: - Appena a bordo ti sentirai meglio.
***
Una piccola pausa nel turno. Attendo che l’altra squadra finisca il test di pressurizzazione al generatore ausiliario di atmosfera. Mentre i miei compagni si avvelenano con le radiazioni, che filtrano dalle schermature ormai logore, dall’alto della Caverna guardo questa folla, inconsapevole e muta, che freme di eccitazione e di vana speranza. I sogni che scintillano nei loro occhi impediscono loro di vedere anche quei modesti barlumi di verità che occhieggiano, dispettosi, dietro la pomposa scenografia. Come ogni cosa, in questo vecchio circo errante, anche il proscenio di questa truffa colossale cade a pezzi: si sfaldano le paratie dello scafo, cedono i sistemi ausiliari, si bruciano e muoiono in silenzio le unità del cielo artificiale spegnendosi come piccole stelle. Ma nessuno riesce a vedere oltre il velo di un’illusione, comprata al prezzo mostruoso della propria anima.
Viene Robson, devo chiudere. Ricomincia la farsa.
***
Le scintille cadevano dal cielo in un turbinio lieve. La luce sfrigolante illuminava di bagliori ampi pennacchi di fumo che da lì, dove un vecchio proiettore stava fondendo, si innalzavano verso la volta stellata come nuvole nella notte artificiale.
Gli eletti erano tutti con il viso rivolto verso l’alto. Molte coppie si tenevano per mano, osservando il suggestivo spettacolo, e percorrevano a passi lenti la spianata dove gli impeccabili steward e le angeliche hostess della Compagnia li avevano sistemati all’arrivo, in attesa di raggiungere le abitazioni assegnate. Una brezza lieve soffiava sull’erba morbida e qualcuno si era sistemato per trascorrere la prima notte su Devaloka, sdraiato per terra. Non avevano bagagli; non servono bagagli in paradiso.
Sergio Ferreira ascoltava preoccupato il respiro irregolare della moglie, abbandonata sul prato con le braccia lungo i fianchi: ogni tanto, un ansito più forte le scuoteva il petto, sollevando la veste leggera, dove le costole segnavano il profilo del torace. L’uomo osservò i propri vicini, seduti o distesi lungo i morbidi avvallamenti del grande giardino, sentendosi a disagio. Quasi tutti erano ancora svegli, scrutavano il cielo punteggiato di luci multicolori, indicando le sporadiche e suggestive cascate di scintille che rischiaravano la notte. Tutte le coppie sembravano estasiate. Nel chiarore, i loro volti apparivano immersi in una quieta beatitudine. Soltanto loro due, pensò il signor Ferreira, con crescente irritazione, dovevano apparire stanchi e provati dal viaggio. Non appena era calata la notte, sua moglie si era gettata subito sull’erba, scomposta e del tutto indifferente alla suggestione di quel momento irripetibile, dell’arrivo in paradiso. Innervosito, si rassegnò a distendersi a sua volta, con gli occhi aperti verso quel cielo glorioso. Non si sarebbe fatto rovinare quegli attimi di completo appagamento dalla meschinità della donna che aveva sposato.

L’alba sorprese i nuovi arrivati immersi in un placido riposo. Il nuovo giorno venne annunciato da una cacofonia di suoni melodiosi, qualcosa di indistinto, un’alchimia sonora che univa il canto armonioso degli uccelli al misterioso stormire delle fronde in un bosco ombroso. La luce, vivace e cristallina, riempì il paesaggio in pochi istanti. Il cielo era una distesa multiforme di colori: infinite varietà di azzurro, screziate da sfumature di rosa e pervinca, che incorniciavano con deliziosi ghirigori gli eleganti drappeggi delle nuvole bianche, facendone risaltare i contorni vivaci.
Quando gli attendenti li fecero mettere in cammino, per condurre ciascuna coppia di eletti alla propria dimora, Sergio Ferreira notò che nel cielo terso non era visibile il sole… eppure il suo splendore irraggiava ogni angolo della volta celeste. Era giusto così, si disse, mentre la marcia proseguiva fra campi ondulati e graziosi filari di alberi da frutto: a cosa serve il sole, quando si è immersi nella luce del paradiso?
Proseguirono per alcune ore, seguendo il gruppo lungo un’ampia strada di ghiaia bianca, immersa nel paesaggio agreste. Il clima mite e la temperatura fresca dell’aria rendevano il cammino un esercizio gradevole e corroborante; ad intervalli regolari, graziosi vialetti bordati da pietre rosa si staccavano a perpendicolo dal sentiero principale. Le coppie di eletti venivano via via indirizzate verso le proprie case, le cui facciate di pietra chiara si intravedevano fra le fronde di rigogliosi giardini.
Finalmente, la voce vellutata di una delle hostess si rivolse alla coppia, pregandola di seguirla lungo una delle diramazioni del sentiero. Il signor Ferreira obbedì prontamente, ansioso di mostrare il proprio entusiasmo, ma la donna incespicò, scivolando malamente a terra, dove rimase immobile per lunghi istanti.
- Avete bisogno d’aiuto? – domandò la ragazza, con una nota di apprensione che risaltò stridula e stonata.
- No, no – assicurò l’uomo, accorrendo al capezzale della moglie, che stava cercando lentamente di sollevarsi sui gomiti. Lui l’afferrò per un braccio, tirando con decisione e riportandola in piedi.
– Siamo quasi arrivati, un ultimo sforzo – le sibilò con tono aspro. Poi si volse verso l’accompagnatrice, che appariva incerta sul da farsi, e le rivolse un sorriso rassicurante. - È soltanto l’emozione di essere finalmente a Devaloka.

Pochi minuti dopo, terminato un frettoloso giro di cortesia all’interno della villetta, la giovane hostess si congedò dalla coppia, pronunciando le frasi di rito con un impeccabile sorriso.
- Troverete abiti, cibo e oggetti personali già sistemati nella casa: tutto è stato predisposto per assecondare ogni vostra esigenza e garantirvi la piena felicità. Nessuna preoccupazione in paradiso.
Senza attendere risposta, lasciò i due coniugi immobili all’ingresso dell’abitazione e uscì dal giardino. In fretta percorse a ritroso il sentiero, diretta verso il piccolo aero-scooter di servizio che l’attendeva all’imboccatura dello stradone; salì dietro al pilota, che la stava aspettando, e questi partì subito verso il centro di controllo.
- Com’è andata? – domandò lui.
- Come al solito; a parte il fatto che la donna ha una pessima cera.
- Credi che non ce la farà?
La giovane si strinse nelle spalle, ravvivandosi i lunghi capelli corvini con un gesto di disinvolta noncuranza.
- Può darsi.
***
Detesto questo lavoro, forse quanto le manutenzioni sulla cupola, chiuso nell’intercapedine fra il cielo artificiale e la superficie di Devaloka, a soffocare in quelle tute vecchie di trent’anni. Non riesco a decidere se sia peggio stare lassù, a farsi arrostire dalle radiazioni, o sguazzare in questa melma infetta.
Di sicuro, i morti mi fanno schifo: il centro di riciclaggio è senz’altro il posto più squallido di questo inferno. Avrei potuto rifiutare l’incarico, ma scendere qua sotto è l’unico modo che ho di avvicinarmi al tunnel di servizio del reattore. Devo solo resistere finché capiterà l’occasione buona: la sorveglianza è scarsa, è solo questione di tempo.
Il tempo, ecco il mio problema: al momento di realizzare il mio piano, ne avrò pochissimo; ora, invece, è difficile farlo passare. Vorrei pensare ad altro: ricordi felici, pensieri allegri. Ma che gioia ci può essere nel liquefare i cadaveri per riciclare le proteine necessarie al mantenimento della biosfera di Devaloka? Oh, questo è soltanto uno, degli aspetti grotteschi del paradiso, e non il più orrendo. La balla del mondo perfetto, dell’Eden ricostruito, nasconde segreti ben più orribili.
Ecco che torna Robson, devo…
***
- La birra fa sempre più schifo. Sembra di bere… ehi, Ted, che stai facendo?
- Niente.
- Niente un cavolo: quello è un memocorder.
- Sì. Tengo un diario.
- Un diario? A che accidenti ti serve un diario, in questo schifo?
- Per ricordarmi com’era. Non dimenticare.
- Tu sei matto. – Robson tracannò una lunga sorsata di birra calda, poi si pulì la bocca dalla schiuma con il dorso della mano. – Io darei la paga di due mesi per dimenticarmi di… questi! – L’ultima parola la pronunciò mentre sferrava un calcio ad uno dei cadaveri. Il morto sussultò e le braccia gli scivolarono lungo i fianchi, lasciando scoperto l’addome globoso.
- Lasciali stare, Robson. Hanno già subìto abbastanza.
L’altro fece un gesto di disprezzo con la mano.
- Sono solo dei ricchi coglioni, che hanno buttato nel cesso tutto quello che avevano, per la loro ingordigia.
- Sono delle vittime, Robson: schiavizzati dalla menzogna del paradiso artificiale, dove uomini e donne scelti dal destino possono vivere lunghissimi anni di beatitudine spensierata. La maggior parte di loro non legge nemmeno le poche informazioni che gli fornisce la Compagnia, quando comprano il biglietto.
- Vittime? Questi sono dei criminali, amico. Hai idea di cosa fanno, per venire qui? E non hanno nemmeno la scusa di essere dei poveracci, che se uccidono e rubano lo fanno per la fame.
- Hai ragione. Ma molti degli eletti, in realtà, sono degli emarginati: persone ricche, a volte influenti, ma così possedute dalla necessità di raggiungere Devaloka da aver perduto ogni altro elemento di contatto con le proprie vite. Per queste anime dannate che giungono in paradiso, il desiderio è ossessione, la volontà una schiava, e il destino un inferno.
- Stronzate filosofiche – ruttò Robson, dopo aver scolato ciò che restava della birra. L’altro proseguì, ignorando il commento volgare.
- Ad aver bisogno di questo paradiso sono coloro che trascorrono ogni giorno della loro vita a dominare sugli altri, avvelenandosi con l’ossessione della supremazia, dello status sociale, dell’ostentazione visibile del proprio benessere. I poveri hanno già il loro inferno, ed è l’unica cosa che i ricchi gli invidiano: per questo si sforzano tanto di cercarne uno, al prezzo delle più grandi sofferenze. La Compagnia l’ha capito perfettamente: questa gente è in cerca di una crudele e costosissima illusione. E loro gliel’hanno costruita.
- Bah. Secondo me, stai dicendo un mucchio di fesserie.
- Dici? Guarda questa donna, ad esempio: Regina Ferreira. – Così dicendo, l’operaio sollevò per le braccia il cadavere di una ragazza, che doveva essere stata giovane e bella, nonostante sul suo corpo, livido e nudo, fossero ben visibili le impronte delle ossa.
- Non ci vuole un medico – continuò, voltando il cadavere su un fianco – per scoprire la cicatrice del rene che si è fatta strappare, vendendolo al mercato nero, per comprarsi i biglietti. La immagino sola, tremante di dolore e terrorizzata, in uno scantinato umido trasformato in una lercia sala operatoria; riesco quasi a sentire il suo pensiero, prima di essere addormentata, rivolto alla speranza di raggiungere questo posto.
Fece una lunga pausa, poi aggiunse: - Tutto questo va fermato.
Robson guardò in volto il compagno, osservandolo come se lo vedesse per la prima volta. Nei suoi occhi si era acceso qualcosa, come il riflesso di una consapevolezza sopita, sotto la corazza di qualunquismo e indifferenza. Osservò i nanobot che decomponevano le salme, ripulendo lo scheletro dalla carne con l’efficienza di uno sciame di formiche: un meccanismo perfetto, grazie al quale la Compagnia non comprava quasi nulla del cibo necessario per gli eletti, ma lo ricavava in buona parte direttamente dai loro corpi morti, guadagnandoci due volte.
Disgustato, si rivolse di nuovo all’amico: - E cosa avresti in mente?
***
Sergio Ferreira era in piedi al centro del giardino. Il cielo arancio scuro era velato di porpora: strisciate dai toni lilla e verdi si inseguivano all’orizzonte, in un caleidoscopio scintillante, come una piccola aurora boreale. Il tramonto era quasi finito, e le prime luci-stella si accendevano nel cielo. Anche oggi, notò l’uomo, alcune delle costellazioni riprodotte nella volta non funzionavano, ed erano incomplete, monche. Un’altra promessa tradita, rifletté, come tutto il resto. Il paradiso era una grassa menzogna.
Un discreto colpo di tosse del funzionario della compagnia lo distolse dalle sue riflessioni. Si voltò, guardando il viso inespressivo e pallido dell’uomo. Questi portava un vestito chiaro, di taglio classico. Sembrava di età indefinibile, come il colore dei suoi occhi. Decise di affrontarlo con durezza.
- Avevate garantito assistenza medica. Mia moglie…
- Non avete fatto alcuna richiesta, né all’arrivo né al momento della consegna della casa.
- Non sapevo che mia moglie stesse male – si giustificò Ferreira, spiazzato dalla lucida freddezza del funzionario. – Non sono un medico. Il contratto prevedeva un controllo sanitario…
- Solo in caso di patologie segnalate. Ho qui la scheda sanitaria della signora Regina Buenaccorso Ferreira. – Un foglio lucido, compilato con caratteri spigolosi, comparve nella mano dell’uomo, che lo scorse brevemente con lo sguardo freddo. – Non vi sono indicate condizioni cliniche rilevanti.
Sconfitto, l’altro chinò il capo. Poi lo sollevò di nuovo, colpito da un pensiero improvviso.
- Dov’è? Voglio vederla.
- La signora è stata cremata.
- Come? Con quale autorizzazione?
- Non è necessaria l’autorizzazione: ogni decesso con causa sconosciuta viene sottoposto a cremazione per ragioni sanitarie.

Sergio Ferreira guardava ancora l’orizzonte. Un sottile velo, un accenno di lacrima, gli rendeva difficile distinguere il gioco di luci del crepuscolo, ormai quasi del tutto esaurito. La vampa dell’esplosione atomica, quando sorse, gli sembrò altrettanto sfumata, come una colossale goccia di inchiostro giallo che si spargeva fulminea dentro l’acqua. Le fiamme sgorgavano dal reattore sabotato e sorgevano dal terreno in una nuvola di collera divina, d’oro e di fiamma, che spaccava il cielo e squarciava la terra. Un attimo prima che l’onda d’urto lo travolgesse, mescolando i brandelli del suo corpo con gli altri frammenti del satellite artificiale Devaloka, pensò che finalmente stava guardando i colori del paradiso.  
***
È stato facile: nessuna sorveglianza, scarsa manutenzione, meccanismi di sicurezza dozzinale. Si potrebbe dire che la Compagnia aveva già programmato la propria fine. Qui c’è quiete e, forse, pace. La tenebra non è così fitta come pensavo: sono immerso in una caligine lattescente, dai toni grigi. L’aria è fresca e c’è un buon profumo.

Non ho paura. Attendo, sereno, il giudizio: ho desiderato il bene, agendo secondo una retta intenzione. Ho salvato molte più vite di quelle che ho preso; e attendo sereno il mio destino. 

Immagine:  paradiso artificiale di Saverio Ungheri
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Nota per il lettore:
Racconto triste e velato di malinconica disillusione, "Scorciatoia per il Paradiso" nasce da un invito di +marta saponaro  a condividere alcune ispirazioni letterarie tratte da un brano dei "Veda", che trovate in apertura.
La profondità delle parole di questa antica cultura ha suggerito al Coniglio il forte contrasto con le pulsioni della società di oggi, del tutto disattenta al valore dell'altro, abbagliata da illusioni grossolane di una felicità-mercato, che spesso diventa felicità-truffa.
Nel racconto tutto questo è portato all'ennesima potenza, in un contesto lontano, ma non troppo inverosimile. Lo scopo esplicito è quello di sottolineare i rischi di una visione del tutto egoistica della volontà e del desiderio, da parte di chi subisce l'illusione del paradiso artificiale, da parte di chi la sfrutta per interesse (la Compagnia) e infine da parte di chi si sceglie la violenza come soluzione, arrogandosi un diritto inesistente di agire da giudice e da carnefice del suo prossimo.

martedì 9 settembre 2014

Duemila e venti anni prima di Mitòsis

Premessa: sta per uscire un racconto affascinante, sotto la forma di uno degli ebook di "Wizards & BlackHoles", la casa editrice con la quale anche il Coniglio ha in programma un'uscita, fra nove giorni (ma di questo se ne riparla).

Il racconto che vi propongo oggi invece è "23 anni prima di Mitòsis" di Michele Pinto; come è nella natura di W&B, nel suo libro si narra una storia di confine fra fantasy e Science Fiction, con riferimenti ai "grandi classici" che ogni appassionato non mancherà di trovare affascinanti.
Lo dico perché ho avuto l'onore di leggere in anteprima "23 anni prima di Mitosis" e di collaborare alla sua diffusione attraverso un Text Trailer, che vi propongo di seguito.

Il brano che leggerete è ambientato molto prima degli eventi narrati nel libro, per la precisione 2020 anni prima di Mitòsis. Spero che vi piaccia e che vi faccia venire voglia di leggere il resto.



2020 anni prima di Mitòsis
Centro di Controllo Pamplemusse – Port Luis, Is. Mauritius

–  Sei sicuro che quel tizio non ci farà perdere tempo, George? Sai che in questa fase del progetto, ogni ritardo ingiustificato…
Gregory Bechet interruppe la frase a metà, lasciando cadere un silenzio eloquente nel luminoso ufficio al terzo piano del centro di controllo. Rivolto alla finestra, indugiò ad osservare lo spettacolo della nebbia che si levava dall’oceano indiano, confondendo nei suoi effimeri drappeggi la palla del sole all’orizzonte. Il suo assistente rimase in silenzio, alle sue spalle: aveva imparato a non mettere mai fretta al capo assoluto del progetto Clavis.

mercoledì 3 settembre 2014

La luce fortuna

Vi parlerò della luce fortuna. E di chi la incontra, in un breve istante, fra il ricordo del giorno e la promessa lontana dell'alba. Di chi la scorge, scendere dall'alto come una pioggia leggera, ma ancor più impalpabile e muta; non si posa sulle cose, ma le impregna, cercandogli l'anima. Non illumina, la luce fortuna: chi ne è investito risplende da dentro, oggi, e per molti giorni ancora.