Privacy

Questo sito fa uso dei cookies utilizzati dalla piattaforme blogger per garantire una migliore esperienza di fruizione dei contenuti e per raccogliere statistiche anonime sugli accessi e sulla visualizzazioni di pagina. Visitandolo ne accettiutilizzo secondo quanto previsto dalle norme specifiche di Google Inc. relative alla propria politica sulla privacy.

sabato 13 settembre 2014

Conigli e consigli

Di recente, per varie ragioni, mi incontro con il concetto di "regole" o "consigli" per chi scrive. L'argomento è molto seguito da vari blogger, alcuni dei quali, a me vicini, hanno avuto il pregio di trattarlo in modi piuttosto originali, aggiungendo un prezioso contributo personale ad un argomento che altrimenti avrebbe avuto per me ben poche attrattive.
Per segnalare qualche esempio molto creativo, si sono le ottime trovate di Michele Scarparo, che sul suo bel blog "scrivere per caso" si è occupato in diversi modi di questo argomento. Michele ha, a mio giudizio, un talento particolare per conciliare metodo e creatività (o follia), e quando parla di regole la fa a modo suo, in modo generativo: si veda la serie di racconti di stampo surreale e molto spesso sarcastici, scritti a partire dai consigli di scrittura dell'agenzia letteraria "sul romanzo", con cui ci ha deliziato per tutto l'anno scorso. O la tornata attuale, dedicata ai consigli dei grandi autori che Michele interpreta con riflessioni, critiche e condivisioni di esperienze personali (e, perché no, inventandosi altre storie). 

Ma con i consigli per gli appassionati di penna e tastiera si è divertita in modo altrettanto originale, anche Elisa Elena Carollo, che in un post sul suo Drama-Queen si è cimentata con i 22 consigli di scrittura di Stephen King, intrecciando in maniera davvero acuta e divertente il mondo della letteratura con quello del teatro (cosa che, devo dire, la nostra reginetta del proscenio fa molto spesso).

Scorciatoia per il paradiso

“Voi siete ciò che è il vostro desiderio più profondo. Così come è il vostro desiderio, così è la vostra intenzione. Così come è la vostra intenzione, così è la vostra volontà. Così come è la vostra volontà, così sono le vostre azioni. Così come sono le vostre azioni, così è il vostro destino”


Brihadaranyaka Upanishad IV.4.5




Ci sarà caldo, e luce intensa. Forse avrò il tempo di provare dolore: ma poi verrà un dolce silenzio, e l’immensa pace. Sì, sono certo che lassù sarò finalmente felice.
***
Regina Buenaccorso Ferreira camminava a fianco del marito, stringendogli entrambe le mani ossute attorno al braccio grassoccio; per farlo, inclinava il busto sottile e la testa verso il corpo di lui, avanzando con passo sbilanciato e incerto. Agli occhi della folla che la osservava procedere per la strada principale del paese, in fila con le altre coppie di prescelti, quella donna emaciata dal viso livido sembrava attirata da una sorta di forza gravitazionale verso il corpo del coniuge, alto poco più di lei, ma dotato di corporatura robusta e di ben altra stazza.
Il signor Ferreira marciava fiero, con il petto gonfio e spinto all’infuori, nel tentativo di far apparire il torace più prominente dell’addome. Si trascinava la consorte al fianco, come se fosse stata una sacca da viaggio, tenuta sportivamente per un solo spallaccio. Teneva lo sguardo dritto, seguendo la prospettiva della strada, ma di tanto in tanto occhieggiava la folla che si era radunata nel breve tragitto fra la piazza dell’adunanza e il vecchio porto, dove era stata preparato lo spazio necessario per l’atterraggio della navetta. Nei volti dei suoi concittadini leggeva un misto di disprezzo e invidia, che lo faceva sentire ancor più fiero di sé stesso.
C’era una cosa che rendeva diversi il signor Ferreira e gli altri cinque capofamiglia che lo precedevano in quell’improvvisata processione: loro avevano avuto il coraggio di comprare un biglietto per Devaloka. Si erano indebitati, sottoponendo i loro cari alle dure condizioni del contratto di finanziamento. Di alcuni di loro – come i Madeiro, che li precedevano nella fila – si diceva che avessero accettato di vendere all’Agenzia del Lavoro Continuativo i propri figli, rendendoli schiavi a vita. Su altri, l’invidia rabbiosa dei popolani aveva concepito storie anche più inverosimili.
La verità era che loro l’avevano fatto, e gli altri no. Avevano scelto di rischiare, consapevoli che i loro sacrifici sarebbero stati soggetti al capriccio del destino: dei due milioni di biglietti venduti, dagli angoli più remoti delle Province terrestri all’ultima, sperduta colonia esterna, soltanto mille erano le coppie sorteggiate per il viaggio.
Il prezzo astronomico e le basse probabilità di vittoria scoraggiavano chi non aveva abbastanza determinazione per scegliersi il proprio destino giocando tutte le fiches in un solo giro alla roulette delle stelle: in tutta Buenos Aires, non erano stati acquistati più di cinquemila biglietti. E alla fine, erano stati sorteggiati loro sei: tutte famiglie agiate, della buona borghesia.
“La crema della nostra società” pensò Sergio Ferreira, orgoglioso. “I più forti sopravvivono sempre”.
Il pensiero lo indusse a voltarsi verso sua moglie. Si disse che, nonostante l’aspetto pallido e l’estrema magrezza, Regina rimaneva una gran bella ragazza, determinata e combattiva: non aveva ancora trent’anni, era sempre stata sana, e avrebbe superato a meraviglia quella cosa, come la chiamava lei. La cosa che lui le aveva fatto fare, per pagare i biglietti. Quando la donna vacillò, incespicando su un lieve avvallamento del selciato, lui la sostenne con un deciso strattone.
- Su, coraggio! – sibilò, senza voltare la testa, mantenendo la sua espressione fiera. – Non possiamo mostrarci indecisi davanti ai popolani. – Poi, con tono più mite, aggiunse: - Appena a bordo ti sentirai meglio.
***
Una piccola pausa nel turno. Attendo che l’altra squadra finisca il test di pressurizzazione al generatore ausiliario di atmosfera. Mentre i miei compagni si avvelenano con le radiazioni, che filtrano dalle schermature ormai logore, dall’alto della Caverna guardo questa folla, inconsapevole e muta, che freme di eccitazione e di vana speranza. I sogni che scintillano nei loro occhi impediscono loro di vedere anche quei modesti barlumi di verità che occhieggiano, dispettosi, dietro la pomposa scenografia. Come ogni cosa, in questo vecchio circo errante, anche il proscenio di questa truffa colossale cade a pezzi: si sfaldano le paratie dello scafo, cedono i sistemi ausiliari, si bruciano e muoiono in silenzio le unità del cielo artificiale spegnendosi come piccole stelle. Ma nessuno riesce a vedere oltre il velo di un’illusione, comprata al prezzo mostruoso della propria anima.
Viene Robson, devo chiudere. Ricomincia la farsa.
***
Le scintille cadevano dal cielo in un turbinio lieve. La luce sfrigolante illuminava di bagliori ampi pennacchi di fumo che da lì, dove un vecchio proiettore stava fondendo, si innalzavano verso la volta stellata come nuvole nella notte artificiale.
Gli eletti erano tutti con il viso rivolto verso l’alto. Molte coppie si tenevano per mano, osservando il suggestivo spettacolo, e percorrevano a passi lenti la spianata dove gli impeccabili steward e le angeliche hostess della Compagnia li avevano sistemati all’arrivo, in attesa di raggiungere le abitazioni assegnate. Una brezza lieve soffiava sull’erba morbida e qualcuno si era sistemato per trascorrere la prima notte su Devaloka, sdraiato per terra. Non avevano bagagli; non servono bagagli in paradiso.
Sergio Ferreira ascoltava preoccupato il respiro irregolare della moglie, abbandonata sul prato con le braccia lungo i fianchi: ogni tanto, un ansito più forte le scuoteva il petto, sollevando la veste leggera, dove le costole segnavano il profilo del torace. L’uomo osservò i propri vicini, seduti o distesi lungo i morbidi avvallamenti del grande giardino, sentendosi a disagio. Quasi tutti erano ancora svegli, scrutavano il cielo punteggiato di luci multicolori, indicando le sporadiche e suggestive cascate di scintille che rischiaravano la notte. Tutte le coppie sembravano estasiate. Nel chiarore, i loro volti apparivano immersi in una quieta beatitudine. Soltanto loro due, pensò il signor Ferreira, con crescente irritazione, dovevano apparire stanchi e provati dal viaggio. Non appena era calata la notte, sua moglie si era gettata subito sull’erba, scomposta e del tutto indifferente alla suggestione di quel momento irripetibile, dell’arrivo in paradiso. Innervosito, si rassegnò a distendersi a sua volta, con gli occhi aperti verso quel cielo glorioso. Non si sarebbe fatto rovinare quegli attimi di completo appagamento dalla meschinità della donna che aveva sposato.

L’alba sorprese i nuovi arrivati immersi in un placido riposo. Il nuovo giorno venne annunciato da una cacofonia di suoni melodiosi, qualcosa di indistinto, un’alchimia sonora che univa il canto armonioso degli uccelli al misterioso stormire delle fronde in un bosco ombroso. La luce, vivace e cristallina, riempì il paesaggio in pochi istanti. Il cielo era una distesa multiforme di colori: infinite varietà di azzurro, screziate da sfumature di rosa e pervinca, che incorniciavano con deliziosi ghirigori gli eleganti drappeggi delle nuvole bianche, facendone risaltare i contorni vivaci.
Quando gli attendenti li fecero mettere in cammino, per condurre ciascuna coppia di eletti alla propria dimora, Sergio Ferreira notò che nel cielo terso non era visibile il sole… eppure il suo splendore irraggiava ogni angolo della volta celeste. Era giusto così, si disse, mentre la marcia proseguiva fra campi ondulati e graziosi filari di alberi da frutto: a cosa serve il sole, quando si è immersi nella luce del paradiso?
Proseguirono per alcune ore, seguendo il gruppo lungo un’ampia strada di ghiaia bianca, immersa nel paesaggio agreste. Il clima mite e la temperatura fresca dell’aria rendevano il cammino un esercizio gradevole e corroborante; ad intervalli regolari, graziosi vialetti bordati da pietre rosa si staccavano a perpendicolo dal sentiero principale. Le coppie di eletti venivano via via indirizzate verso le proprie case, le cui facciate di pietra chiara si intravedevano fra le fronde di rigogliosi giardini.
Finalmente, la voce vellutata di una delle hostess si rivolse alla coppia, pregandola di seguirla lungo una delle diramazioni del sentiero. Il signor Ferreira obbedì prontamente, ansioso di mostrare il proprio entusiasmo, ma la donna incespicò, scivolando malamente a terra, dove rimase immobile per lunghi istanti.
- Avete bisogno d’aiuto? – domandò la ragazza, con una nota di apprensione che risaltò stridula e stonata.
- No, no – assicurò l’uomo, accorrendo al capezzale della moglie, che stava cercando lentamente di sollevarsi sui gomiti. Lui l’afferrò per un braccio, tirando con decisione e riportandola in piedi.
– Siamo quasi arrivati, un ultimo sforzo – le sibilò con tono aspro. Poi si volse verso l’accompagnatrice, che appariva incerta sul da farsi, e le rivolse un sorriso rassicurante. - È soltanto l’emozione di essere finalmente a Devaloka.

Pochi minuti dopo, terminato un frettoloso giro di cortesia all’interno della villetta, la giovane hostess si congedò dalla coppia, pronunciando le frasi di rito con un impeccabile sorriso.
- Troverete abiti, cibo e oggetti personali già sistemati nella casa: tutto è stato predisposto per assecondare ogni vostra esigenza e garantirvi la piena felicità. Nessuna preoccupazione in paradiso.
Senza attendere risposta, lasciò i due coniugi immobili all’ingresso dell’abitazione e uscì dal giardino. In fretta percorse a ritroso il sentiero, diretta verso il piccolo aero-scooter di servizio che l’attendeva all’imboccatura dello stradone; salì dietro al pilota, che la stava aspettando, e questi partì subito verso il centro di controllo.
- Com’è andata? – domandò lui.
- Come al solito; a parte il fatto che la donna ha una pessima cera.
- Credi che non ce la farà?
La giovane si strinse nelle spalle, ravvivandosi i lunghi capelli corvini con un gesto di disinvolta noncuranza.
- Può darsi.
***
Detesto questo lavoro, forse quanto le manutenzioni sulla cupola, chiuso nell’intercapedine fra il cielo artificiale e la superficie di Devaloka, a soffocare in quelle tute vecchie di trent’anni. Non riesco a decidere se sia peggio stare lassù, a farsi arrostire dalle radiazioni, o sguazzare in questa melma infetta.
Di sicuro, i morti mi fanno schifo: il centro di riciclaggio è senz’altro il posto più squallido di questo inferno. Avrei potuto rifiutare l’incarico, ma scendere qua sotto è l’unico modo che ho di avvicinarmi al tunnel di servizio del reattore. Devo solo resistere finché capiterà l’occasione buona: la sorveglianza è scarsa, è solo questione di tempo.
Il tempo, ecco il mio problema: al momento di realizzare il mio piano, ne avrò pochissimo; ora, invece, è difficile farlo passare. Vorrei pensare ad altro: ricordi felici, pensieri allegri. Ma che gioia ci può essere nel liquefare i cadaveri per riciclare le proteine necessarie al mantenimento della biosfera di Devaloka? Oh, questo è soltanto uno, degli aspetti grotteschi del paradiso, e non il più orrendo. La balla del mondo perfetto, dell’Eden ricostruito, nasconde segreti ben più orribili.
Ecco che torna Robson, devo…
***
- La birra fa sempre più schifo. Sembra di bere… ehi, Ted, che stai facendo?
- Niente.
- Niente un cavolo: quello è un memocorder.
- Sì. Tengo un diario.
- Un diario? A che accidenti ti serve un diario, in questo schifo?
- Per ricordarmi com’era. Non dimenticare.
- Tu sei matto. – Robson tracannò una lunga sorsata di birra calda, poi si pulì la bocca dalla schiuma con il dorso della mano. – Io darei la paga di due mesi per dimenticarmi di… questi! – L’ultima parola la pronunciò mentre sferrava un calcio ad uno dei cadaveri. Il morto sussultò e le braccia gli scivolarono lungo i fianchi, lasciando scoperto l’addome globoso.
- Lasciali stare, Robson. Hanno già subìto abbastanza.
L’altro fece un gesto di disprezzo con la mano.
- Sono solo dei ricchi coglioni, che hanno buttato nel cesso tutto quello che avevano, per la loro ingordigia.
- Sono delle vittime, Robson: schiavizzati dalla menzogna del paradiso artificiale, dove uomini e donne scelti dal destino possono vivere lunghissimi anni di beatitudine spensierata. La maggior parte di loro non legge nemmeno le poche informazioni che gli fornisce la Compagnia, quando comprano il biglietto.
- Vittime? Questi sono dei criminali, amico. Hai idea di cosa fanno, per venire qui? E non hanno nemmeno la scusa di essere dei poveracci, che se uccidono e rubano lo fanno per la fame.
- Hai ragione. Ma molti degli eletti, in realtà, sono degli emarginati: persone ricche, a volte influenti, ma così possedute dalla necessità di raggiungere Devaloka da aver perduto ogni altro elemento di contatto con le proprie vite. Per queste anime dannate che giungono in paradiso, il desiderio è ossessione, la volontà una schiava, e il destino un inferno.
- Stronzate filosofiche – ruttò Robson, dopo aver scolato ciò che restava della birra. L’altro proseguì, ignorando il commento volgare.
- Ad aver bisogno di questo paradiso sono coloro che trascorrono ogni giorno della loro vita a dominare sugli altri, avvelenandosi con l’ossessione della supremazia, dello status sociale, dell’ostentazione visibile del proprio benessere. I poveri hanno già il loro inferno, ed è l’unica cosa che i ricchi gli invidiano: per questo si sforzano tanto di cercarne uno, al prezzo delle più grandi sofferenze. La Compagnia l’ha capito perfettamente: questa gente è in cerca di una crudele e costosissima illusione. E loro gliel’hanno costruita.
- Bah. Secondo me, stai dicendo un mucchio di fesserie.
- Dici? Guarda questa donna, ad esempio: Regina Ferreira. – Così dicendo, l’operaio sollevò per le braccia il cadavere di una ragazza, che doveva essere stata giovane e bella, nonostante sul suo corpo, livido e nudo, fossero ben visibili le impronte delle ossa.
- Non ci vuole un medico – continuò, voltando il cadavere su un fianco – per scoprire la cicatrice del rene che si è fatta strappare, vendendolo al mercato nero, per comprarsi i biglietti. La immagino sola, tremante di dolore e terrorizzata, in uno scantinato umido trasformato in una lercia sala operatoria; riesco quasi a sentire il suo pensiero, prima di essere addormentata, rivolto alla speranza di raggiungere questo posto.
Fece una lunga pausa, poi aggiunse: - Tutto questo va fermato.
Robson guardò in volto il compagno, osservandolo come se lo vedesse per la prima volta. Nei suoi occhi si era acceso qualcosa, come il riflesso di una consapevolezza sopita, sotto la corazza di qualunquismo e indifferenza. Osservò i nanobot che decomponevano le salme, ripulendo lo scheletro dalla carne con l’efficienza di uno sciame di formiche: un meccanismo perfetto, grazie al quale la Compagnia non comprava quasi nulla del cibo necessario per gli eletti, ma lo ricavava in buona parte direttamente dai loro corpi morti, guadagnandoci due volte.
Disgustato, si rivolse di nuovo all’amico: - E cosa avresti in mente?
***
Sergio Ferreira era in piedi al centro del giardino. Il cielo arancio scuro era velato di porpora: strisciate dai toni lilla e verdi si inseguivano all’orizzonte, in un caleidoscopio scintillante, come una piccola aurora boreale. Il tramonto era quasi finito, e le prime luci-stella si accendevano nel cielo. Anche oggi, notò l’uomo, alcune delle costellazioni riprodotte nella volta non funzionavano, ed erano incomplete, monche. Un’altra promessa tradita, rifletté, come tutto il resto. Il paradiso era una grassa menzogna.
Un discreto colpo di tosse del funzionario della compagnia lo distolse dalle sue riflessioni. Si voltò, guardando il viso inespressivo e pallido dell’uomo. Questi portava un vestito chiaro, di taglio classico. Sembrava di età indefinibile, come il colore dei suoi occhi. Decise di affrontarlo con durezza.
- Avevate garantito assistenza medica. Mia moglie…
- Non avete fatto alcuna richiesta, né all’arrivo né al momento della consegna della casa.
- Non sapevo che mia moglie stesse male – si giustificò Ferreira, spiazzato dalla lucida freddezza del funzionario. – Non sono un medico. Il contratto prevedeva un controllo sanitario…
- Solo in caso di patologie segnalate. Ho qui la scheda sanitaria della signora Regina Buenaccorso Ferreira. – Un foglio lucido, compilato con caratteri spigolosi, comparve nella mano dell’uomo, che lo scorse brevemente con lo sguardo freddo. – Non vi sono indicate condizioni cliniche rilevanti.
Sconfitto, l’altro chinò il capo. Poi lo sollevò di nuovo, colpito da un pensiero improvviso.
- Dov’è? Voglio vederla.
- La signora è stata cremata.
- Come? Con quale autorizzazione?
- Non è necessaria l’autorizzazione: ogni decesso con causa sconosciuta viene sottoposto a cremazione per ragioni sanitarie.

Sergio Ferreira guardava ancora l’orizzonte. Un sottile velo, un accenno di lacrima, gli rendeva difficile distinguere il gioco di luci del crepuscolo, ormai quasi del tutto esaurito. La vampa dell’esplosione atomica, quando sorse, gli sembrò altrettanto sfumata, come una colossale goccia di inchiostro giallo che si spargeva fulminea dentro l’acqua. Le fiamme sgorgavano dal reattore sabotato e sorgevano dal terreno in una nuvola di collera divina, d’oro e di fiamma, che spaccava il cielo e squarciava la terra. Un attimo prima che l’onda d’urto lo travolgesse, mescolando i brandelli del suo corpo con gli altri frammenti del satellite artificiale Devaloka, pensò che finalmente stava guardando i colori del paradiso.  
***
È stato facile: nessuna sorveglianza, scarsa manutenzione, meccanismi di sicurezza dozzinale. Si potrebbe dire che la Compagnia aveva già programmato la propria fine. Qui c’è quiete e, forse, pace. La tenebra non è così fitta come pensavo: sono immerso in una caligine lattescente, dai toni grigi. L’aria è fresca e c’è un buon profumo.

Non ho paura. Attendo, sereno, il giudizio: ho desiderato il bene, agendo secondo una retta intenzione. Ho salvato molte più vite di quelle che ho preso; e attendo sereno il mio destino. 

Immagine:  paradiso artificiale di Saverio Ungheri
__________________________________________________________
Nota per il lettore:
Racconto triste e velato di malinconica disillusione, "Scorciatoia per il Paradiso" nasce da un invito di +marta saponaro  a condividere alcune ispirazioni letterarie tratte da un brano dei "Veda", che trovate in apertura.
La profondità delle parole di questa antica cultura ha suggerito al Coniglio il forte contrasto con le pulsioni della società di oggi, del tutto disattenta al valore dell'altro, abbagliata da illusioni grossolane di una felicità-mercato, che spesso diventa felicità-truffa.
Nel racconto tutto questo è portato all'ennesima potenza, in un contesto lontano, ma non troppo inverosimile. Lo scopo esplicito è quello di sottolineare i rischi di una visione del tutto egoistica della volontà e del desiderio, da parte di chi subisce l'illusione del paradiso artificiale, da parte di chi la sfrutta per interesse (la Compagnia) e infine da parte di chi si sceglie la violenza come soluzione, arrogandosi un diritto inesistente di agire da giudice e da carnefice del suo prossimo.