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giovedì 12 febbraio 2015

Fuori ruggisce la tigre (o "la follia dell'identità")

La mano era stanca, di una fatica inspiegabile. Sollevò il lembo del foglio ingiallito; le dita erano sottili, solcate da un grossolano reticolo di vene scure. Con cautela portarono il frammento di pagina all'altezza degli occhi, grigi ed eccitati; le pupille iniziarono a scorrere febbrilmente le righe strette del manoscritto: ondeggiavano fra le parole con brevi scatti repentini, come se la lettura di quelle note spigolose risultasse talmente penosa da rendere impossibile procedere in maniera ordinata.
Il capo era reclinato su un lato, nello sforzo di distinguere le lettere frettolose. Di tanto in tanto ondeggiava al ritmo sincopato di quella lettura frastagliata, assecondando il movimento della bocca che pronunciava, a fior di labbra, confusi spezzoni di frasi. Le aveva vergate in un altro, lontanissimo presente e ora - oh, ma non era inevitabile? Non l'aveva sempre saputo? - ora tornavano a visitare la sua memoria, come fanno i più familiari fantasmi in un crepuscolo d'autunno.