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domenica 19 luglio 2015

Talassofobia

Ai bambini il mare fa bene. Ai bambini il mare fa bene. Ai bambini…

Ripeto la frase come un mantra, muovendo appena le labbra, mentre trascino un passo riluttante lungo il vialetto d’accesso allo stabilimento balneare. La terrazza del ristorante incombe come la guardiola di un campo di concentramento; intravedo la doppia fila di cabine oltre l’ingresso, ai lati di un altro camminamento che conduce alla spiaggia. Non vedo le guardie armate, ma di sicuro sono lì, che mi osservano mentre spingo il passeggino carico di grottesche borse a fiori, riempite allo spasimo: non posso concedermi un passo falso, o un minimo accenno di fuga. Avanti, testa basta, bicipiti tesi, mentre le ruote affondano nella ghiaia grossa, alta due dita.


Dentro. La muraglia compatta di ombrelloni riempie lo spazio del campo. Ai lati, barriere di corda grossa e marrone, tese fra paletti bianchi come ossa spolpate dal sole. La sabbia arroventa l’aria dove aleggiano miraggi; mi assale il lezzo di crema e carne bruciata. Il mare occhieggia in fondo alla distesa di postazioni; è piatto, azzurrognolo, punteggiato di corpi. Un refolo di brezza porta odore di salsedine e putrefazione; il ragazzo del bagno ci guida al nostro ombrellone. Lo osservo mentre cammina: muscoli dorsali ipertrofici guizzano come serpenti sotto la pelle unta. Ha le gambe lisce come i tentacoli di un polipo, il costume minuscolo incastrato fra le natiche, i capelli rasati, un’enciclopedia di tatuaggi sulla schiena e sulle spalle. Quel Superman senza mantello allunga un braccio da culturista per indicare, ieratico, il luogo e gli strumenti destinati al decubito dei nostri corpi; ombrellone, sdraio, lettino: oggetti che nascondono insidie mortali, trappole a molla pronte a scattare al minimo tentativo di regolarne la posizione, mutilando dita, unghie, falangi, a volte arti interi.